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Esteri/.1 Facciamo le riforme liberali, non la guerra

– Nel corso dell’ultimo anno la politica estera è tornata ad assumere una notevole rilevanza nell’area mediterranea, con le rivolte ed i mutamenti che hanno attraversato molti paesi arabi e con l’intervento militare contro la Libia di Gheddafi, al quale anche il nostro paese ha scelto di prendere parte.
Il livello di tensione difficilmente scenderà nei prossimi mesi e nuovi fronti potrebbero aprirsi, in particolare per quanto riguarda il programma militare iraniano.

In Italia raramente si discute di politica estera e quando lo si fa, il più delle volte lo si fa in virtù di alcuni riflessi condizionati, per cui ci si scopre pacifisti o interventisti a seconda che si tratti della “guerra di Bush”, di Obama, di Berlusconi, di D’Alema o di Napolitano.
Eppure sarebbe quanto mai necessaria una riflessione seria e non viziata dal dibattito destra-sinistra sul modo migliore di difendere gli interessi del nostro paese e di sostenere i nostri alleati. In particolare occorrerebbe riflettere sull’opportunità di continuare a coinvolgere le nostre truppe in operazioni militari all’estero, ogni volta che non sia strettamente necessario.

La sicurezza dell’Italia e dell’Occidente richiede evidentemente di mantenere delle forze armate efficienti in grado di rappresentare una minaccia per chiunque abbia in mente di perseguire scopi aggressivi. Naturalmente una strategia basata sulla deterrenza è credibile solo se si è effettivamente disposti a passare ai fatti quando qualcun altro inizi un uso offensivo della forza.
In questo senso è chiaro che ad un’aggressione militare contro una nazione è utile e legittimo che segua una sanzione internazionale.

Il problema è che negli ultimi anni sono aumentati i casi in cui i paesi occidentali hanno intrapreso azioni militari contro alcuni paesi che non avevano iniziato una guerra esterna.
In questi casi l’ingerenza è spesso giustificata ufficialmente sulla base di considerazioni di minaccia potenziale o di difesa dei diritti umani delle popolazioni. Quasi sempre, tuttavia, finisce per emergere in fretta la ragione più profonda che ha portato all’intervento, cioè l’obiettivo del “regime change”.

E’ evidente che prescindere dal criterio della rappresaglia nei confronti di un’aggressione esterna perpetrata da uno Stato – ed accettare l’idea di iniziative militari preventive ed “umanitarie” – accresce a dismisura il potere discrezionale dei governi, legittimando scelte di intervento o di non intervento sostanzialmente a piacere.
E’ in un buona sostanza un interventismo à la carte che si presta all’accusa di essere ispirato da altri criteri che non siano quelli di un genuino interesse per i deboli.
Perché in Libia e non in Siria? Perché è giusto fare la guerra in nome delle vittime civili di Saddam, quando non la si fa in nome dei morti in Darfur?

Stiamo usando – indiscutibilmente ed inevitabilmente – “due pesi e due misure” e ciò va a detrimento del prestigio internazionale dei nostri paesi ed è destinato a fornire solide argomentazioni a chiunque nel mondo persegua strategie a noi avverse.
Ed ogni vittima innocente che le nostre guerre provocheranno guadagnerà centinaia di persone, anche in buona fede, alla causa antioccidentale.

Dopo la caduta del comunismo, l’America ed i suoi alleati hanno goduto di un ventennio di sostanziale primato politico e militare. Con la Russia più ripiegata verso l’interno ed il potenziale di India e Cina ancora parzialmente inespresso, l’Ovest ha coltivato l’ambizione di poter assurgere a poliziotto mondiale.
Stiamo già assistendo, tuttavia, al delinearsi di nuovi equilibri economici planetari che non mancheranno di tradursi a stretto giro in nuovi equilibri politici, nei quali non saremo gli unici a poter dare le carte. In questo contesto è sensato chiedersi quanto sia lungimirante contribuire ad affermare un concetto di diritto internazionale “flessibile” che un domani inevitabilmente legittimerà le ingerenze “umanitarie” di Mosca, di Pechino o di Teheran.

Un altro problema fondamentale dell’ingerenza politico-militare è che bisogna saperla fare ed è difficile pensare che le stessi classi politiche, che da liberali riteniamo incapaci di intervenire sensatamente in economia, possano essere capaci di agire in modo utile e razionale quando sono alle prese con questioni geostrategiche.
Solo per limitarci ai tempi recenti, i governi occidentali hanno viste smentite le loro ottimistiche previsioni sulle conseguenze delle guerre in Iraq ed in Afghanistan e quest’anno hanno sbagliato in modo sostanziale la lettura della “primavera araba”.
Se non siamo in grado di distinguere i presupposti di una rivoluzione islamista da quelli da quelli di un’evoluzione liberaldemocratica, come possiamo pensare di poter andare nel mondo a ribaltare governi?

Nei fatti dobbiamo riconoscere che per l’Ovest il più grande successo di politica estera è stato il collasso dei regimi comunisti nel 1989. E non è stato conseguito attraverso un’azione militare – non è stato conseguito bombardando i paesi dell’Europa dell’Est e liberandoli con le nostre truppe.
Noi non abbiamo vinto il comunismo con la forza – l’abbiamo vinto innanzitutto con il nostro esempio. L’abbiamo vinto dimostrando che il nostro sistema era molto più efficiente del loro nel produrre ricchezza e benessere e nel difendere la dignità dell’esistenza umana – rendendo tale dimostrazione così evidente che alla lunga anche per le élite di regime si è rivelato impossibile negarla.
Anche le profonde trasformazioni economiche che hanno attraversato un paese come la Cina, pur all’interno di un quadro politico rimasto autoritario, sono in gran parte la conseguenza della validità del modello che il nostro emisfero ha saputo rappresentare.

Se vogliamo vincere gli altri alle idee occidentali, dobbiamo quindi, innanzitutto, rivolgere lo sguardo al nostro interno. Dobbiamo lavorare per rendere migliori i nostri paesi, perché continuino nel tempo ad essere vincenti dal punto di vista economico e culturale.
Cercare di cambiare il mondo attraverso guerre ad hoc è costoso, pericoloso e spesso vano se non controproducente. Molto meglio provare a cambiare il mondo dando il buon esempio – ci è già riuscito in passato, può riuscirci ancora.

Esteri/.2 Quando intervenire è giusto di Stefano Magni

 

 

 

 

 

 

 


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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