Quel coraggio mancato al Governo sull’articolo 18

– Come sprecare irremediabilmente le buone occasioni: questa semplice formula riassume l’atteggiamento mantenuto dal governo Monti nel corso della querelle sul mastodontico tabù giuslavoristico che nessun politico ha mai realmente provato a spezzare o anche solo (come incautamente ha fatto il ministro Fornero) semplicemente a mettere in discussione. Pena, l’anatema collettivo. L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che obbliga il datore di lavoro a disporre la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro occupato precedentemente al licenziamento (con corrispettive mensilità non riscosse),  se viene giudizialmente accertato (non importa in quale grado del processo) che sso sia avvenuto senza “giusta causa“. La norma, vecchia di quarant’anni e costruita intorno al modello industriale di stampo fordista con retribuzione tipicamente a cottimo (dove il posto di lavoro era a carattere tendenzialmente fisso), è un unicum nel panorama europeo (che generalmente prevede un risarcimento forfettario, la cui entità varia a seconda della nazione) e rappresenta uno dei tanti (ma non secondari) motivi per cui l’appeal dell’Italia nell’attrarre capitali stranieri è bassissimo, visto l’altissimo costo organizzativo/produttivo che viene scaricato in capo alle imprese.

Il totem dell’art. 18 e del posto fisso ha prodotto e silenziosamente benedetto l’iniqua dualità del mercato del lavoro tra “protetti” (i  lavoratori di serie A, che beneficiano di tutte le tutele tipiche dei lavoratori subordinati) e “non-protetti (lavoratori di serie B, esclusi dalla tutela dell’Art. 18, come stagisti e co.co.pro), scaricando sulle spalle dei secondi i costi delle esagerate protezioni dei primi. Oggi l’art.18 (senza contare le finte partite iva) copre meno di un terzo dei lavatoratori subordinati, facendo pagare ai non-protetti (come appena detto) il salato conto di un paese che possiede meno mercato e meno welfare rispetto al resto dell’Europa proprio a causa degli enormi costi produttivi/organizzativi causati dalla normativa vigente. Checchè i sindacati pensino e dicano, la “roba da matti” è non toccare il testo dell’art. 18 Stat. Lav. ,  e ciò deve essere fatto proprio per rispettare quel vasto e misconosciuto mondo del precariato e del lavoro parasubordinato (forme di lavoro inevitabili in una società economica sempre più veloce e all’avanguardia) oggi assente da qualsiasi forma di reale protezione. Dalla stucchevole e propogandistica “protezione del lavoro”  è necessario passare alla logica della “protezione dei lavoratori”.

Su Libertiamo si è provato con diversi interventi a sottolineare le virtù di un modello lavorativo ispirato ai principi della flexsecurity con un DDL ad hoc (Della VedovaRaisi) che fa proprio – con determinate modifiche – il “modello Ichino”. La strutturale sostituzione di rimedi-tampone assistenziali, legati a una concezione oramai superata del lavoro, con un “welfare del merito” pronto a sostenere tutti i lavoratori subordinati, nell’ottica di trasformare il licenziamento non più in una tragedia, ma in un’occasione per cambiare la propria esistenza è qualcosa di improcrastinabile e doveroso verso le generazioni che verranno e che già si affacciano timidamente su un mercato del lavoro improntato alla più incivile delle apartheid.

Non è un caso se sono i sistemi delineati secondo il sistema di cui sopra (praticamente mezza europa, tra cui l’eccellenza danese) ad attrarre il maggior numero di capitali e imprenditori esteri. Quando si vuole fare impresa, è sempre necessario avere conoscenza di due fondamentali informazioni: il tempo medio per il recupero giudiziario di un credito e il severance cost (ossia il costo che l’azienda dovrà sopportare se decidesse di licenziare un dipendente). Il primo è frustrato da tempi processuali mostruosamente inflazionati e semplicemente indegni di uno stato di diritto, il secondo dall’art. 18 Stat. Lav. capace (nei casi più gravi ed estremi) di mettere in ginocchio un’intera azienda o di far pendere su di essa una letale spada di Damocle.

L’articolo 18 è, sostanzialmente, un inno all’immarciscito status quo, e non c’è da sorprendersi che i sindacati (sempre più sottorappresentati e lontani dalla dimensione dei giovani, come mostrano i dati delle loro iscrizioni) lo difendano a spada tratta bollando di eresia coloro che (anche da sinistra) propongono soluzioni alternative, spesso maggiormente eque e proprio a difesa di quei lavoratori che essi dovrebbero tutelare; nessuna discussione pare ammettersi, nel nome della sacralità del lavoro. Ugualmente ostile a nuove soluzioni è la politica, oggi fisicamente identificabile in un parlamento disposto ad approvare provvedimenti che non vadano a ledere le proprie clientele, lobby e pertugi dove essi hanno prosperato – come parassiti – per lunghi anni, raccogliendo i frutti di un sistema marcio e corrotto. Tra sindacati anagraficamente e spiritualmente “vecchi” e una politica ripiegata su se stesso, stupisce e avvilisce l’atteggiamento di un governo che pare aver chinato mestamente il capo e per dedicarsi a numerose e comiche retromarce nel tentativo di non scontentare nessuno. Se questi errori vengano compiuti nel nome della concertazione continua o per semplice inesperienza politica, ha poca importanza; gli effetti saranno una continuazione delle attuali logiche deleterie e di un mercato del lavoro inefficiente; vi è il rischio (anzi: una forte sicurezza) che tale atteggiamento si diffonda ad altri provvedimenti fondamentali per lo stato del paese. Il successo delle barricate innalzate da taxi e farmacie sulle timide liberalizzazione del decreto “Salva Italia” sembra essere la prova del nove di un governo che osa, ma forzatamente e senza impegno. Come si potrà riformare il mercato del lavoro se non si ha la forza di liberalizzare la vendita dei farmaci di serie C?

In questo bellissimo e sventurato paese le tanto decantate “riforme” si  possono fare solo obtorto collo; l’asfissiante ricerca del continuo accordo, dell’unanimità stucchevole e del sostegno da tutto-e-tutti porta a un annullamento della forza propositiva o di un letale annacquamento della stessa. Percorrendo questa strada si fa il gioco della politica consociativa, delle lobby e dei sindacati, ansiosi di trovare un caprio espiatorio su cui riversare le difficoltà del paese (frutto di anni di politiche deliranti e illiberali); e c’è da chiedersi perché il governo Monti sia così ansioso di ricoprire questo ruolo.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

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