“Se io fossi…”/2 – Pierluigi Bersani

– Mettersi nei panni di alcuni dei protagonisti della vita politica e spiegare cosa questi dovrebbero mettersi nella testa. “Diventare” qualcuno, per meglio dire cosa quel qualcuno dovrebbe diventare o sarebbe meglio (per tutti) che diventasse. Questo è il gioco di Libertiamo per le Feste. Una carrellata di pensierini leggeri e partecipi. Anno nuovo, politica nuova. In precedenza: 1- Claudia Biancotti/Nichi Vendola

Se fossi Bersani non penserei che la palla al piede della sinistra stia nel suo passato e non nel suo presente. A pesare sui compagni non è il peso delle antiche compagnie. Non è l’imbarazzo per le frequentazioni moscovite dei nonni. E’ la riluttanza dei figli e dei nipoti a frequentazioni troppo “americane”.

Se sono nei guai – mi direi nei panni di Bersani – non è perché Togliatti stava con Stalin, ma perché D’Alema e Veltroni non hanno avuto il coraggio di stare con Clinton e con Blair e di essere di sinistra servendo, per come è possibile, gli interessi di emancipazione e promozione umana degli “ultimi”, non l’odio sociale per i “primi”, né il pregiudizio cattivo e frustrato contro il mercato e la (benedetta) società dei consumi.

Se io fossi Bersani sarei ovviamente di sinistra. Ma la sinistra non è il welfare state de’ noantri. La sinistra non è il partito degli utilizzatori finali della spesa pubblica. E’ il partito dei poveri, no? E quindi è innanzitutto il partito degli impoveriti dalla privatizzazione dei profitti e dalla socializzazione delle perdite, a cui lo Stato fiscalmente provvede, secondo una misura e una logica, una quantità e una qualità “distributiva”, ormai incompatibili con quelle di uno stato di diritto.

Se fossi Bersani, proprio perché sarei di sinistra, non avrei paura di dire che – in Italia e in molte società avanzate – la vera questione di classe riguarda lo Stato e non il mercato, non la proprietà privata, ma l’esercizio dell’imposizione e del potere legale da parte di un “sovrano” democratico, ma non per questo meno assoluto, se i limiti all’esercizio del potere (a partire da quello di spesa) non sono costituzionalmente imposti, ma politicamente negoziati, di volta in volta, a seconda di chi ci guadagna e di chi ci perde.

Se fossi Bersani, infine, sarei orgoglioso di sfidare “da sinistra” i farisei nel tempio dell’articolo 18. Andrei quindi nella sede della CGIL e farei questo discorso:

“Cari compagni, Sacconi, che è di destra, pensava che il mercato del lavoro potesse girare su due piattaforme diverse: di qua i banchi, di là i negri. A me, che sono di sinistra, un mercato del lavoro che assomiglia ad un regime di apartheid invece mi fa schifo. Non lo sopporterei neppure se funzionasse e comunque, per fortuna, non funziona. L’articolo 18 è una coperta corta e pesante. Non copre tutti, né copre tutto. Se un padrone vuole licenziare, alla fine lo fa e, se deve, paga. Però, poi, se può non assume. Se ne inventa di ogni, e di ogni abbiamo lasciato – anche noi, anche voi – che ne inventasse: anche i centralinisti col cocopro, anche le cassiere con la partita Iva, pur di lasciare ai “garantiti” la loro coperta di Linus. Ora basta. Parliamoci chiaro e non prendiamoci per il culo. Il diritto alla “reintegra” non esiste neppure per chi ce l’ha. Nessuno in Italia viene reintegrato, e i lavoratori per primi – che vogliono lavorare, non passare il tempo a fare o a farsi fare la guerra – anche quando il giudice dà loro ragione preferiscono incassare un indennizzo più alto, non tornare da un padrone che non li vuole. C’è un problema gigantesco di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e di fronte al bisogno e noi che siamo di sinistra abbiamo il dovere di guardarci dentro, non solo di girarci attorno. Io voglio un sistema in cui a bisogni uguali corrispondano uguali tutele. Dobbiamo fare il massimo che si può, ma per tutti allo stesso modo, senza figli e figliastri. Quindi voi, cara Susanna, fate quello che volete, but not in my name.”

