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Perchè all’Italia ha fatto più male Doni che Scilipoti

– «Perché fa male, male. Male da morire», canta languido e sofferto Tiziano Ferro. E alla sua ode d’amor finito si potrebbero aggiungere oggi i lamenti di quella ampia parte della popolazione italiana in preda al timore di perdere la fiducia e la stima nel proprio amore: la squadra del cuore.

Sì, perché lo scandalo del calcio scommesse, se davvero si allargasse, rischierebbe di provocare la più grande delusione nei cuori patri, la più profonda delle ferite negli animi sempre accesi e caldi dei tifosi. Mica solo degli ultrà, tutti striscioni, domeniche allo stadio, liquorini da bere in curva e fidanzate sole nei centri commerciali a fare un triste shopping senza compagni in trasferta. La piaga del calcio scommesse infetterebbe i cuori di ogni padre di famiglia seduto sul divano a guardare la Champions League, imporrebbe ai giovani adolescenti la prima grande delusione della vita, più scottante del rifiuto della compagna di classe.

Soprattutto il Grande Scandalo del Calcio, scritto con le lettere maiuscole, come ad indicare il nome di una fase precisa della storia italiana, farebbe più male alla passione civile dei cittadini di ogni possibile inchiesta politica. Gli italiani si sentirebbero traditi di più da un giocatore di serie A che da un parlamentare trasformista, abituato ad avere poca cura di soldi pubblici e del bene comune. Per una ragione semplice: il calcio è ancora, se a torto non conta, il campo del cuore e della passione. La politica, invece, da tempo, non lo è più.

Il calcio ha tutto ciò che manca alla buona politica, quella in grado di scaldare. I protagonisti delle sfide sono eroi, hanno quasi un carattere famigliare, da amico di vecchio corso. Si fa il tifo anche per ciascuno di loro, personalmente, come se attraverso la propria storia personale ognuno sapesse rappresentare un racconto comune. Come non commuoversi, per esempio, per il grande esempio di rivincita e di riscatto personale di uno, anche se non gioca in Italia, come Lionel Messi, piccolo nel fisico e grande, grandissimo, nelle proprie abilità? «Impossibile is nothing», recitava una pubblicità di cui era testimonial. Lo stesso slogan, iper-politico, dovrebbe adottarlo un partito, farlo proprio un leader politico. Invece non ci riescono, eroi senza più storie appassionanti, re ormai nudi, esposti al pubblico ludibrio.

Il calcio poi è il mondo del campanile, in senso sia geografico, per cui si fa il tifo per la squadra della propria città, che traslato. L’appartenenza non è solo fisica, a una comunità cittadina, ma ideale, come se la vecchia Signora, per esempio, rappresentasse valori cui aderire, intorno ai quali fare gruppo. I partiti riescono nello stesso obiettivo con qualche difficoltà in più, a causa di una perdita di credibilità che ne ha consumato l’appeal.

Poi, last but not least, il calcio è il settore della contendibilità, dove vince chi se lo merita. Lo stesso dovrebbe valere per le elezioni: il campionato, in fondo, è così simile a una campagna elettorale, durante la quale mettersi alla prova per arrivare primi. Ecco allora il grande guaio. Lo scandalo delle scommesse intacca, allo stesso tempo, sia il profilo dei giocatori-eroi, che diventano meschini, sia mette in dubbio la reale contendibilità delle partite. Resta solo il campanile, la comunità d’adesione dei tifosi, ma da sola non basta, serve qualcuno in grado di incarnarne la visione, le doti.

La fede calcistica è qualcosa di più e di più impegnativo di quella politica. Il tifoso si fa la tessera, prende e parte la domenica, va allo stadio pure se piove. Quasi nessuno metterebbe lo stesso impegno e senso di sacrificio per seguire le gesta del proprio candidato. Ecco perché lo scandalo del calcio scommesse farebbe più male alla passione civile italiana delle varie P3 e P4. Ci rovina un sogno di bambini, e tutti vorremmo rimanerlo un po’.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

One Response to “Perchè all’Italia ha fatto più male Doni che Scilipoti”

  1. creonte scrive:

    il calcio non è più un gioco. i giochi sono cose serie e il calcio non lo è più. Anche a livello internazionale cona arbitri dediti al traffico d’armi come Moreno.

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