Per la produttività del Paese, affrontiamo la questione femminile

– Uno dei maggiori ritardi italiani rispetto al resto d’Europa riguarda il lavoro delle donne. L’Italia, infatti, ha un tasso di occupazione femminile pari a circa il 47%, il valore più basso tra tutti i paesi europei, con l’eccezione di Malta. Questa percentuale è dovuta a una serie di fattori culturali e strutturali che sono stati più volte evidenziati in Italia, ma la cui consapevolezza, finora, non è bastata a trovare delle soluzioni adeguate al problema.

Anche se la condizione della donna italiana è complessivamente migliorata, non si può sperare che saranno il tempo e la pazienza a risolvere il problema. I cambiamenti in questo campo, sono decisamente inferiori rispetto a quelli avvenuti in altri paesi europei. Paesi che, sia chiaro, sono partiti da tassi di occupazione analoghi a quelli italiani degli anni sessanta. Evidentemente nel nostro Paese c’è qualcosa che non va, e lo dimostra anche il fatto che la parità uomo-donna nell’ambito dell’istruzione, raggiunta nel 1998 e poi perfino superata dalle donne, non è bastata a fare sì che le queste ottenessero il medesimo risultato in ambito lavorativo. In Italia abbiamo infatti la percentuale europea più alta di laureate che sono fuori dal mercato del lavoro, il cui tasso delle attività è pari all’80, 1 per cento: molto di sotto a quello degli uomini, che invece è in linea con gli altri paesi europei. Le donne presenti sul mercato del lavoro in Italia hanno una notevole difficoltà a competere con i loro colleghi uomini ad armi pari. A metterle in difficoltà è in buona misura il fatto che nel nostro Paese, esse tendono a essere eccessivamente condizionate dalla loro dimensione privata. Ci si aspetta, infatti, una presenza costante da parte loro in ambito domestico, soprattutto a causa dell’organizzazione sociale prevalente e dell’assenza dell’uomo, ed è ad esse che viene spesso attribuita la responsabilità nella cura e dedizione ai figli. Ne consegue che da noi le donne sono ostacolate sia nella ricerca del lavoro, sia nel mantenerlo una volta diventate madri, così come nel fare carriera nello stesso arco di tempo degli uomini.

Le difficoltà non mancano nemmeno per le donne più qualificate: per quelle più istruite è più facile superare le barriere all’ingresso e rimanere nel mercato del lavoro, ma progredire nella carriera è un percorso tutto ad ostacoli. Le differenze salariali, infatti, sono forti fin dal loro ingresso nel mercato del lavoro: a tre anni dalla laurea il guadagno mensile netto dei laureati supera del 25 per cento quello delle laureate. Secondo un’indagine dell’ISFOL (Istituto per lo Sviluppo della Formazione professionale dei lavoratori), il differenziale salariale di genere fra i laureati è pari al 32 per cento.

Anche a parità di titolo di studio, non solo le donne sono meno presenti sul mercato del lavoro rispetto agli uomini, ma hanno anche meno accesso alle posizioni più remunerate.

Vi è da subito un divario iniziale che pare poi aumentare con il passare degli anni lavorativi di una donna. Ad aggravare questa situazione ci pensano poi i figli, di cui sono soprattutto le donne a doversi occupare, come è stato accennato sopra.

In Italia, in generale, il potere decisionale femminile è piuttosto scarso, e ne è prova il fatto che sono poche le donne ad avere posti di comando nelle imprese, nella politica e nelle università. Nel nostro Paese il tema dell’uguaglianza e dell’opportunità di progredire nel lavoro, nella vita professionale ha a che vedere con il problema più generale della selezione della classe dirigente. Le donne, così come i giovani, sono poco rappresentate nelle élite del potere economico e finanziario.

Viene naturale chiedersi, quindi, se le donne italiane siano in attesa di migliori opportunità o se ritengono tutto sommato accettabile di avere un ruolo marginale nel mercato del lavoro. Bisognerebbe anche cercare di capire quante donne andrebbero a lavorare, se il contesto fosse loro più favorevole, se fossero minori gli oneri domestici e se avessero le stesse opportunità di carriera e di remunerazione che hanno gli uomini.

