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Le liberalizzazioni strategiche del settore energetico

– Liberalizzare i taxi e le farmacie porta senz’altro occupazione e benefici per i consumatori. Le rispettive lobby hanno alzato le barricate in difesa dello status quo. Nel dibattito accesosi sul tema, tutti gli argomenti esposti contro l’apertura del mercato sono fragilissimi e insufficienti a rovesciare le ragioni che rendono necessario e utile liberalizzare. L’unico spunto interessante da cogliere della vicenda di taxi e farmacie è quello secondo il quale ci sono “anche ben altri” settori dove serve brandire con decisione un’accetta per sbarazzarsi di rendite godute da poche imprese a gravare sulle tasche dei consumatori.

Questo ci pone di fronte all’obbligo di fare i conti con lobby almeno tanto attrezzate quante quelle finora puntate dalle riforme proposte dal Governo.

Un settore nevralgico per l’economia, su cui operare, è senz’altro quello dell’energia.

Partiamo dal gas. In Italia, chi volesse portare il gas nelle case degli Italiani deve far i conti con l’impero ENI, principale operatore dei servizi di approvvigionamento e vendita del gas, nonché proprietaria, tramite la sua controllata Snam, della rete di trasporto. La parità di accesso alla rete è una precondizione per la creazione di un mercato aperto, libero, contendibile ed efficiente. Il fatto di dover chiedere il permesso ad un proprio concorrente per utilizzare gli strumenti indispensabili ad offrire i propri servizi ai consumatori è di per sé un deterrente all’iniziativa economica. Una svolta liberalizzatrice, con sicuri benefici per i consumatori, passa quindi per la separazione proprietaria della rete dalla società che importa e vende gas agli Italiani.

Passiamo al settore elettrico, oggi più che mai nell’occhio del ciclone. Qui la separazione proprietaria tra la rete e l’Enel è già una realtà. Gli investimenti sulla rete sono quintuplicati in 5 anni e il mercato risulta essere più contendibile, a dimostrazione di come una separazione proprietaria favorisce la realizzazione di infrastrutture che consentono la concorrenza tra gli operatori del mercato. Un mondo perfetto? Neanche per idea.

Complice una forte crescita della capacità installata, legata più alla facilità di ottenere autorizzazioni in alcune regioni anziché in altre, vi sono ancora colli di bottiglia che non consentono di trasportare l’energia prodotta negli impianti più efficienti a tutte le zone di consumo. La conseguenza? Pochi produttori fanno il prezzo (si pensi ai mercati zonali o dei servizi). Occorre quindi continuare a investire sulla rete per risolvere le congestioni presenti. Le condizioni proposte dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas per il nuovo periodo regolatorio non sono però adeguate a mantenere il ritmo di investimenti di questi anni e rischiano di portare ad un arresto dei cantieri. Una preoccupazione comune abbraccia sindacati, associazioni ambientaliste, di consumatori e associazioni imprenditoriali: il blocco degli investimenti per lo sviluppo della rete nei prossimi 4 anni. I tassi di remunerazione degli investimenti proposti in queste settimane dall’autorithy non tengono conto in nessun modo dell’aumento del costo del denaro, della crescita della pressione fiscale e di una stima realistica dell’inflazione, variabili da sempre presenti nella metodologia di calcolo. I tassi di remunerazione, infatti, devono scontare imposte e interessi sul debito. I 7,5 miliardi di investimenti deliberati da qui al 2020 dovranno pertanto essere rivisti al ribasso con conseguente riduzione dei benefici attesi per i consumatori, in un primo tempo stimati a 1,6 miliardi di euro l’anno, derivanti principalmente dalla riduzione delle congestioni e dalla conseguente possibilità per gli impianti più efficienti di rimpiazzare i rentier che oggi decidono il prezzo in alcune aree del paese.

Un altro problema è costituito dalle rendite di posizione connesse alle rinnovabili. Non si tratta (solo) di incentivi, di cui si è tanto discusso anche in questa sede. La potenza installata in Italia alimentata da fonte solare e eolica è cresciuta in modo esponenziale e si attesta ora a circa 18500 MW. Queste fonti sono intermittenti, ossia non garantiscono la continuità della produzione. Pertanto, quando tira più vento o il sole picchia più forte, non si riesce a dispacciare (ossia immettere nel sistema elettrico) tutta l’energia producibile. I consumatori pagano comunque tutta l’energia che può essere prodotta dall’impianto da fonte rinnovabile, sia che questa sia dispacciata, sia che l’impianto sia staccato dalla rete. Quando, invece, questi impianti producono meno del previsto o mutano le condizioni atmosferiche, diventano criticità per la sicurezza del sistema elettrico e per garantire la continuità del servizio: bisogna, infatti, che siano già in funzione impianti da fonte tradizionale pronti a compensare il calo della produzione.

