Monti dimostri capacità di ascolto. Di chi però non ha diritto di parola

di CARMELO PALMA – La politica italiana ha fatto una lunga e inutile esperienza di “diversità politiche”. In genere – da Berlinguer a Berlusconi, da Di Pietro a Bossi – a rivendicare il titolo e il merito della diversità sono stati personaggi che, pretendendo di rappresentare l’Italia “migliore”, hanno finito per dar voce e volto a quella “peggiore”. Quella più conformista e compromessa col pregiudizio di destra o di sinistra e più interessata a lucrare la rendita ideologica che, in un Paese per certi versi “estremo” come l’Italia, l’estremismo immancabilmente guadagna ai fanfaroni e ai padreterni.

A Monti non è richiesto di rappresentare “l’altra Italia”, come se ve ne fosse una sana ed una infetta, una buona e una cattiva e la frontiera tra l’una e l’altra corresse lungo una frontiera territoriale, culturale o antropologica. Di arci-italiani travestiti da anti-italiani e di gattopardi mascherati da rivoluzionari, c’è la fila, fuori dal portone di Palazzo Chigi e c’era il pieno, fino a poche settimane fa, anche dentro.

Monti deve fare sostanzialmente il contrario. Non pretendere di rifare il Paese, ma disfare le politiche “non negoziabili” che gli proibiscono di cambiare; non impegnarsi a costruire la nuova Italia, ma smontare i vincoli che impediscono alla società italiana di crescere e di rinnovarsi. E’ un compito ambizioso e onesto. Moralmente, prima che politicamente, molto liberale.

Nella conferenza stampa di ieri Monti non ha scoperto le carte. Quali siano le sfide è chiaro, non quale sia la strategia del governo per non finire imprigionato nella tela di ragno delle trattative coi professionisti del cambiar tutto per non cambiar niente, che sulla manovra di fine anno hanno intaccato solo la buccia del provvedimento, ma sui dossier aperti o stralciati – a partire da quelli delle liberalizzazioni e del mercato del lavoro – potrebbero attaccare la polpa.

A tutelare il governo non possono essere le garanzie sincere e insincere dei partiti, il Pd e il PdL, che rispondono a constituency sociali cui lo status quo assicura una rendita e la riforma restituirebbe un “rischio d’impresa”, che esse non vogliono e forse neppure più saprebbero affrontare. Per governare la realtà, bisogna partire dalla realtà. E la realtà rimane quella di un gigantesco e insanabile conflitto tra la politica riformatrice, cui il governo Monti è chiamato a porre mano, e un sistema politico a fine corsa, che della “struttura” che occorrerebbe riformare rappresenta la sempre più malconcia “sovrastruttura” partitica.

Ad assicurare la tenuta e la libertà del governo è al contrario la capacità di parlare in modo persuasivo ed onesto al complesso della società italiana: al tutto e non alle sue parti più influenti, a cui il circuito dell’intermediazione politica oggi abusivamente assegna pro quota la rappresentanza dell’interesse generale. Questo è il cambiamento – tutto e al cento per cento politico – a cui è legato il destino del governo tecnico. La capacità di ascolto di chi non ha diritto di parola. Non solo dei capotaxisti,  capofarmacisti, caposindacalisti, capogiornalisti e capopadroni.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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