Considerando sia il lavoro domestico che il lavoro per il mercato, nonostante la bassa occupazione femminile, nel complesso le donne italiane lavorano più degli uomini, per il fatto che esse dedicano molto più tempo ed energie al lavoro domestico, per il quale, oltretutto, non sono nemmeno retribuite. Nel Sud d’Italia, in particolare, pesa una cultura più avversa che al Nord alla donna lavoratrice, a causa della prevalente mentalità tradizionale e patriarcale, che mantiene una divisione di ruoli all’interno della coppia.

Resta da dire, in generale, che sia a Nord che a Sud le imprese sono molto più restie ad assumere una donna rispetto ad un uomo, e questa è una conferma dell’importanza del background culturale quando si parla di occupazione femminile. In Italia le imprese si aspettano una minore dedizione all’azienda da parte delle donne rispetto agli uomini, perché consapevoli degli oneri domestici e familiari che sono a loro attribuiti. Si crea così un circolo vizioso difficile da superare.

Una particolare conseguenza della mancanza di parità di genere nel lavoro italiano, che è allo stesso tempo causa di ulteriori discriminazioni, si evidenzia nel modo in cui i media trattano dell’universo femminile e lo rappresentano. Per questo va stigmatizzata la sottostante cultura retriva, riaffermata con le tecnologie più moderne e invasive, per gli effetti negativi sulla parità nella famiglia, nella società e nel mercato.

Un paese civile e democratico, in cui valgono ancora qualcosa i principi di giustizia ed equità non può mostrarsi indifferente e non reagire a questa situazione. Garantire una parità di accesso al mondo del lavoro a uomini e donne dovrebbe essere sia un obbligo che un dovere morale per le istituzioni, visto che si tratta di diritti fondamentali che dovrebbero essere assicurati a tutti cittadini. Inoltre, avere una maggiore partecipazione femminile nel mondo del lavoro, nei vertici di imprese e in politica, equivarrebbe a un guadagno economico per tutti, e a un beneficio ampio per tutto il Paese. Inutile dire che non valorizzare la donna porta a un inevitabile spreco di talenti e di possibilità, sia per la stessa donna che per il suo paese di appartenenza. E’ in gioco, infatti, la produttività del Paese, visto che le donne hanno recentemente superato gli uomini in termini di istruzione, il ché dimostra che non sono affatto meno degne o meno capaci di essere produttive e competitive. Un fattore chiave per il rilancio dell’Italia e del suo PIL, uno dei tanti che finora sono stati completamenti ignorati, è la maggiore valorizzazione della donna nel suo insieme, così come il fornirle maggiori appoggi affinché possa conciliare la vita familiare a quella lavorativa.

Se le donne italiane lavorassero di più ne beneficerebbero, quanto a performance, molte imprese, e aumenterebbe in generale la platea dei talenti a cui attingere nella scelta di un lavoratore migliore. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è il rappresentante delle istituzioni che si mostra maggiormente consapevole di questo stato di cose, sottolineando spesso, in molti dei suoi discorsi ufficiali, l’importanza del ruolo dell’occupazione femminile come motore dell’economia. Per quanto riguarda la questione femminile, qualche segnale incoraggiante fortunatamente c’è negli ultimi tempi: alcune voci autorevoli del nostro Paese si sono espresse in favore di concrete misure che sostengano la presenza di donne ai vertici delle imprese.

L’articolo 2 della manovra approvata ieri definitivamente dal Senato consente alle imprese di dedurre dall’Irap 10.600 euro per ogni donna e giovane sotto i 35 anni assunto a tempo indeterminato. Lo sconto sale a 15.200 euro nelle regioni del Sud.

Tuttavia, c’è ancora da lavorare se si vuole arrivare a una parità dei sessi vera e propria. E’ sempre più evidente quanto sia sentita oggi l’esigenza di costruire una nuova idea di società attraverso il confronto e lo scambio fra cittadini.

