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La Francia e l’Europa: sarà l’ora della verità?

Tutto accade come se l’esperienza non contasse. Come se, in materia di integrazione europea, le numerose sperimentazioni intergovernative di questi ultimi due decenni non ci fossero mai state realizzate o avessero prodotto qualche passo in avanti significativo nel processo di consolidamento e di democratizzazione dell’Unione.

Che si tratti dell’attuale crisi che viene definita economica e finanziaria – ma che è di fatto politica – e della sua “ gestione” intergovernativa quanto meno erratica; che si tratti del Presidente  – intergovernativo – del Consiglio europeo tirato per la giacchetta tra Berlino e Parigi; che si tratti dell’Alta Rappresentante – intergovernativa – per la politica estera e del suo servizio diplomatico (Servizio Comune d’Azione Esterna) forte di 6000 persone di cui a malapena si riesce a percepire l’azione; che si tratti della politica – intergovernativa – di difesa e di sicurezza comune inesistente, è giocoforza constatare che le grandi innovazioni intergovernative dei trattati hanno prodotto né più né meno le sole cose che potevano produrre: poco o niente in termini di governabilità dell’Unione, molto – e sempre di più – in termini di frustrazioni democratiche nei cittadini europei e nei 25 Stati membri considerati come quantità trascurabile da parte della coppia franco-tedesca.

Contrariamente a ciò che sostengono numerosi commentatori dell’Esagono (1)  e non solo la linea di demarcazione tra le visioni dell’Europa non passa in primo luogo tra una visione “britannica” e una visione “francese”. La prima, fondamentale divisione è tra quelli che si iscrivono nel seguito di Jean Monnet – i “comunitaristi” – dove ritroviamo in particolare i Paesi fondatori dell’Unione con l’eccezione della Francia, ed i fautori di una visione “gollista”, nelle sue due declinazioni: una declinazione “francese” che punta a modellare l’Unione dall’interno, ivi compreso allo scopo di farne una leva per le proprie ambizioni nazionali, ed una declinazione “britannica”, più leggera, che punta a fare dell’Europa un luogo integrato nella stretta misura di ciò che è necessario al dispiegamento di una economia aperta.

In Francia questo approccio “gollista” è e rimane evidentemente quello dei neo o dei post-gollisti e, oggi, del primo fra di loro: il Presidente della Repubblica. Ma – più strano – si tratta anche della posizione di personalità comunemente considerate “europee”. E’ la posizione del commissario europeo Michel Barnier che raccomanda una fusione della presidenza del Consiglio europeo e della Commissione (2) . E’, ancor più sorprendentemente, quella di François Bayrou, il candidato centrista considerato come la punta di diamante degli pro-europei di tutte le Gallie : “Difendo dal 1999  l’elezione a suffragio universale di un presidente che coordinerà il Consiglio e avrà autorità sulla Commissione ” diceva recentemente sulla stampa. (3)

Il sovranismo francese e il pregiudizio antitedesco

Eppure come sottolinea le Monde (4)

A bloccare le cose è la cultura souverainiste della Francia: le reticenze quasi genetiche di Parigi a tutto ciò che assomiglia ad una delega di potere a beneficio di una istanza comunitaria che sarebbe incaricata di armonizzare le politiche di bilancio .

Questo approccio è cosi radicato nelle élites francesi che esse sono diventate incapaci di affrontare politicamente e serenamente le proposte politiche provenienti da altri Paesi dell’Unione. Nei confronti della Germania, la Francia riproduce oggi l’atteggiamento che assunse di fronte alla proposta Schaüble/Lamers del 1994 sul “nocciolo duro franco-tedesco”: silenzio infastidito, leggerezza. Ne testimoniano le reazioni, rare peraltro, nei confronti della mozione adottata alla quasi unanimità dal congresso della CDU (5)   a favore dell’elezione al suffragio universale del presidente della Commissione: “Non sono che quattro righe nella mozione finale”, “un dispetto” alla Francia. Mentre altrove assistiamo ad una irruzione di commenti a dire poco sfumati: “Oggi è di nuovo la Germania che tiene nelle sue mani l’arma del suicidio collettivo del continente”, “la Germania ha la responsabilità totale nel fallimento del sistema”, “il governo della zona euro di domani non può essere germano-tedesco” (6)  .

