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L’Italia fragile che ruba risorse alla protezione ambientale

– In una fase nella quale lo Stato, oltre a cercare nuovi introiti, prova a ridefinire le proprie spese, il fatto che i disastri ambientali verificatisi nel Paese continuino a gravare sulle uscite non é senza conseguenze. Così il decreto di proroghe approvato dal governo prima di Natale coinvolge anche la Liguria, l’Emilia Romagna e la Provincia di Salerno, ambiti territoriali nei quali prosegue lo stato di emergenza.

Costi aggiuntivi che spesso proseguono nel tempo. Ordinanze e decreti emessi in regime di emergenza vengono convertiti in leggi di spesa, si istituiscono fondi speciali, si ripartiscono le competenze su più anni, si attribuiscono gli stanziamenti ad enti differenti. In due occasioni si è tentato di ricostruire in serie storica il costo degli stanziamenti per calamità naturali. Nel 1989, quando una commissione istituita presso il Ministero del Tesoro ha quantificato l’impegno finanziario dello Stato dal 1968 al 1989 e nel 1991, quando il Servizio Geologico Nazionale, estendendo i dati contenuti nel rapporto del Ministero ha ricostruito gli stanziamenti dal secondo dopoguerra fino al 1990.

Basti pensare che il terremoto della Campania e Basilicata del 1981, determinando circa la metà degli stanziamenti complessivi, relativizza qualunque ragionamento sulla ripartizione dei fondi per regione o per tipologia di evento. Non a caso si stima che il 51,8% degli stanziamenti, dal dopoguerra, sia andato all’Italia meridionale e che i terremoti di origine tettonica abbiano contribuito alla spesa per calamità in misura superiore al 74% del totale.

L’intervento statale conseguente al verificarsi di calamità naturali si dispiega, soprattutto in relazione agli eventi più gravi, su più anni, in alcuni casi su decine di anni. Le ragioni sono da ricercare nel fatto che l’intervento presenta in genere tre fasi. Quella degli interventi immediati, quindi quella della ricostruzione, infine, quella cosiddetta “di sviluppo”.

Proprio quest’ultima fase pone, soprattutto in relazione agli eventi più disastrosi, le maggiori perplessità. Con finanziamenti che si susseguono per decine d’anni sulla base di vecchie e nuove leggi di spesa, quando l’emergenza rappresenta ormai un lontano ricordo, e finiscono facilmente per assumere il carattere di trasferimenti di assistenza ordinaria.

In sintesi una politica dell’emergenza completamente fallimentare. Con costi esorbitanti e benefici  per l’ambiente colpito molto inferiori alle spese. La vera discontinuità rispetto ad un passato non certo recente, costellato di casi analoghi in quanto all’esito, sarebbe costituita da una riduzione della accertata vulnerabilità dei nostri territori e quindi da una consapevole convivenza con i rischi identificati.

L’ultimo dossier 2010 di Legambiente ha certificato che a rischio idrogeologico sono 82 su 100 dei comuni italiani. Con percentuali regionali che nelle loro differenze si mostrano allarmanti. Si va dal 56% dei comuni veneti, al 59% di quelli altoatesini, al 60% di quelli lombardi, fino a tutti quelli dell’Umbria, della Basilicata, del Molise, del Trentino e della Calabria. Ma il  vero spartiacque è in tema di prevenzione. Con la regioni del Nord e l’Umbria, seppure in maniere differenti, capofila ed il Mezzogiorno, “maglia nera”. Con la Sicilia, dove 152 su 271 municipi interessati  dal rischio idrogeologico non hanno ritenuto opportuno rispondere al questionario di Legambiente, e nella quale il 93%  delle amministrazioni comunali  non ha avviato alcun lavoro di prevenzione.

Ma non solo nell’isola si annida il rischio di piccoli e grandi disastri ambientali. Da Nord a Sud, sono presenti abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana, anzi in casi non isolati interi quartieri vi insistono. Spesso sono presenti fabbricati industriali in aree a rischio. Senza contare le strutture pubbliche sensibili di particolare rilevanza, realizzate in aree a rischio idrogeologico. L’Italia é un Paese fragile, anche per quel che riguarda l’ambiente. Come indizia la serie quasi infinita di eventi nefasti. La frana ad Ischia nel 2006. Le alluvioni nel torinese e nel cagliaritano nel 2008. Quelle nel 2009 a Borca di Cadore, Giampilieri e Scaletta Zanclea. Quelle nel 2010 sulla costiera amalfitana, a Sestri Ponente, nel savonese, a Prato, Vicenza e nella bassa padovana. Quelle nel 2011 a Sant’Elpidio a Mare, nella Lunigiana, in Val Vara, nelle Cinque Terre, a Genova, a Barcellona Pozzo di Gotto e a Saponara. Per un totale di 86 morti, centinaia di feriti, diversi centinaia di milioni di euro di danni.

Nel frattempo i fondi per il rischio idrogeologico sono stati ridotti, addirittura dell’84,8%. Dai 551 milioni di euro del 2008 agli 84 milioni del 2011. Poche risorse, quindi. Già di per sé insufficienti, forse. Se non fosse che, come ha documentato uno studio della Cgia di Mestre, dei 41 miliardi di euro incassati ogni anno dallo Stato e dagli enti locali per la protezione dell’ambiente, il 99% finisce a coprire altre voci di spesa. Quei soldi da circa un ventennio vengono utilizzati per fare altre cose.

Dalle analisi condotte dall’ufficio studi degli artigiani mestrini risulta che «a fronte di 41,29 miliardi di euro di gettito incassati nel 2009 dall’applicazione delle cosiddette imposte ecologiche sull’energia, sui trasporti e sulle attività inquinanti, solo 459 milioni di euro vanno a finanziare le spese per la protezione ambientale». E il rapporto tra entrate e uscite sostanzialmente non cambia andando a ritroso negli anni. Così nel 2008, a fronte di 39,499 miliardi di euro ne sono stati impiegati 444 milioni, quindi lo 0,88%. E, ancora, nel 2007, dei 41,450 miliardi di euro, sono arrivati all’ambiente solo 453 milioni, pari allo 0,91%. Nel 2006 dei 41,342 miliardi di euro sono stati realmente impiegati soltanto 418 milioni, quindi lo 0,98%.

Le tasse alle quali si fa riferimento e che dovrebbero surrogare gli investimenti statali, non sono poche. Da quella sull’emissione dell’anidride solforosa e di ossidi di zolfo all’imposta sugli oli minerali e derivati, dalla sovrimposta di confine sul gpl al tributo provinciale per la tutela ambientale. Il tutto per un “tesoretto” complessivo di non poco conto. Dal 1990 al 2009, in valori a prezzi correnti, 717 miliardi e 442 milioni di euro. Il problema é che solo una piccolissima parte (lo 0,89%) é stata realmente utilizzata per proteggere il territorio, cioè 6 miliardi e 20 milioni.  E non può non evidenziarsi come la percentuale, oscillante tra lo 0,85% del 1997 e l’1% del 1999, del 2003 e del 2004, fosse superiore nel quinquennio 1990-1995, quando raggiunse anche il 4,2%.

Il tema ambientale, le scarse opere di prevenzione, offrono un esempio della dissennata  disattenzione della politica non solo nazionale, di una fase non breve, ad assicurare gli strumenti per salvaguardare territori e abitanti. Pochi fondi, nella gran parte distolti. Mostrando una incapacità, sfortunatamente abbastanza diffusa, ad utilizzare nel migliore dei modi le risorse disponibili.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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