Il blog “2 Euro x 10 leggi”, ad esempio, propone alcune priorità per il miglioramento della condizione femminile in Italia: dovrebbero esserci delle nuove leggi a tutela della donna, di cui una fondamentale riguarda il congedo parentale obbligatorio condiviso, introducendo quindi il concetto di “paternità obbligatoria”, così come la pianificazione di un sistema di strutture integrate, dai nidi alle ludoteche, che siano di aiuto alle famiglie. Andrebbero creati quindi asili nido di varie dimensioni, aziendali, condominiali e/o di quartiere. Secondo il blog, il sistema dovrà essere integrato con orari flessibili e presenza capillare sul territorio. La “maternità universale” dovrebbe diventare una nuova materia di legge: ogni donna che sceglie di diventare madre, sia essa single o sposata, lavoratrice dipendente o precaria, deve avere diritto, come in Francia, al sussidio di maternità.

Sono da rivedere anche le leggi sulle pensioni di reversibilità che hanno danneggiato soprattutto le donne. Bisogna deliberare sostegni reali a tutte le tipologie di nuclei familiari con figli o anziani a carico.

Quanto ai giovani (e alle giovani), vanno approvati dei provvedimenti per dare loro maggiore autonomia economica. Per questo bisogna regolamentare e monitorare, fino al divieto degli stage gratuiti, i loro contratti d’ingresso che sono troppo spesso oggetto di puro sfruttamento.

Queste priorità, tradotte in richieste di legge, sono uscite da un confronto sul web nato dall’iniziativa della giornalista Manuela Mimosa Ravasio.

E’ dunque tempo di reagire in modo costante ed efficace, per fare in modo che l’anno 2012, anno pari, segni davvero un cambio di passo nelle discriminazioni di genere esistenti in Italia, per riavvicinarci, anche da questo punto di vista, all’Unione Europea a 27. E’ fondamentale che si ‘pareggi’ per poter vincere tutte e tutti. Rendiamo questo un gioco a somma positiva per lo sviluppo del nostro Paese.


Autore: Giulia Cortese

Classe 1988, nata a Buenos Aires ma romana di adozione. Linguista e aspirante giornalista professionista, è appassionata di comunicazione in tutte le sue forme. Nel 2010 approda nel Partito Radicale, e da qui inizia il suo impegno nell’associazionismo e nella politica. Firmataria del manifesto “Fermare il Declino” di Oscar Giannino, è frequentatrice di numerosi think-thank sul pensiero liberale.

7 Responses to “Per la produttività del Paese, affrontiamo la questione femminile”

  1. le donne prevalgono nelle facoltà umanistiche e non si può pretendere che abbiano tassi di occupazioni e stipendi pari agli ingegneri.
    queste classifiche sono truccate.

    a parte il fatto che anche numericamente i divari che vengono segnalati non corrispondono alla realtà.
    ecco ad esempio cosa dice l’eurostat:
    http://epp.eurostat.ec.europa.eu/tgm/table.do?tab=table&init=1&plugin=1&language=en&pcode=tsiem040

    in Italia i contratti erano collettivi quindi non si faceva differenza tra uomini e donne.
    è una leggenda che le donne siano pagate di meno in quanto donne.
    le donne prendono stipendi meno alti perchè, per vari fattori, sono meno produttive sul lavoro.

    personalmente sono contrario a qualsiasi droga statale al mercato del lavoro.
    niente finanziamenti pubblici all’assunzione di donne(o di neri, o di immigrati,…).
    io cancellerei anche la legge per l’imprenditoria femminile!
    sono anche contrario all’obbligo di paternità.
    lo Stato deve rimanere fuori dagli accordi privati tra coniugi.

    sono invece favorevole ad un capillare sistema di asili pubblici, a detassare le aziende od i consorzi di aziende che creano nursery aziendali.
    sono per re-introdurre la legge 188 del 2007 contro la firma di dimissioni in bianco.

  2. Giulia Cortese scrive:

    Per quanto riguarda le quote rosa, sono contraria anch’io, a patto che nei posti di lavori ci sia una reale equiparazione di opportunità e di diritti tra i due sessi. Questo si dovrebbe applicare alle donne ingegnere come alle umaniste. Anche le ingegnere e le economiste sono spesso discriminate. E poi, chi ha detto che un umanista debba guadagnare necessariamente di meno di un laureato in materie tecniche o scientifiche? La società ha bisogno di persone con più tipi di background e con diversi tipi di competenze. Questa tua affermazione sulle donne è superficiale, generica e lascia il tempo che trova. Saluti.

