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Quando i vincoli deteriorano il paesaggio. Il caso degli oliveti tradizionali

– Il prof. Franco Scaramuzzi, presidente dell’Accademia dei Georgofili, è intervenuto più di una volta, inascoltato, a proposito delle norme che tutelano il paesaggio e dei paradossi che spesso queste norme comportano, soffermandosi sul più clamoroso di questi paradossi, forse uno dei più dolorosi, che riguarda il divieto di espianto degli oliveti tradizionali.

Gli oliveti tradizionali, per capirsi, sono quelli che connotano in modo inequivocabile il paesaggio di molte regioni italiane, ma che negli ultimi anni rappresentano delle vere e proprie attività in perdita: sono senz’altro belli e suggestivi,  molto longevi, ma la scarsa densità di piante per ettaro e le lavorazioni in gran parte manuali fanno si che la loro gestione sia estremamente costosa ed inefficiente, in confronto a quella degli oliveti intensivi e superintensivi, dove anche 1600 piante per ettaro vengono disposte a filari, raggiungono livelli accettabili di produttività anche al terzo anno dall’impianto; e soprattutto nei quali tutte le operazioni colturali, dalla potatura alla raccolta, avvengono meccanicamente. Per farsi un’idea di come si raccolgono le olive in un impianto superintensivo, si può guardare questo video, proveniente dagli Stati Uniti, dove questo tipo di allevamento dell’olivo è molto diffuso, così come in Spagna (il leader mondiale per produzione e dimensione dell’export), in Sudafrica e in Australia. Ora, immaginate di dover fare concorrenza a qualcosa del genere raccogliendo le olive pianta per pianta con la rete e la scaletta. Impensabile.

Il problema, ovviamente, è che se gli oliveti tradizionali non possono essere espiantati per far posto ad impianti più moderni o a colture più remunerative, finiscono per essere trascurati e abbandonati. Un fenomeno in crescita, ma non certo un grande risultato, per delle normative che avevano come obbiettivo dichiarato la tutela e la conservazione del paesaggio. Per non parlare dell’effetto collaterale, quello di proprietà che vedono crollare vertiginosamente il loro valore e di economie territoriali che si impoveriscono inesorabilmente. Scrive Scaramuzzi in un intervento del marzo scorso:

«Vi è motivo di ritenere che la nostra tradizionale olivicoltura in crisi finisca per manifestare crescenti e palesi sofferenze da incuria e quindi produca sempre meno e più saltuariamente, perdendo anche quel pregio estetico che nell’insieme conferiva prestigio al paesaggio. Così decadono gli stessi motivi della loro imposta conservazione. Perde prestigio un elemento di quella bella “vetrina” del territorio che è a carico dei soli agricoltori, mentre serve gli interessi di altri settori economici (a cominciare da quello turistico) e soprattutto delle multinazionali del commercio oleario che usano anche i paesaggi per valorizzare i loro elaborati prodotti.»

Il paesaggio non è qualcosa di immutabile, è il frutto dell’economia di ogni epoca, e ogni “tradizione” altro non è che un’innovazione che ha avuto successo nel passato, e proprio in virtù del suo successo economico si è consolidata diventando, appunto, “tradizione”. Si può davvero pensare che degli imprenditori diventino niente più che custodi mal remunerati di qualcosa che non ha più nessuna ragione economica di esistere, se non nei vantaggi che indirettamente questa funzione di “guardiania” del paesaggio comporta per altri settori? Il prof. Scaramuzzi, provocatoriamente, sostiene che sarebbe meglio pensare a indennizzi per gli olivicoltori tradizionali, se non a veri e propri espropri: se le autorità pubbliche hanno qualche interesse alla conservazione di un certo tipo di paesaggio, allora se lo curassero da sole, se sono in grado di farlo.

Anche queste soluzioni, però (la prima, quella dell’indennizzo, è sempre quella più gradita ad un settore agricolo molto più propenso, ahimé, ad accettare le elemosine pubbliche piuttosto che le sfide della competitività) hanno dei costi insostenibili, in questo caso per i contribuenti: mantenere in piedi un settore in perdita delle dimensioni di quello oleario (e quello delle olive è solo un esempio) non è certo uno scherzo, oltre ad andare contro i diritti di proprietà e i più elementari principi di libertà di impresa. Conclude infatti Scaramuzzi, con molto buon senso:

«Se, come presumibile, lo Stato e le Amministrazioni pubbliche non fossero in grado né di espropriare e di coltivare razionalmente in proprio le colture da “conservare”, né di indennizzare gli agricoltori per i danni economici provocati, si dovrebbe almeno riconsiderare le normative imposte e lasciare agli imprenditori la libertà di fare le scelte colturali, come sempre a proprio rischio. Il paesaggio agricolo potrebbe assumere aspetti diversi (forse anche migliori), ma almeno sicuramente rigogliosi e curati, nell’interesse di tutti».

Forse la rimozione di queste norme liberticide e depressive, oltre che evidentemente controproducenti, potrebbe figurare tra i provvedimenti di un governo che finora ha chiesto molto al settore agricolo, senza dare nulla in cambio.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

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