Cornuti e mazziati: dopo l’austerity, la Germania vuole anche la Tobin Tax

– Prima a favore, poi contraria e ora di nuovo a favore. Il rapporto conflittuale del Cancelliere tedesco Angela Merkel (CDU) con la tassa sulle transazioni finanziarie, meglio nota al grande pubblico come Tobin Tax, dura ormai da diversi anni.

In questo suo carosello di dichiarazioni pro e contro è riuscita a coinvolgere, circa un anno e mezzo fa, anche gli alleati liberali dell´FDP. Dopo numerosi tentennamenti, è stata persino la Commissione Europea, il 28 settembre scorso, a presentare una formale proposta di direttiva per la sua introduzione. Lo stesso Governo italiano, prima contrario, con l’arrivo di Mario Monti a Palazzo Chigi, ha cambiato idea, schierandosi con l’asse franco-tedesco. Il che, data la necessità di raggiungere l’unanimità in sede di Consiglio, non è una novità da poco.
Se le resistenze di Gran Bretagna, Svezia e Repubblica Ceca non dovessero essere vinte, Germania e Francia sono comunque disposte a procedere per una sua introduzione nella sola Eurozona. Ancora ad inizio settimana il Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble (CDU) ha detto di voler accelerare i tempi, senza aspettare che vi sia un ampio consenso internazionale sul tema. Ma perché tanta fretta per la realizzazione di un progetto da sempre cavallo di battaglia di associazioni no-global come ATTAC? Cerchiamo di capire.

La proposta della Commissione prevede che su tutte le transazioni finanziarie, ovvero scambio di azioni e obbligazioni, si applichi un’aliquota dello 0,1%, mentre le transazioni aventi ad oggetto derivati sarebbero tassate allo 0,01%.
Tre gli obiettivi:
1) obbligare banche e fondi a sostenere parte dei costi della crisi finanziaria del 2008;
2) contenere la speculazione e stabilizzare i mercati, disincentivando l’uso di determinati strumenti;
3) armonizzare l’imposizione fiscale sulle transazioni ed evitare distorsioni della concorrenza.

Il gettito – si ipotizzano più di 50 miliardi di euro l’anno di entrate – sarebbe il punto di partenza per accrescere il numero delle risorse proprie per il bilancio dell’UE e supplire all’esenzione dei servizi finanziari dall’applicazione dell’IVA. Accanto al tentativo di costruire a tavolino un modello alternativo di responsabilità (1) e accanto all’idea di garantire entrate fiscali (3) da destinare ai più svariati usi (spesa sociale o infrastrutture), si fa quindi sempre più largo l’idea che la Tobin Tax sia utile anche come grimaldello regolatorio in grado di restituire efficienza al mercato (2).

L’idiosincrasia di alcuni economisti per una simile tassa non ha quindi soltanto a che fare con la questione formale della sua applicazione globale o regionale. Al contrario, l’interrogativo verte sulla sua efficacia rispetto all’obiettivo principale di stabilizzazione dei mercati finanziari. La premessa è quindi che la speculazione e gli scambi di breve termine sui mercati finanziari siano parte del problema, se non addirittura all’origine dell’attuale crisi.

Come suggeriva il professor Clemens Fuest nel corso di una conferenza tenutasi il 26 ottobre scorso al Bundestag, non bisogna guardare molto lontano da Bruxelles per accorgersi che la tassa sulle transazioni finanziarie, pur ammantata di nobili obiettivi, è un’idea assai bislacca. L’Impact Assessment Board della Commissione ha infatti pubblicato un lungo rapporto (qui il sommario), nel quale ha analizzato le possibili conseguenze economiche di una simile tassa. Diversamente dalla Commissione, il board si rifà a studi del FMI giungendo a risultati completamente diversi.

In primo luogo, se l’obiettivo è tentare di riallineare rischio e responsabilità, le entrate derivanti da una Tobin Tax rischiano di essere troppo modeste o di colpire istituzioni che con le origini della crisi poco hanno a che fare. Senza contare che con la sua introduzione non si va ad incidere sul nodo nevralgico del rischio sistemico degli istituti di credito. Più che le banche saranno i singoli investitori e piccoli risparmiatori a doverne portare il peso. Il che incentiverebbe – vedasi alla voce “eterogenesi dei fini” – una più forte concentrazione sui mercati finanziari, dovuta alla necessità di reagire all’aumento del costo del capitale. Conseguenze inintenzionali negative – ad esempio la riduzione dell’occupazione, il calo del PIL e il fatto che la riduzione della liquidità possa condurre proprio a quella volatilità che si intende combattere – previste anche dall’economista americano Kenneth Rogoff, portando l’esempio infausto della Svezia che dopo aver introdotto la tassa fu costretta qualche anno dopo ad abolirla. Il tutto senza considerare il problema di partenza, ovvero l’applicazione regionale dell’imposta, che si presta tanto facilmente quanto inevitabilmente a fughe di capitali (verso Londra e altre piazze finanziarie).

Lungi dall’essere ormai cosa decisa, la tassa sulle transazioni finanziarie fa discutere ancora molto anche la Germania, se è vero che quest’autunno la Commissione Finanze del Bundestag ha ospitato diversi esperti per una consultazione pubblica sull’argomento. L’establishment economico-finanziario (dalla Bundesbank all’Associazione delle Banche Tedesche, passando per la Confindustria teutonica) è decisamente contrario ad un’ipotesi di questo tipo. Anche l’accademia, pur con le dovute eccezioni, mostra scetticismo. Al proposito, degna di nota è stata la frase conclusiva della relazione del professor Volker Wieland dell’Università di Francoforte, secondo il quale l’“idea migliore è un’aliquota dello 0%”

Solo CDU ed SPD, oltre ad ecologisti e sinistra radicale, sembrano quindi convinte dell’opportunità di sostenere in Europa questa soluzione. L’FDP segue a ruota quanto deciso alla Cancelleria. Un’altra spia del fatto che l’alleanza del 2005 tra cristianodemocratici e socialdemocratici era tutto fuorché un matrimonio forzato.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

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