Per François Heisbourg siamo di fronte ad un vicolo cieco (7):

Alla constatazione che non può esserci salvezza per l’euro senza istituzioni federali si oppone il rigetto di soluzioni federali da parte dei nostri popoli ed dei nostri dirigenti.

Una diagnosi almeno parzialmente contestabile. Siamo così sicuri, per esempio, che tra i numerosi argomenti che hanno nutrito, apertamente o meno, il famoso “no” al referendum del 2005 non figurino nei primi posti le persistenti carenze democratiche dell’Unione europea? In un altro registro, ciò che viene etichettato come “paura del mercato” non riflette piuttosto, accanto alla constatazione di una certa anchilosi di una parte delle economie europee, una diffidenza molto forte tanto nei confronti dell’attuale capacità di governo dell’Unione – Commissione europea debole, coppia franco-tedesca profondamente divisa – quanto nei confronti di un futuro governo europeo fondato su di un direttorio, quand’anche formalmente allargato, composto dai capi di Stato e di governo, come proposto dal presidente Sarkozy?

Per un governo democratico dell’Unione

Se questa doppia diagnosi è esatta, due conclusioni dovrebbero imporsi: bisogna rafforzare risolutamente la democrazia europea e creare un vero governo dell’Unione. In altri termini, si tratterebbe di trovare un compromesso dinamico tra le tre visioni dell’Europa: “britannica”, “francese” e “comunitaria”.

Ai fautori dell’approccio “britannico”, si potrebbe garantire:
1.    il mantenimento dell’unità istituzionale dell’Unione (8) ;
2.    la facoltà perenne (e non più una deroga) per qualsiasi Stato membro di non partecipare all’unione monetaria o a qualsiasi altra cooperazione rafforzata;
3.    l’apertura di negoziati seri in vista dell’adesione tra 10-15 anni della Turchia, dell’Ucraina, della Moldavia e della Georgia.

Ai fautori dell’approccio “francese” :
1.    una presenza rafforzata e continua degli Stati membri nelle istituzioni europee grazie a un rinnovamento del Consiglio, trasformato in un vero e proprio Senato europeo dove siederebbero per ciascuno degli Stati membri tre “super-ministri”: un ministro di Stato degli Affari esteri e della Difesa, un ministro di Stato dell’Economia, delle Finanze, del bilancio e degli Affari Sociali, un ministro di Stato senza portafoglio incaricato di tutte le altre materie per le loro implicazioni europee. Vera e propria interfaccia tra gli Stati membri e l’Unione, questi ministri risponderebbero di fronte ai parlamenti nazionali. (9)
2.    La creazione, sotto forma di cooperazione rafforzata, di un esercito europeo comune e “comunitario” (10)   incaricato di attuare le operazioni di mantenimento e di ristabilimento della pace, di lotta contro la pirateria, di evacuazione dei cittadini europei …

Ai fautori dell’approccio “comunitario”:
1.    la democratizzazione dell’Unione attraverso l’elezione a suffragio universale del Presidente della Commissione europea e l’abolizione susseguente del principio di collegialità;
2.    la strutturazione della zona euro grazie ad una cooperazione rafforzata (11) , con la creazione di un FME, alimentato dalla tassa sulle transazioni finanziarie ed in grado di prestare agli Stati in difficoltà a dei tassi vicini a quelli della Germania.
Si sa – tutta l’esperienza della costruzione europea lo mostra e eminenti sociologi lo hanno teorizzato – che la soppressione del diritto di veto non provoca la marginalizzazione dell’uno o dell’altro degli attori. Al contrario! Essa è all’origine del ritorno del dibattito, dello scontro creativo delle idee, dello studio di compromessi accettabili per tutti.

Ma per quelli che manterrebbero malgrado tutto dei dubbi sulla possibilità di difendere gli interessi della Francia, ricordiamo che in virtù del meccanismo della doppia maggioranza come definito nel Trattato di Lisbona (12)   quattro Stati membri – non importa quali – bastano nell’Unione a 27 per costituire una minoranza di blocco. Nella zona euro a 19, questa minoranza di blocco è formata dalla Francia e dalla Germania o dalla Francia e dall’Italia o ancora dalla Francia e da altri due stati più “piccoli”.

