“E’ tuo il mio ultimo respiro?”, riflessioni sulla pena di morte

– Pier Paolo Pasolini, in un suo documentario dal titolo: “Appunti per un’Orestiade africana”, mostra la fucilazione di un soldato nero. A quel punto, la voce di commento, di Pasolini stesso, smette di parlare, ritenendo che di fronte a tanta atrocità ogni parola sarebbe inadeguata. Così l’esecuzione è mostrata in un completo silenzio.

Il regista Claudio Serughetti ha realizzato un documentario sulla pena di morte nel mondo. Il titolo è una domanda: “E’ tuo il mio ultimo respiro?”. E’ uscito in libreria, in DVD, pubblicato dall’Istituto Luce.

Oggi, video che riprendono esecuzioni capitali sono reperibili con facilità su Internet, anche sul popolarissimo Youtube. Serughetti ha dovuto fare una scelta: mostrare tali video o no? E nel caso: mostrarli come?
Egli ha scelto di inserirli nel film, senza omettere neanche i dettagli più terribili; con l’argomento, credo condivisibile, che l’orrore va raccontato attraverso l’orrore. L’eufemismo, l’autocensura, specie in un documentario, costituirebbero quasi un peccato di falsa testimonianza.
Quanto al modo con cui li ha mostrati, ha scelto forme diverse rispetto a quella, spoglia e quasi sacrale, del documentario di Pasolini.

Il suo film inizia con un “montaggio” molto bello. Ha avuto un’idea semplice ma illuminante. Ha intercalato fra loro le riprese di esecuzioni capitali in vari paesi del mondo (come la Cina, gli Stati Uniti e l’Iran) fase dopo fase: l’apertura della cella dove è rinchiuso il condannato, il cammino verso il patibolo, gli atti con cui il boia o il plotone di esecuzione si preparano a ucciderlo, l’attesa della morte da parte del condannato; e infine l’esecuzione stessa.

Dico che è un montaggio illuminante perché suggerisce che al di là di luoghi, di popolazioni, di strumenti di morte diversi, esiste un profondo tratto comune, transnazionale, nella cerimonia dell’esecuzione capitale: l’assoluta, tremenda incomunicabilità tra il condannato a morte e lo Stato (o meglio: coloro che in nome dello Stato sono incaricati di ucciderlo).
Il condannato può tremare o impallidire per il terrore; o può apparire privo di emozioni e di pensieri. In ogni caso le sue reazioni sono come sotto vuoto; perché è chiaro che niente ormai può scalfire la procedura rigida e inesorabile della sua messa a morte.

Va detto che non sempre le scelte del film di Serughetti sono altrettanto belle. Certe volte divide lo schermo a metà e usa le immagini delle esecuzioni a commento o a contrappunto delle parole di un intervistato. Altre volte usa una voce fuori campo per interpretare i pensieri o le fantasie del condannato. In questi io ho rimpianto la scelta austera del film di Pasolini. Perché il momento della morte è intimo e come sacro. E così le immagini di una morte reale mal sopportano di essere giustapposte ad altre immagini. E stride una voce che, sia pure animata dalle migliore intenzioni, le più umanitarie, pretenda di frugare tra i pensieri del morente.

Ma il film di Serughetti non è principalmente una collazione di esecuzioni. Contiene per lo più interviste a personalità della cultura, dell’arte e della politica che discutono sulle ragioni della pena di morte; o meglio: sulle ragioni per cui la pena di morte andrebbe abolita. Tra gli intervistati ci sono: Peter Gabriel, Dario Fo e Franco Rame, Bernardo Bertolucci, Marco Bellocchio, Oliviero Toscani, Marco Pannella ed Elisabetta Zamparutti dell’associazione Nessuno Tocchi Caino che ha copromosso il film.

Uno dei temi ricorrenti è se la pena di morte sia una barbarie, intesa come mancanza di civiltà; o sia l’espressione di una civiltà che si ritiene superata e da combattere. Questo secondo punto di vista è espresso in particolare da Pannella, per il quale la pena di morte è espressione di una civiltà che pretende di estirpare il Male attraverso l’eliminazione del reo, che di quel Male è considerato l’incarnazione.
Un lavoro, questo di Serughetti, serio e interessante.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

3 Responses to ““E’ tuo il mio ultimo respiro?”, riflessioni sulla pena di morte”

  1. Parnaso scrive:

    La pena di morte è espressione di una civiltà che pretende di estirpare il Male attraverso l’eliminazione del reo,
    così come l’eutanasia è è espressione di una civiltà che pretende di estirpare la Malattia attraverso l’eliminazione del malato,
    così come l’aborto è espressione di una civiltà che pretende di estirpare il bambino indesiderato attraverso l’eliminazione del feto/embrione.
    Questi 3 casi hanno in comune l’elemento mortuario che conduce all’eliminazione fisica della persona indesiderata.
    E’ strano che chi si stupisce di condannati a morte per atroci delitti sia insensibile davanti al dolore di chi soffre nella malattia, o al dolore di chi è senza voce e non può difendersi dalla pena di aborto. I colpevoli sono da compatire e gli innocenti da eliminare con il consenso dello Stato? Anche Gesù Cristo riconosce a Cesare il potere di metterlo a morte.

  2. Stefano scrive:

    Eutanasia: hai sbagliato il soggetto, per l’eutanasia è l’individuo che decide per se, non altri.
    Aborto non ha come oggetto bambini, bensì feti/embrioni come dici giustamente. Un progetto potrebbe non esserci mai stato e, poi interrompere un progetto che reato sarebbe?
    Il fatto è se sul suo corpo sia l’individuo a decidere o altri per lui. Io per me non voglio intrusi o intrusioni sia chiaro.

  3. Chiara scrive:

    Ti contraddici, nell’aborto si pone fine a una vita già cominciata quindi che senso ha censurare la pena di morte e approvare l’aborto?
    In entrambi casi si tratta di eliminazione volontaria di un altro essere umano.
    Non sempre l’eutanasia corrisponde alla scelta del malato, per questo sono assolutamente a favore del testamento biologico.
    Tornando al soggetto, come si può pensare di fare giustizia commettendo un reato, l’omicidio? E come possiamo ergerci a giudici con potere decisionale sulla vita altrui?
    Come possiamo decidere se una vita è degna o no di essere vissuta, se si merita o no di esistere?

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