  3. Marco Faraci scrive:

    Sono contrario al concetto di paternità obbligatoria che dal mio punto di vista non può collocarsi in una via liberale all’uguaglianza di genere, perché diminuisce, anziché accrescere, il diritto individuale alla scelta. Si tratterebbe di un dispositivo di ingegneria sociale che di fatto metterebbe fuori legge le famiglie che volessero optare per una divisione tradizionale dei ruoli e che in prospettiva potrebbe comportare anche una diminuzione della natalità scoraggiando molti potenziali padri.
    Da liberali, anziché sulla paternità obbligatoria, meglio puntare sul rafforzamento della paternità volontaria, sul rafforzamento del diritto alla paternità, incluso anche del diritto dei padri separati alla cura diritta dei figli.

  4. quale mia affermazione sarebbe superficiale? accusare a destra a manca appena si è in difficoltà con le argomentazioni non serve a nulla se non a mostrare le proprie difficoltà.

    la società ha bisogno di più tipi di conoscenze ma il mercato del lavoro richiede alcune figure professionali più di altre.
    è chiaro che le figure professionali più richieste dal mercato siano meglio pagate.
    se un genere è più presente tra queste figure professionali ovvio che sarà mediamente più pagato.
    io non voglio discriminare gli studi umanistici, è il mercato del lavoro che discrimina.

    le donne non sono discriminate negli stipendi. un ingegnere tipico ha il contratto collettivo che sia uomo o donna prende la stessa cifra.

    si può parlare di discriminazione all’ingresso, all’atto dell’assunzione. un’azienda può decidere di non voler assumere una donna per non rischiare una eventuale maternità ma lo stipendio tipico è lo stesso a parità di mansione e qualifica.
    si vuole vietare? ebbene allora ridiscuti il cosidetto libero mercato nel complesso e non solo quanto ti fa comodo.

  5. maria scrive:

    la parità esiste siamo noi donne a non volerla usare.
    cercando casa sono incappata in uomini casalinghi che gestivano la famiglia mentre la moglie era al lavoro.
    parlandone con le amiche loro si sono indignate…. le possibilità ci sono manca la volonta da parte di noi donne.
    abbiamo tutti i diritti e molti vantaggi, onestamente gli uomini con poca istruzione sono spesso relegati a fare lavori usuranti come il muratore le donne fanno le commesse .
    con le quote rosa abbiamo ottenuto un immenso privilegio.
    in futuro un uomo competente potrà essere scartato perchè maschio a vantaggio di una donna magari senza recquisti.
    le statistiche vanno indagate , delle mie compagne di liceo la maggior parte vive coi genitori per scelta molte fanno le libere professioniste in campo creativo guadagnando poco o nulla ma sono sempre scelte .
    l’ Italia da la parità se la donna non vuole usufruirne è un altra questione .
    ormai ci riserviamo tutto dalle piscine ai ristoranti agli alberghi tutto rosa .. ho un figlio maschio e tremo per il suo futuro dove se continua cosi sarà ghettizzato perchè uomo.
    siamo arrivati a un punto inaccettabile nelle università usa la lettera d’amore è considerata molestia, le donne ricevono pene più lievi a parità di reato e quasi sempre i domiciliari anche senza figli .. siamo una casta protetta

  6. maria scrive:

    concordo pienamente ho letto di figli negati , è aberrante che per ripicca personale a dei bambini sia negato il padre .
    l’uguaglianza c’è ma ora la donna spadroneggia

  7. maria scrive:

    sul terra terra i cantieri ci sono sempre quindi ci sarà sempre necessità di muratori elettricisti ecc. noi donne questi lavori non li vogliamo quindi abbiamo un bacino di utenza in meno.
    se diamo un occhiata alla piaga delle morti sul lavoro le donne si contano sulle dita di una mano.
    discriminazione negli stipendi da donna non ne ho mai vista .. certo ora che sono mamma quando cerco lavoro lo stipendio proposto è ridotto ma perchè io per prima cerco un part time non si può pretendere di lavorare mezza giornata per lo stesso stipendio .

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