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I blue dogs? Non mordono. Nè in Italia nè negli Usa

Il ruolo delle minoranze moderate nei partiti riformisti è particolarmente delicato. Esse possono arrivare a gettare le basi per creare consenso anche nello schieramento avverso, pur sempre rischiando di ricevere gli ostracismi della base militante e pur sempre esercitando una forte pressione, nelle gerarchie interne, che scoraggia la diretta proclamazione di una linea ufficiale più radicale.

Negli Stati Uniti, questo ruolo, talvolta fondamentale, assai spesso scomodo ed inviso, è stato tradizionalmente svolto dalla corrente moderata del Partito Democratico: cani blu, convenzionalmente opposta all’altra “grande minoranza” di quel partito, la sinistra tradizionale, orientata in qualche misura a posizioni più vicine alla socialdemocrazia che al riformismo liberale e liberista. Il Presidente Obama ha ricevuto molti voti da questa area progressista del partito, ma la luna di miele è stata troppo breve per poter parlare, in definitiva, di una Presidenza Obama schiacciata sulle posizioni dell’old left democratica.

Anzi, si moltiplicano gli editorialisti liberal che prendono le distanze da Barack Obama e denunciano ai quattro venti una rivoluzione, più che tradita, mai davvero iniziata. Era facilmente prevedibile: Obama si è trovato nel più classico “pasticcio” da centrosinistra europeo d’annata. Ha contrattato faticosissime riforme sociali (come quella sanitaria), che hanno avuto il singolare demerito di scontentare le avanguardie di Sinistra, alla ricerca perenne del “di più, di meglio, di più forte”, e, contemporaneamente, la larghissima fetta di elettori che avrebbero preferito non ritoccare un sistema consolidato, specie con la contropartita di un’immagine presidenziale logorata e di annunciati sacrifici economici.

Sarebbe sbagliato, tuttavia, far dei blue dogs l’opposta avanguardia liberista del partito: essi convergono verso il centro, non hanno una piattaforma tipicamente liberal né sui diritti umani, né su quelli civili, hanno prudentemente osteggiato, talvolta votando sì e talvolta no, le riforme sociali. Bene: se, nel Partito Repubblicano, la ventata dei Tea parties è stata presto affievolita dall’incapacità di focalizzare proposte compatibili con un assetto organico e unitario, e le candidature maggioritarie sembrano all’insegna del traditional conservative, nel Partito Democratico le cose si metteranno realmente male, se la Presidenza non saprà rivitalizzarsi per il tramite di programmi più netti e più chiari su una serie di questioni, tutto fuorché chiuse (enumeriamo: politica energetica, ruolo internazionale con specifico riguardo alle missioni militari estere, contenimento della spesa).

Per dirla gramscianamente, i blue dogs non hanno mai esercitato vera egemonia nel Partito Democratico; eppure, hanno sciupato un’occasione che difficilmente ricapiterà loro, quando nelle ultime elezioni di mid-term i loro candidati non hanno affatto contribuito ad alleviare le copiose perdite del partito, dando prova, se possibile, di indici di popolarità ancor più da rivedere al ribasso. Fosse andata diversamente, ce ne sarebbe stato da mettersi a ridiscutere la stessa leadership democratica.

Il blue dog nostrano è una specie che non rischia, a differenza del collega statunitense, né l’estinzione, né la marginalizzazione. Il deficit di elaborazione politica, però, non è meno pesante. Nel Partito Democratico italiano, la vocazione al centrismo sembra esser stata la comoda panacea di troppi mali: la possibilità di acquisire consenso terzo e moderato non appare essersi realizzata, soprattutto al livello nazionale (ma con qualche meritoria eccezione sul piano locale); l’introduzione di temi di riformismo economico è semplicemente non pervenuta; la posizione sui temi del lavoro non consente di avere grandi criteri orientativi per collocarsi tra la difesa socialdemocratica di Fassina e il prontuario di proposte, in ottica liberalizzatrice, di Ichino (sul quale, la stessa traditional left all’italiana, se voleva essere realmente oppositiva e alternativa, ha di molto tardato a concepire un giudizio attendibile e sereno).

Ai blue dogs a stelle e strisce pur alcuni meriti possono darsi. Innanzitutto, son riusciti a passare da organizzazione prevalentemente regionale a coalizione diffusa nel territorio federale; in seconda battuta, nel contesto di provvedimenti altamente divisivi possono favorire, da buoni pontieri, delle convergenze minime (anche se, ripetiamo: non certo “convergenze minime” possono richiedersi in tempi di crisi, ma scelte coraggiose e sostanziali); da ultimo, hanno sviluppato un profilo meno interventista, sui temi di legalizzazione, depenalizzazione e bioetica su cui, invece, si batteva, con toni netti ma poco frutto, la Sinistra del partito. Meglio tacere e resistere, che spaccare e mettersi a contare chi sta di qua e chi di là.

Dal Minnesota, Collin Peterson ha aspramente criticato gli strumenti di propaganda utilizzati per favorire l’approvazione delle misure ambientalistiche di Obama, pretendendo una complessiva ridiscussione del tema, anche per favorire l’intervento dei piccoli gruppi di imprenditoria rurale del suo Stato;  il “decano” democrat-conservative Sanford Bishop ha fatto dichiarazioni pubbliche a favore di Ron Paul, sostenendo che il Partito Democratico sta seriamente rischiando di perdere la propria tradizione di fedele coerenza al costituzionalismo statunitense. Per non parlare delle referenti femminili della corrente: Loretta Sanchez è influente membro della coalizione bipartisan “Congressional Human Rights Caucus” e, nonostante il perdurante contrasto alle legislazioni favorevoli ai matrimoni omosessuali, ha recentemente promosso delle meritorie iniziative contro la dispersione scolastica e per un piano di sicurezza sul lavoro, non basato su nuovi interventi legislativi, ma su una maggiore duttilità ed efficacia degli strumenti di controllo; Gabrielle Giffords insiste nel proporre una implementazione delle politiche migratorie ed è una convinta pro-choice in tema d’aborto (pur avendo, mano a mano, diluito l’argomento nelle ultime apparizioni pubbliche).

Nello scenario politico nostrano, poco propenso a rivendicazioni laiche, anche su sponda sinistra, molto incline a ponti e patteggiamenti anche sugli estremi, il moderatismo democrat dimostra di avere spazi ancora più ristretti: eppure, troppa poca autocritica giunta ancora da quel fronte.


Autore: Domenico Bilotti

Nato a Cosenza nel 1985, vive e lavora principalmente a Catanzaro (raro caso di mobilità professionale verso Sud). Dottorando di ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico Europeo, si occupa di diritto ecclesiastico, relazioni tra Stati e Chiese, laicità e bioetica. Suoi saggi, tra gli altri, sono pubblicati su riviste e web-zine come: Euprogress, Diritto & Diritti, LiberalCafé, politicamentecorretto, Stato,Chiese e pluralismo confessionale.

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