In sintesi, i consumatori si trovano da un lato a pagare l’energia da fonti rinnovabili, dall’altro si trovano a pagare a caro prezzo gli impianti di riserva, che quindi godono di nuove posizioni di rendita. Uniche soluzione sono: realizzare nuove opere di rete e installare nei nodi della rete più critici sistemi di accumulo capaci di assorbire l’energia prodotta in eccesso dagli impianti da fonte rinnovabile e di rilasciarla quando gli stessi impianti producono meno del previsto.

 

Tuttavia, l’opposizione di quanti vedono in pericolo le rendite di cui godono è strenua. Almeno quanto quella di tassisti e farmacisti…


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

3 Responses to “Le liberalizzazioni strategiche del settore energetico”

  1. quando il “sole picchia più forte” c’è il picco di consumo perchè si è nelle ore centrali della giornata quindi altro che non si consuma tutta l’energia!!
    le critiche bisogna farle con cognizione di causa non tanto per posizione ideologica.

  2. La parola liberalizzazioni ha assunto connotati mistici e si pensa che la sola liberalizzazione possa risolvere la crisi.
    Ebbene non è così. Studi realizzati dove è stata tentata questa riforma dimostrano il contrario.
    Come rappresentante sindacale della categoria taxi rispondo nel merito solo su quest’aspetto.
    Nel settore taxi, al contrario del luogo comune imperante, anche all’estero ci sono poche città che hanno il servizio liberalizzato. Fra queste non ne troviamo una di quelle citate ad esempio ogni giorno sulle pagine dei media: Barcellona, Lisbona, New York…
    Le licenze sono compravendute quasi ovunque come in Italia (legalmente, nella sola Milano lo stato lo scorso anno ha incassato 5 milioni di euro di imposte sulle transazioni).
    Le comparazioni tariffarie poi dimostrano ulteriormente che il mantra liberista che vuole la diminuzione delle tariffe come risultato della liberalizzazione è falso. La città europea più cara è Amsterdam ed è diventata la più cara solo dopo la liberalizzazione. Stessi risultati in Svezia, Svizzera e Irlanda (anche se quest’ultima in misura minore).
    D’altra parte anche in settori differenti (assicurazioni, carburanti, etc) le politiche liberiste hanno portato ad un aumento di costi per l’utenza. L’unico settore che ha visto una diminuzione di prezzi è quello telefonico, ma in questo caso il calo è dovuto ai miglioramenti tecnologici.
    Nel settore dei taxi inoltre vi sono meccanismi ben noti agli economisti (non quelli al servizio di qualcuno però) quali quelli delle asimmetrie informative e del costo opportunità che rendono impossibile il funzionamento del prezzo come regolatore del mercato.
    Per questo anche nei liberisti Stati Uniti il servizio taxi è strettamente controllato e con tariffa amministrata.
    Ci sarebbe piuttosto da chiedersi come mai su tutti i giornali la liberalizzazione dei taxi sia in prima pagina e non lo scandalo dei costi della politica ad esempio.
    Cordiali saluti
    Giovanni Maggiolo
    UNICA FILT CGIL

  3. enzo51 scrive:

    Sento di dover dare ragione al sindacalista:almeno in Italia qualsivoglia liberalizzazione è al servizio di qualcuno (politico o comunque legato a gruppi più o meno aggangiati alla politica).

    La maggior parte degli italiani vogliono salvare l’Italia ma chiedono a questo Governo di essere messi in grado di poter pagare tutte le tasse che questa manovra pretende ma,visto che la base della povertà si è allargata in modo drammatico,credo che chi non può pagare (e,credeteci,sono tantissimi!)non pagherà neanche un centesimo mandando così a puttane tutto il lavoro fatto fin d’ora!

    Sai ai poveracci quanto importa che questo sistema crolli? Niente!
    I furbi arricchiti e i ricchi,nonchè molta classe media hanno terrore di perdere il benessere che questo sistema gli garantisce alla faccia dei poveracci (pensionati al minimo o al massimo con reddito di € 1.200,00 netto mensile,cassaintegrati,mobilitati,disoccupati e tutto quel variegato mondo di lavoratori giovani che stenta a procurarsi un decente reddito per credere in un futuro diverso).

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