La Francia avrebbe a tal punto perso fiducia in se stessa, nella sua capacità di difendere delle posizioni, di prendere delle iniziative, di proporre, di convincere? Avrebbe finito per credere di essere oggi meno la Francia, meno francese, di quanto lo fosse nel 1957, al momento della firma del Trattato di Roma? Non lo crediamo.

Al contrario, speriamo dal prossimo presidente della Repubblica che iscriva la Francia nel cuore della dinamica europea, che smentisca l’amara conclusione di Arnaud Leparmentier secondo il quale “la Francia fece fallire tutti i tentativi, della Comunità europea di difesa nel 1954 al “no” alla Costituzione europea del 2005”. (13)

Note
1. Vedere tra l’altro Olivier Ferrand, le Monde.fr, 14 novembre 2011
2. « Il governo della zona euro deve essere sia più reattiva sia più politica. Oggi è del tutto naturale che questo leadership soit issu dal Consiglio dei Capi di Stato e di governo. Ma la mia convinzione personale è che un giorno avremmo bisogno di andare più in là, creando un vero ministro europeo dell’economia e delle finanze, istituzionalizzato, sintesi della doppia competenza della Commissione europea e del Consiglio. » « Cinq clés pour une gestion européenne de la crise. Il faut rétablir la confiance en faisant preuve d’unité », Michel Barnier, Le Monde, 21-22 août 2011
3. « Hollande parle comme si c’était fait », François Bayrou, Libération, 22 novembre 2011
4. Ce grand marchandage qui peut sauver l’euro », Editoriale, Le Monde, 25 novembre 2011
5. Congresso della CDU del15 e 16 novembre 2011
6. Nell’ordine, Jacques Attali, Jacques Myard, Hubert Védrine, « La crainte de l’ « Europe allemande » resurgit chez les dirigeants français », Le Monde, 25 novembre 2011
7. « L’Europe finira-t-elle comme l’Union soviétique ? Seules des institutions fédérales sauveront l’euro », François Heisbourg, Le Monde, 10 novembre 2011
8. Per l’Eurogruppo (e per tutte le cooperazioni rafforzate) tutti i rappresentanti degli Stati membri partecipano ai lavori del Consiglio, solamente i rappresentanti degli Stati membri della zona euro votano. Stessa cosa al PE, come preconizza Pervenche Berès «  only MEPs from eurozone members would be allowed to vote. »  « Parliament risks being left behind », The European Voice, 17 novembre 2011
9. Cio’ consentirebbe di evitare di aggiungere confusione all’attuale confusione istituzionale, come succederebbe con la proposta di Alain Lamassoure e Jean-Louis Bourlanges che auspicano la creazione di una istanza rappresentativa dei Parlamenti nazionali. “Occorre creare un’assemblea della zona euro, accanto al Parlamento europeo, composta dai rappresentanti delle commissioni delle finanze dei diversi parlamenti della zona euro.” («La crise accélère le débat sur la construction politique de l’UE, le Monde, 18 novembre 2011)
10. Gli Stati membri mantengono i loro eserciti nazionali
11. “Per quanto mi riguarda darei la priorità alla trasformazione dell’eurozona in cooperazione rafforzata (come consentito dai trattati)”, in “Monsieur Delors dénonce le ‘coup de poker’ de Sarkozy et Merkel”, le Monde, 19 octobre 2011
12. Trattato di Lisbona, Articolo 16 § 4 : “A decorrere dal 1° novembre 2014, per maggioranza qualificata si intende almeno il 55% dei membri del Consiglio, con un minimo di quindici, rappresentanti Stati membri che comprendano almeno il 65% della popolazione dell’Unione. La minoranza di blocco deve comprendere almeno quattro membri del Consiglio; in caso contrario la maggioranza qualificata si considera raggiunta.”
13. La réaction néogaulliste de Sarkozy, Le Monde, 23 novembre 2011


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

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