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Le due Coree, interessi a confronto

Benvenuti a Pyongyang, capitale di quel girone infernale conosciuto come Corea del Nord. In questa Repubblica Democratica Popolare, separata dalla sua controparte meridionale da un instabile armistizio firmato nel 1953, 24 milioni di persone lottano ogni giorno per la sopravvivenza in un regime di semi-schiavitù generato dalla dinastia imperial-comunista dei Kim e dall’ideologia ufficiale dello Stato, il Juche, una miscela di elementi tradizionali di matrice confuciana e di ideologia stalinista che inneggia all’autarchia più totale del paese.Sotto lo sguardo benevolo della mummia del Capo di Stato Eterno Kim Il-Sung , il paese è riuscito a raggiungere traguardi di tutto rilievo. 167esimo e ultimo posto del Democracy Index 2011, un Pil pro-capite di  1.097 dollari l’anno ed una carestia che, raggiunto il proprio picco a metà degli anni ’90, si lascia alle spalle qualche milione di morti ed una nazione prostrata ben lontana da diventare quel kangsong taeguk –“Stato grande e prospero” – ipotizzato dalla propaganda del Partito dei Lavoratori di Corea. La morte di Kim Jong-Il, al potere dal 1994, apre a spazi di instabilità che difficilmente possono essere indagati a causa della sostanziale mancanza di informazioni provenienti  da un regime che ben difficilmente si lascia penetrare da sguardi  esterni.

Quello che sappiamo del nuovo “caro leader”, il terzogenito Kim Jong-un, è quindi frammentario e non lascia a ben sperare per il futuro. Pur avendo avuto un’istruzione “occidentale” in Svizzera e una forte passione per la pallacanestro, è stato già descritto da fonti dell’intelligence statunitense  come un “sadico” ed un fautore della “linea dura” nel regime. Un profilo più accurato risulta tuttavia impossibile, a causa del breve tempo passato tra la sua scelta come successore e la consacrazione al vertice dello Stato. Kim-Il ha infatti scelto Kim-Un solo nel 2008, ritardando la presentazione ufficiale al Congresso del Partito dei lavoratori fino all’aprile 2010. Un cursus honorum fulmineo non riesce a nascondere l’evidenza che il terzogenito sia stato una scelta più determinata dalle necessità che non da un’attenta pianificazione. Scartato il primogenito Kim Jong-nam poiché pizzicato in Giappone sulla strada per Disneyland e il secondogenito Kim Jong-chul poiché “simile ad una piccola ragazza”, la lotta per il trono è stata vinta dall’ultimo per mancanza di concorrenza.

Confrontato al quindicennale apprendistato del padre, l’avvicinamento di Kim-un alla politica politicata risulta insufficiente per garantirgli credibilità agli occhi del Partito e della popolazione. Ecco quindi la necessità di un governo transitorio in cui, a detta di molti analisti, un ruolo di primo piano verrà ricoperto da Jang Sung-taek vicepresidente della Commissione nazionale di Difesa e soprattutto marito di Kim Kyong-hui, sorella minore del defunto dittatore. Questa reggenza transitoria suggerisce almeno due elementi: la famiglia Kim si conferma stabilmente al potere e la strada delle riforme, se mai verrà intrapresa, coinvolgerà solo marginalmente attori esterni alla realtà del potere del partito, come la società civile. Il terzo auspicabile elemento, un cambiamento limitato dei rapporti con gli Stati vicini, rimane per ora assente.

Pechino e Seoul sono consapevoli di giocare le loro mosse su una scacchiera di cristallo che può disintegrarsi in ogni momento a causa di un paese sostanzialmente fermo allo stalinismo del pre-1953. Certo, segnali di distensione non sono mancati da entrambe le parti. La Cina conferma che il “business as usual” andrà avanti garantendo che il 49.3% dell’import e il 26.9% dell’export di Pyongyang non subiranno brusche interruzioni. Dal canto suo, Seoul ha rilanciato una diplomazia che potremo definire dei “piccoli passi” – la cancellazione degli spettacoli di luci natalizie lungo il confine, le condoglianze di rito portate da una delegazione sud-coreana al Kumsusan Memorial Palace lo scorso 26 dicembre – ma che non sembra destinata ad essere il preludio di “grandi” cambiamenti. Paradossalmente, infatti, nessuna delle due parti sembra auspicare un crollo o una svolta radicale nel regime nordcoreano.

La Cina è consapevole che questo condurrebbe ad ondate di profughi in fuga attraverso i 1.416 chilometri di confine finendo per rafforzare in ultima istanza la Corea del Sud e i suoi alleati occidentali (Giappone e Stati Uniti in testa). Seoul vuole invece evitare in maniera assoluta che ad un possibile crollo segua una repentina unificazione sul modello tedesco a causa dei costi insostenibili. L’obbiettivo sarebbe piuttosto trasformare per svariati decenni il Nord in un’enclave semi-indipendente atta ad attirare investimenti e a ridurre un gigantesco divario economico e psicologico. La Germania-est aveva nel 1989 un quarto della popolazione e della ricchezza della sorella occidentale. La popolazione della Corea del Nord è invece la metà di quella del Sud ed almeno 20 volte più povera. Nessun stupore, quindi, che la proposta del presidente sud-coreano Lee Myung-bak  di instituire una tassa per l’unificazione sia caduta nel vuoto.

Che l’esistenza di un’unica Corea rimanga comunque il fine della politica estera di Seoul, è dimostrato non solo dal’esistenza di un Ministero per l’unificazione, ma soprattutto dall’offerta di 40miliardi di dollari di incentivi per le infrastrutture legati ad un rallentamento del programma nucleare nord-coreano. Qualora seguiti da riforme economiche di stampo “cinese” concentrate soprattutto nell’estrazione di oro e magnesite – con un valore stimato da Seoul in 6 trilioni di dollari – essi potrebbero essere la base per una grande sinergia con le industrie del Sud alla perenne ricerca di materie. Un’economia coreana unificata potrebbe, a detta di Goldman Sachs, rivaleggiare quella giapponese entro il 2050.

Nel presente tuttavia queste stime rimangono aleatorie e soffocate dalla bellicosità di Pyongyang, che ha prontamente festeggiato la successione con qualche cannonata di rito sparata oltre frontiera. In mancanza dell’appoggio cinese infine, i tentativi dell’Occidente – leggasi Stati Uniti – di favorire cambiamenti radicali sono destinati alla stagnazione per una questione di costi e di opportunità. La Corea del Nord è uno dei paesi più militarizzati al mondo con ingenti riserve di armamenti chimici e i vettori necessari per recapitarli nel Sud della penisola.

Mentre la diplomazia internazionale tenta quindi di rimandare ulteriori crisi sovvenzionando il Nord con aiuti a fondo perduto – unico modo per evitare che un regime senza niente da perdere porti il rischio fuori da ogni controllo – l’Italia potrebbe ironicamente giocare un ruolo fondamentale nella stabilizzazione dell’area. Considerate le affermazioni di Marco Rizzo a favore della dittatura, si può dire che un suo soggiorno forzato nella stessa potrebbe favorire un ammorbidimento della leadership locale. O chissà, considerando il soggetto, addirittura convincerla del fallimento dell’applicazione pratica delle idee comuniste.


Autore: Federico Mozzi

22 anni, pavese. Fresco di laurea in Studi Internazionali presso l’Università di Bologna, si trasferisce prima in Belgio dove lavora come Project Assistant presso il “Security & Defence Agenda” e in seguito in Armenia, dove sta svolgendo un tirocinio per il Ministero degli Affari Esteri.

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