di MARIANNA MASCIOLETTI – Fa parte, crediamo, della natura umana dare più risalto alle notizie cattive che a quelle buone, lamentarsi di ciò che va male ma dare per scontato ciò che invece, magari a prezzo di fatica e sacrifici, funziona.
Il fatto, dunque, che il nuovo ministro della Giustizia Paola Severino non abbia generato nemmeno un centesimo di quel clamore politico/mediatico che ha caratterizzato i suoi predecessori, se interpretato alla luce di questa teoria, non può che rallegrare.

Appelli al confronto costruttivo; una proposta organica e articolata per intervenire sull’insostenibile situazione delle carceri; volontà precisa di combattere la corruzione e i delitti contro la pubblica amministrazione: questi i punti chiave delle prime settimane di lavoro del ministro Severino.
Dopo anni passati a dibattere sul processo breve per i ricchi e l’ “in galera” a ogni costo per i poveri, o sull’ “in galera” a ogni costo per tutti, sullo sbattere le intercettazioni in prima pagina, o sui calzini celesti di un magistrato e i capelli rossi di un’altra, pare quasi di sognare. Qualcuno torna ad occuparsi della giustizia, anziché sfruttarla per disarcionare gli avversari politici o pretendere di piegarla alle proprie necessità processuali.

E ci torna partendo dal problema più drammatico ed urgente, quello delle carceri. Il merito di aver sollevato a livello politico questa questione va senza dubbio ai Radicali, che da anni lottano per riportare nella dignità e nella legalità le “patrie galere”: la Severino, comunque, scegliendo lo strumento del decreto legge per incardinare una parziale riforma del sistema carcerario, ha dimostrato con i fatti di aver compreso la necessità e l’urgenza di intervenire. Quanto all’amnistia, il ministro ha fatto presente – a nostro avviso giustamente – che essa non è di competenza del ministero, ma andrebbe discussa e votata dal Parlamento (lo stesso Parlamento, peraltro, in cui seggono Lega e Italia dei Valori. Quiz: secondo voi la voteranno mai?). Ha comunque ribadito di non essere contraria, il che, nelle condizioni attuali, è già molto.

Si può discutere quanto si vuole del merito, del metodo, dei pregi e dei difetti di questo decreto. Lo si può chiamare spregiativamente “svuotacarceri” come certi garantisti a comando di nostra conoscenza, cercando di far ricadere su di esso la colpa di non aver mantenuto la promessa di “città più sicure”.
Lo si può accusare di essere troppo blando, e quindi di non servire a molto – anche se, non facciamo finta di dimenticarlo, in una scena politica in cui una parte grida “in galera tutti” e l’altra “in galera tutti tranne noi” difficilmente si sarebbe potuto far accettare un provvedimento più drastico. Si può contestare l’efficacia delle singole misure, come ad esempio quella sul trattenere la persona fermata in camera di sicurezza anziché portarla in carcere, o quelle sulle misure alternative alla detenzione.

Non si può, tuttavia, negare che il decreto Severino sia veramente, autenticamente ispirato ad una visione garantista della giustizia. In una fine d’anno quanto mai travagliata ed inquieta, in un triste Natale di crisi, forse questa, per chi non è garantista per censo, per amicizie o per appartenenze politiche, ma sempre e comunque, a qualunque costo, è l’unica, vera buona notizia.

NB: quest’articolo è stato scritto anche grazie alla consulenza di una persona che ci prega di non citare il suo nome. Rispettiamo la sua volontà, ma ringraziamo comunque per il contributo.