– Mettersi nei panni di alcuni dei protagonisti della vita politica e spiegare cosa questi dovrebbero mettersi nella testa. “Diventare” qualcuno, per meglio dire cosa quel qualcuno dovrebbe diventare o sarebbe meglio (per tutti) che diventasse. Questo è il gioco di Libertiamo per le Feste. Una carrellata di pensierini leggeri e partecipi. Anno nuovo, politica nuova. In precedenza: 1- Claudia Biancotti/Nichi Vendola

Se fossi Bersani non penserei che la palla al piede della sinistra stia nel suo passato e non nel suo presente. A pesare sui compagni non è il peso delle antiche compagnie. Non è l’imbarazzo per le frequentazioni moscovite dei nonni. E’ la riluttanza dei figli e dei nipoti a frequentazioni troppo “americane”.

Se sono nei guai – mi direi nei panni di Bersani – non è perché Togliatti stava con Stalin, ma perché D’Alema e Veltroni non hanno avuto il coraggio di stare con Clinton e con Blair e di essere di sinistra servendo, per come è possibile, gli interessi di emancipazione e promozione umana degli “ultimi”, non l’odio sociale per i “primi”, né il pregiudizio cattivo e frustrato contro il mercato e la (benedetta) società dei consumi.

Se io fossi Bersani sarei ovviamente di sinistra. Ma la sinistra non è il welfare state de’ noantri. La sinistra non è il partito degli utilizzatori finali della spesa pubblica. E’ il partito dei poveri, no? E quindi è innanzitutto il partito degli impoveriti dalla privatizzazione dei profitti e dalla socializzazione delle perdite, a cui lo Stato fiscalmente provvede, secondo una misura e una logica, una quantità e una qualità “distributiva”, ormai incompatibili con quelle di uno stato di diritto.

Se fossi Bersani, proprio perché sarei di sinistra, non avrei paura di dire che – in Italia e in molte società avanzate – la vera questione di classe riguarda lo Stato e non il mercato, non la proprietà privata, ma l’esercizio dell’imposizione e del potere legale da parte di un “sovrano” democratico, ma non per questo meno assoluto, se i limiti all’esercizio del potere (a partire da quello di spesa) non sono costituzionalmente imposti, ma politicamente negoziati, di volta in volta, a seconda di chi ci guadagna e di chi ci perde.

Se fossi Bersani, infine, sarei orgoglioso di sfidare “da sinistra” i farisei nel tempio dell’articolo 18. Andrei quindi nella sede della CGIL e farei questo discorso:

“Cari compagni, Sacconi, che è di destra, pensava che il mercato del lavoro potesse girare su due piattaforme diverse: di qua i banchi, di là i negri. A me, che sono di sinistra, un mercato del lavoro che assomiglia ad un regime di apartheid invece mi fa schifo. Non lo sopporterei neppure se funzionasse e comunque, per fortuna, non funziona. L’articolo 18 è una coperta corta e pesante. Non copre tutti, né copre tutto. Se un padrone vuole licenziare, alla fine lo fa e, se deve, paga. Però, poi, se può non assume. Se ne inventa di ogni, e di ogni abbiamo lasciato – anche noi, anche voi – che ne inventasse: anche i centralinisti col cocopro, anche le cassiere con la partita Iva, pur di lasciare ai “garantiti” la loro coperta di Linus. Ora basta. Parliamoci chiaro e non prendiamoci per il culo. Il diritto alla “reintegra” non esiste neppure per chi ce l’ha. Nessuno in Italia viene reintegrato, e i lavoratori per primi – che vogliono lavorare, non passare il tempo a fare o a farsi fare la guerra – anche quando il giudice dà loro ragione preferiscono incassare un indennizzo più alto, non tornare da un padrone che non li vuole. C’è un problema gigantesco di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e di fronte al bisogno e noi che siamo di sinistra abbiamo il dovere di guardarci dentro, non solo di girarci attorno. Io voglio un sistema in cui a bisogni uguali corrispondano uguali tutele. Dobbiamo fare il massimo che si può, ma per tutti allo stesso modo, senza figli e figliastri. Quindi voi, cara Susanna, fate quello che volete, but not in my name.”

Se io non fossi Bersani, un Bersani così lo applaudirei fino alla lacrime, ma temo che non mi capiterà.