Una Cassandra senza eredi. Havel è morto, ma l’Europa da tempo non gli credeva più

– Ieri si sono celebrati i funerali di Vaclav Havel. Con la sua presidenza è finito il comunismo e anche la Cecoslovacchia. Ha guidato prima una rivoluzione e poi una secessione “di velluto”, in una doppia e ravvicinata transizione. Aveva il senso della realtà, proprio perché aveva quello dell’assurdo, nel teatro e nella politica. Ha portato Praga nell’Ue e nella Nato, e forse, più che il destino del suo paese – che, sia pure diviso a metà, aveva riconsegnato pacificamente all’Europa – ad affliggerlo alla fine è stato proprio il destino europeo. Un destino di debolezza interna e anche “interiore”, di clamorosa e colpevole impotenza verso i pericoli che, ancora una volta, arrivano da est, in primo luogo da Mosca e da Pechino.

Jan Patocka, il filosofo boemo, leader di Charta ‘77, gli aveva insegnato che Praga era il cuore del continente e che da quel cuore pulsava l’idea filosofica dell’Europa. La “cura dell’anima”, nell’accezione prima socratica e poi platonica, è l’esperienza storica che ha fondato il senso e il destino dell’identità europea. Ma il rapporto tra la verità e la vita – spiega Patocka, richiamando un motivo arendtiano – è tema che appartiene e rimanda al bìos politikòs. E’ l’autenticità della vita il problema, cui la politica, cioè la pólis, consente non di rispondere una volta per tutte, ma di fare un’esperienza autentica e dunque problematica. È ciò che il giovane drammaturgo cecoslovacco, raccogliendo il testimone di Patocka, chiama “vita nella verità”. E’ la trascendenza della vita rispetto alla pretesa “oggettività” del potere legale.

Quello con cui deve misurarsi, alla fine degli anni ’70, è già per Havel un regime “post-totalitario”. Non vuole costruire l’uomo nuovo, ma alienare l’uomo vero. E dunque non è solo il regime della violenza, ma della menzogna. L’ideologia, spiega Havel ne Il potere dei senza potere, tenta di saldare la frattura tra le “intenzioni della vita” e le “intenzioni del sistema”, ma l’autenticità dell’ordine umano sfugge e resiste alla sistematizzazione ideologica. La vita – nella verità delle sue infinite forme, che l’esperienza umana racconta – batte il potere, non solo quando lo rovescia, ma anche quando lo eccede. La verità della vita non è un valore assoluto, né un concetto metafisico, bensì il “di più” e “l’inverosimile” che contraddice l’organizzazione efficiente e uniforme del potere post-totalitario. Ma la dissidenza, come responsabilità verso la vita e testimonianza della sua verità, deve essere vissuta, per essere vera.

Per queste ragioni, Patocka preferisce socraticamente rimanere prigioniero a Praga – dove morirà, nel 1977, dopo un brutale interrogatorio – piuttosto che libero nel comodo esilio, che il regime comunista gli avrebbe volentieri concesso, per levarselo dai piedi. Per questo pubblica rimarrà, dopo la morte di Patocka, la dissidenza di Havel, come esercizio di indipendenza, prima che di resistenza. Nella “polis parallela” dei senza-potere, di cui Havel sembra parlare solo letterariamente, prende forma la società che miracolosamente succederà, poco più di dieci anni dopo, al regime caduto.

Ma nel frattempo, di lì a pochi anni, sarebbe anche caduta l’Europa a cui Havel pensava, seguendo Patocka, di ricongiungersi e di ricongiungere Praga. L’Europa di cui Havel diventa un venerato eroe, non sa francamente che fare della sua idea dell’Europa, della sua diffidenza per i “sistemi” e della sua fiducia per i “senza potere”.

Quando a settembre del 2010, l’ex presidente ceco, con il vescovo di Praga Vaclav Maly e l’ex dissidente Dana Nemcova, lancia la candidatura al Nobel per la pace del suo “gemello” cinese, lo scrittore Liu Xiaobo – che chiama, con esplicita intenzione, Charta 08 la piattaforma democratica per la fine del monopartitismo di Pechino – Havel non è più un protagonista, ma una Cassandra della politica europea. Il Comitato norvegese, dopo un mese, attribuisce al dissidente cinese il prestigioso riconoscimento. Ma l’Europa non sembra più cogliere né sentire il legame tra la verità e la vita, tra la forza dell’identità europea e la paradossale debolezza dei terribili pericoli a cui l’Europa è esposta. Havel, esattamente un anno dopo, muore in un Europa che lo piange, ma da tempo non gli credeva più, come se la sua lezione si fosse esaurita con la fine del comunismo sovietico.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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