Se io non fossi Bersani, un Bersani così lo applaudirei fino alla lacrime, ma temo che non mi capiterà.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

5 Responses to ““Se io fossi…”/2 – Pierluigi Bersani”

  1. Pietro M. scrive:

    C’è una domanda ontologica da porsi di fronte a questi esercizi di immedesimazione.

    La sinistra tende ad avere una visione del mondo secondo cui la libertà – da loro chiamata “mercato” – non funziona e dunque la società richiede un tutore gerarchicamente superiore chiamato “politica”, vincolato soltanto dal requisito di libere elezioni (inclusa la libertà di parola, un netto passo avanti rispetto ai loro nonni moscoviti) ma senza alcun limite di carattere economico, che è visto come “antidemocratico”* (si pensi a Bobbio).

    Di fatto dunque si giustifica l’onnipotenza del politico e la soggezione della società in base a qualche forma di mancanza di fiducia nel funzionamento di una società libera, unita ad una quasi illimitata fiducia nel funzionamento dei processi politici “democratici”.

    Ora, essendo un contrasto tra teorie che dovrebbero spiegare la realtà, essendo le teorie dei giudizi di fatto e non di valore, è pensabile che se fosse questo il problema. Quindi in teoria sarebbe possibile spiegare ad una persona di sinistra un qualunque tema in cui ha evidentemente torto marcio (e ce ne sono a decine) e di colpo dovrebbe cambiare idea su quel tema e adottare una visione più liberale.

    Questo è stato il tentativo culturale di Alesina e Giavazzi in “il liberismo è di sinistra”, che presto sarà seguito da un altro libro altrettanto improbabile: “la castità è per gli stupratori”. Sarà pur vero che il liberismo è più equo dello statalismo che conosciamo effettivamente, ma fondamentalmente non frega niente a nessuno: l’essere di sinistra come identità collettiva vuol dire adorare il collettivo. L’equità è solo una veste retorica che serve ad abbellire l’identità collettiva, esattamente come quando si chiama Dio degli inquisitori “buono e giusto” indipendentemente da quanto loro fanno nel mondo reale.

    In altre parole, supponiamo che siamo indecisi tra due definizioni di sinistra:

    1. la sinistra è per l’equità sociale
    2. la sinistra è per la supremazia del politico sulla società

    e si supponga che esista un contrasto su alcuni (molti) temi specifici tra (1) e (2). ad esempio, le rigidità del mercato del lavoro producono disoccupazione e le pensioni pay-as-you-go schiavizzano i giovani.

    il fatto che in questi casi vinca sempre la scelta compatibile con (2) a discapito della scelta compatibile con (1) fa pensare che (1) è vuota retorica e (2) è l’essenza dell’essere di sinistra.

    Esistono eccezioni, come Ichino. Contiamole un po’ e scopriamo che è inutile citarle come controesempi in base alla legge dei grandi numeri.

    *il perché lo stato possa rubarti la casa ma non uccidere tuo figlio non è chiaro: se si crede alla democrazia come procedura tutte le limitazioni sono antidemocratiche, se si dà un significato meno formalistico alla democrazia allora non solo “non uccidere” è una limitazione sensata.

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  1. […] Posted on 29 dicembre 2011. Tags: Casini, cattolici, DC, De Gasperi, Sturzo, Todi – Mettersi nei panni di alcuni dei protagonisti della vita politica e spiegare cosa questi dovrebbero mettersi nella testa. “Diventare” qualcuno, per meglio dire cosa quel qualcuno dovrebbe diventare o sarebbe meglio (per tutti) che diventasse. Questo è il gioco di Libertiamo per le Feste. Una carrellata di pensierini leggeri e partecipi. Anno nuovo, politica nuova. In precedenza: In precedenza: 1- Claudia Biancotti/Nichi Vendola, 2- Carmelo Palma/Pierluigi Bersani […]

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