– Nel nostro Paese c’è qualcosa che sfugge alla logica quando si tenta di affrontare il tema delle liberalizzazioni. Il variegato mondo delle corporazioni, avvocati, notai, farmacisti, tassisti, ma anche (pensiamo) bidelli, dog sitters e qualunque altra astrusa categoria esistente, trova per magia una combattività intransigente quando solo si ipotizza un cambiamento delle regole che la investa. Una reazione che sta a metà fra la sindrome Nimby e un famoso slogan pubblicitario: toccatemi tutto ma non il mio….privilegio.

L’ultima levata di scudi, ben raccontata nell’articolo di Piercamillo Falasca, riguarda farmacisti e tassisti. Qualche mese fa assistemmo al ricatto della lobby forense presente in massa in Parlamento.

Dunque perché liberalizzare, ovvero fare quelle riforme dette a costo zero, è così difficile?

Intanto bisogna osservare che i settori oggetto di riforma evidentemente non la percepiscono come a costo zero. I tassisti che bloccano le strade di Roma hanno acquistato la licenza a caro prezzo; si dividono un mercato che non ha prospettive di crescita e scioperando sostanzialmente difendono il tozzo di pane che mettono a tavola.

Ogni categoria “liberalizzabile” sente di avere qualcosa da perdere con la apertura al mercato. E’ così per le professioni, timorose ad esempio che una abolizione dei minimi tariffari consenta al mercato di spingere in basso il prezzo che remunera certi servizi o certi professionisti; è così per i giornalisti perché un ordine professionale rappresenta comunque una tutela per chi è all’interno e una barriera per chi ci vuole entrare; è così per i farmacisti che non hanno nessun problema a dimostrare quanto la vendita libera di farmaci in una determinata fascia metta a rischio le loro tasche già provate da elevati costi di gestione e da crediti a lungo e lunghissimo termine vantati nei confronti delle Regioni. In definitiva il cambiamento viene percepito sempre come un rinunciare a qualcosa senza avere niente in cambio.

Con ogni probabilità c’è anche un altro ostacolo di ordine socio-culturale.

Gli italiani non sono “abituati” alla libertà. Sin dal Regno d’Italia, passando per il ventennio prima e attraverso la Prima Repubblica poi, sono stati educati allo Stato protettore, quando non anche promotore di privilegi. Non è un caso che persino quelle forze politiche che in teoria si rifarebbero ad una ideologia liberale difendano all’occasione lo status quo corporativo.

Si può uscire da questa spirale e dare alla nostra economia la possibilità di liberarsi dai lacci che la bloccano?

Se l’analisi è corretta, si può ad una condizione: che la rinuncia al privilegio sia ripagata in modo tangibile e subitaneo, ad esempio con un alleggerimento della pressione fiscale. Diceva qualche sera fa l’on. Antonio Martino che gli italiani non sono stupidi; se il fisco diventa rapace cercano gli escamotage per non subirlo, se viene loro tolto qualcosa se la riprendono (con gli interessi) da qualche altra parte.

Questo significa che i problemi contro i quali combattiamo non si possono affrontare e risolvere a colpi di decreto, ma vanno accorpati in un’unica visione complessiva e prospettica della macchina statale, che tenga conto tanto dei saldi di bilancio quanto della sopportabilità dei sacrifici richiesti. Non può esserci un inasprimento dei controlli dell’Agenzia delle Entrate senza un alleggerimento della burocrazia; non può esserci una riduzione del perimetro del welfare senza un ridimensionamento contestuale del carico fiscale; non può esserci una lotta all’evasione se i patti non sono rispettati da chi li impone.

Raggiunto questo traguardo è anche possibile che l’aver assaporato il sapore della libertà faccia dimenticare ai più gli ingannevoli confort della pianificazione di Stato.