Un web non più ingenuo alla ricerca della ‘maturità’ nel 2012

- Il 2011 è stato l’anno in cui si è evocata un’agenda digitale per l’Italia, senza tuttavia riuscire a tradurla in impegni concreti.
Uno il passo avanti: si è ‘liberalizzato’ il WiFi, finalmente sottratto all’abbraccio mortale del decreto Pisanu. Due se si considera che, passato il governo Berlusconi, si potranno forse archiviare le relative tentazioni liberticide riguardo alla Rete. Ma il 2011 è stato anche l’anno della battaglia alla delibera Agcom sul diritto d’autore: la minaccia alla libera espressione, in altre parole, può manifestarsi in molti modi. Meglio non abbassare la guardia.

In compenso restano moltissimi i passi da fare: non si è voluto dedicare né un ministro né un sottosegretario a Internet, ma i ritardi culturali e infrastrutturali sono tutti lì, e ci tengono saldamente in fondo alle classifiche di accesso e qualità dell’accesso. Altro piccolo passo avanti: ora si parla di un’agenda digitale, in particolare a partire dal Mezzogiorno. Chissà se i prossimi dodici mesi dimostreranno che la stoffa di Passera è diversa da quella di Romani.
Ma il 2011 è stato soprattutto l’anno delle proteste. Nel Medio Oriente, certo, ma anche negli Stati Uniti, in Europa, Russia e nel resto del mondo. Molto si è discusso riguardo al ruolo dei social media, di Twitter in particolare, rispetto al loro successo. Il paradosso è che il ‘cyber-utopismo’, come lo chiama non senza un certo algido disprezzo Evgeny Morozov, sembra trovare meno seguaci rispetto a prima che le rivolte infiammassero il mondo arabo. Meno ‘ingenuità della rete’, forse. Anche se il valore dei social media nella formazione del racconto rivoluzionario non è mai stato visibile come ora. E quando i creatori di #yearinhashtag, attenti osservatori delle dinamiche 2.0, riassumendo il 2011 cancelletto dopo cancelletto scrivono che «quest’anno, per la prima volta, la maggior parte degli eventi è stata raccontata prima, meglio o esclusivamente dalla Rete», e ancora che «Uno sguardo sul 2011 che non comprenda tweet, blog, fotografie e video immediatamente caricati online è uno sguardo parziale», è difficile non essere d’accordo.

C’è una certa stanchezza nei confronti di Facebook e dei suoi continui rimescolamenti di carte: il profilo che diventa diario, la privacy che un pezzo alla volta scompare, la condivisione dei contenuti che si vuole automatica. E il moltiplicarsi degli eccessi, dall’iperpopulismo à la SpiderTruman agli ostacoli alla conversazione dovuti al diffondersi di un cinismo e di un’aggressività che tuttavia non è del social network, ma degli italiani martoriati dalle tasse e dalla disperazione di un futuro in cui proprio non riescono a sperare. Ma c’è anche l’innamoramento nei confronti di Twitter, anche e soprattutto da parte dei media: una storia social su due riguarda il servizio di microblogging – tutto a discapito di Facebook. E così si sono moltiplicati i racconti di quanto Twitter sia ‘pop’, di quante siano le celebrità che lo popolano, di litigi eccellenti a colpi di 140 caratteri. Nel frattempo, a tante riflessioni sull’utilizzo dei nuovi media per il giornalismo si sono registrati scarsi o nulli progressi nella comprensione di quale modello di business debba sostenere i giornalisti che li riempiono di contenuti.

Il 2011 è stato l’anno dei politici con l’iPad in trasmissione e di #opencamera, due modi diversi – forse opposti – di intendere la propria presenza online. L’anno in cui dal berlusconiano «Gogol» siamo passati alle confidenze istituzionali (ma social) di Alfano. Ma è stato anche l’anno del successo di Pisapia e De Magistris alle amministrative, oltre che dei referendum di giugno. Fatti che si sono accompagnati (alcuni dicono per caso, io non lo credo) a campagne di successo proprio sui social media: dalla distruzione satirica – ma realissima – di Letizia Moratti a colpi di #Sucate alla propaganda facebookiana (non sempre si è potuta chiamarla informazione) sui quesiti su acqua, nucleare e legittimo impedimento. Per il 2012, anno delle amministrative, e soprattutto per le prossime elezioni politiche, il tutto si ripresenterà con ogni probabilità all’ennesima potenza.

Avrebbe potuto essere l’anno della trasparenza come metodo. E qualcosa si è mosso, per carità: dal portale a ‘dati aperti’ della Camera andato online in questi giorni alla legge sull’Open Data recentemente approvata in Piemonte. Però moltissimo resta da fare. A livello internazionale, poi, il 2011 ha documentato come tecniche di censura ‘extralegali’ (la definizione è di Yochai Benkler), intimidazioni, mancata empatia da parte dei colleghi giornalisti e più in generale una cappa di disinformazione a volte inconsapevole e a volte meditata, siano riusciti a mettere all’angolo WikiLeaks. Impietoso il confronto tra il 2010 dei documenti su Afghanistan, Iraq e diplomazia Usa e il 2011 dei documenti su Guantanamo e gli SpyFiles. Senza contare che le preoccupazioni per una possibile incriminazione per spionaggio di Assange sono passate dalla (presupposta) paranoia alla realtà, e il destino della (presunta) fonte, Bradley Manning, è ancora appeso a un filo cui la legalità sembra rifiutare di appendersi.

Da ultimo, il 2011 è stato l’anno in cui il tema della sorveglianza digitale (esercitata anche grazie a software occidentali) ha finalmente fatto breccia nell’opinione pubblica. Ma questo non ha impedito il perpetuarsi di incarcerazioni, intimidazioni, violenze e perfino uccisioni di blogger e dissidenti digitali. L’Europa e gli Stati Uniti continuano a dispensare buoni propositi (ottimi nel caso della ‘No Disconnect Strategy’ della Ue per proteggere gli attivisti), ma a intervenire senza altrettanta decisione – con l’aggravante, per gli States, di spendersi per il libero web fuori dai confini nazionali tentando, al loro interno, di far passare una legge liberticida come la SOPA.

Non si è ribadito abbastanza, poi, che soltanto da marzo a dicembre i Paesi dove si sono praticate forme di censura online sono passati da 60 a 68. Che 199 blogger e cittadini digitali sono stati arrestati, 62 sono stati aggrediti e 5 uccisi. Il «controllo 2.0», insomma, avanza – e proprio mentre noi continuiamo a credere (anche se con meno convinzione) nell’assunto per cui più tecnologia significa più democrazia.

Appunto per il 2012: la storia non è finita, e bisogna lottare non solo per il libero web, ma per società libere.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

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