di PIERCAMILLO FALASCA – C’è un enorme equivoco nel dibattito relativo alla riforma del mercato del lavoro, ben riassunto dalle dichiarazioni rilasciate ieri da Nichi Vendola: “Se dicono che per garantire i precari bisogna precarizzare i garantiti riprendere la lotta di classe”.

E’ il solito errore concettuale di una certa sinistra, illudersi e illudere che sia possibile aumentare per tutti il livello delle tutele, magari allineandolo a quello dei lavoratori più garantiti, come se ogni intervento di welfare economico o di maggiore protezione normativa non comportasse dei costi.

Durante la Grande Depressione, l’allora presidente statunitense Hoover tentò di arginare gli effetti più nefasti della recessione americana bloccando il calo dei salari. Con i prezzi al consumo in caduta libera, anche le remunerazioni tendevano a diminuire, ma Hoover e i suoi collaboratori credettero che congelare i livelli salariali pre-crisi avrebbe evitato il crollo della domanda di beni e servizi da parte degli americani. Il risultato fu catastrofico: il costo del lavoro divenne eccessivo, tanto che le imprese videro diminuire i loro margini di profitto e con esso gli investimenti; la disoccupazione aumentò ben oltre il 20 per cento.

Una vicenda tanto drammatica dovrebbe convincere anche i più strenui difensori dei diritti dei lavoratori che spesso le regole troppo pretenziose possono danneggiare proprio coloro che si pensa di proteggere: nel caso del mercato del lavoro italiano, rendere molto complicato il licenziamento per ragioni economiche nelle imprese con almeno 15 dipendenti determina di fatto il nanismo delle imprese e la polarizzazione dei lavoratori più giovani entro i confini delle formule contrattuali atipiche.

La domanda da porsi è la seguente, scevra da ogni condizionamento ideologico: a cosa serve l’intervento pubblico nel mercato del lavoro? A tutelare la parte contrattuale più debole e ad offrire una forma di ammortizzazione sociale ai lavoratori che incorrono nei rischi della disoccupazione, della obsolescenza delle loro competenze, dell’affaticamento fisico degli anni e della difficile conciliazione tra vita e lavoro. Questo ruolo assicurativo dello Stato non può essere più eluso con la rigidità dei posti di lavoro, con la pretesa di salvare i posti di lavoro in quanto tali. Sia le aumentate esigenze di flessibilità delle imprese, chiamate ad adeguare rapidamente i propri modelli organizzativi alle mutevoli condizioni del mercato internazionale, che il maggior apporto al reddito nazionale assicurato dalla cosiddetta “economia della conoscenza” rendono ormai anacronistici gli interventi pubblici orientati alla tutela del posto di lavoro (magari in settori decotti e poco produttivi) e non invece alla formazione e alla riqualificazione dei lavoratori disoccupati.

Da molti punti di vista, la rigidità del mercato del lavoro italiano è un alibi per chi preferisce rimandare sine die la modernizzazione del sistema di welfare per non pagarne gli inevitabili costi ideologici, politici ed economici.