– E’ legittimo intervenire in un altro paese per fermare una violazione massiccia di diritti umani? E’ utile? Queste domande sono ricorrenti nell’ultimo ventennio, dividono l’opinione pubblica in due campi, quello interventista contro quello non-interventista. Ora tornano di stringente attualità. La guerra civile in Libia ha dato origine al più prolungato intervento militare Nato nella storia dell’Alleanza. Ora si discute sulla possibilità di un intervento analogo nella guerra civile in Siria. Sarebbe legittimo? Sarebbe utile?

Vediamo, prima di tutto, di esaminare i principi. E poniamoci la vera domanda fondamentale: sono più importanti i diritti degli Stati o quelli dei loro cittadini? Il diritto internazionale, in sé, non ci aiuta a dare una risposta definitiva. L’Onu e la sua Carta vengono invocate sia per difendere la sovranità nazionale da un intervento straniero (articolo 51), sia per legittimare gli interventi umanitari (articoli 41 e 42, interpretati in modo estensivo, come è stato fatto nei casi degli interventi in Bosnia nel 1995 e Libia 2011). Solo la filosofia morale ci può aiutare a interpretare il diritto internazionale.

Da un punto di vista strettamente liberale, il diritto degli Stati non è assoluto. E’ un diritto derivato. Solo l’individuo è titolare di diritti. Lo Stato è un ente che deve farli rispettare, proteggendo la vita, la libertà e la proprietà dei suoi cittadini. Quando il singolo non è nelle condizioni di esercitare da solo il diritto all’autodifesa (per esempio: di fronte a una minaccia militare straniera) delega tale esercizio allo Stato.

Partendo da questo presupposto, vediamo che non tutti gli Stati sono legittimi. Un governo non può rivendicare il suo diritto alla sovranità e all’integrità territoriale solo perché è al potere (leggasi: detiene il monopolio tendenziale della violenza in un dato territorio). E nemmeno se occupa un seggio all’Onu. Le può legittimamente rivendicare solo se servono allo scopo principale: quello di garantire i diritti dei suoi cittadini. I principali indicatori, ormai comunemente accettati, che permettono di distinguere uno Stato legittimo da uno illegittimo, sono soprattutto tre: democrazia (possibilità di sostituire pacificamente un governo), libertà di espressione (possibilità di criticare il governo senza essere puniti), rispetto dell’individuo (garanzia, nella legge e nella consuetudine, dei diritti di vita e proprietà individuali).

Un governo che viola sistematicamente questi argini non può essere considerato legittimo. Può benissimo essere paragonato a un bandito che tiene in ostaggio milioni di uomini, donne e bambini, massacrandone una parte, ricattandone un’altra, minacciando di compiere stragi ancora peggiori in caso di intervento della polizia. Gheddafi si trovava esattamente in questa condizione, sia prima che durante l’insurrezione dello scorso febbraio. Assad è tuttora assimilabile a un grande sequestratore, intento a sparare deliberatamente contro grandi gruppi di ostaggi che cercano di liberarsi.

Questi regimi illegittimi sono moralmente aperti a qualsiasi invasione straniera. Non possono invocare alcun diritto all’autodifesa. Nel loro caso, infatti, equivarrebbe al “diritto” di proseguire l’aggressione contro i propri cittadini senza esser disturbati da ingerenze straniere. Ovviamente sarebbe legittima solo un’invasione che ripristinasse il diritto. Lasciamo da parte, in questa sede, l’inevitabilità delle vittime innocenti prodotte da qualsiasi conflitto. E pensiamo, piuttosto, all’esito finale: è legittimo quell’intervento che, quale suo esito, produce il ripristino di diritti individuali ove prima erano sistematicamente violati. Nella Germania nazista le forze anglo-americane provocarono centinaia di migliaia di vittime innocenti: basti pensare ai bombardamenti a tappeto del 1941-1945. Ma l’esito finale dell’intervento è stato il ripristino della democrazia e dei diritti individuali in Germania. Dunque si è trattato di un’azione legittima. Idem dicasi per il Giappone: gli americani sono ricorsi addirittura all’atomica, ma il diritto è stato ripristinato nella società nipponica post-1945. Non a caso uso il verbo “ripristinare”: nella filosofia politica liberale il diritto individuale è pre-esistente e superiore a quello codificato dallo Stato. L’individuo è più importante del collettivo e degli organi che lo rappresentano.

Se un regime illegittimo è sempre moralmente aperto a un’invasione straniera, tuttavia dobbiamo ricordare che uno Stato legittimo non ha mai avuto il dovere di intervenire. Può essere invocato un “dovere morale”, come fece l’ex premier britannico Tony Blair nel caso dell’intervento Nato in Kosovo, nel 1999. Ma nessuna legge internazionale ha mai obbligato il Regno Unito a intervenire ovunque venissero violati i diritti individuali. Ogni azione implica un sacrificio (in termini economici e di vite umane) e un rischio. Sta al governo interessato porre sul piatto della bilancia rischi e vantaggi di un intervento. Non solo Kennedy, ma nessun presidente americano sano di mente avrebbe voluto invadere l’Urss nel 1962. L’esito sarebbe stato l’annientamento atomico delle città nordamericane ed europee. Ma è bene sottolineare che gli Usa avrebbero avuto tutto il diritto di invadere l’Urss, non solo nel 1962 (crisi dei missili di Cuba), ma in qualsiasi momento dell’esistenza del regime sovietico, dal 1917 al 1991.

Una volta accertato dove sia il giusto e dove il torto, si può scegliere fra una gamma di interventi possibili. Dal meno rischioso (propaganda, boicottaggio, condanna morale) al più diretto e rischioso (invasione), passando per vari gradi intermedi (sanzioni, embargo, sabotaggi). Nessuno è obbligato a rischiare sempre la vita dei propri cittadini per liberare uomini dall’altra parte del pianeta. L’importante, però, è saper distinguere un paese libero da una gabbia di schiavi. E poi fare tutto quanto sia ragionevolmente fattibile per aprirle, quelle gabbie.

Ma questo modo di interpretare il diritto internazionale è utile? Certamente sì, se guardiamo ai risultati. Spesso guardiamo ai soli esempi del Vietnam e dell’Iraq per denigrare l’esportazione della democrazia. Ma dimentichiamo il fenomeno macroscopico di cui queste guerre fanno parte. Prima del 1945 la democrazia liberale era un’eccezione, la dittatura una regola. Dopo il 1992 il rapporto di forze si è completamente invertito. In mezzo ci sono state tante, tantissime azioni militari per l’esportazione della democrazia: tre grandi dittature (Germania, Giappone, Italia) sono state invase e democratizzate; poi una massiccia presenza armata americana in Europa e Asia, non solo ha contenuto l’Urss, ma è servita a mantenere il fiato sul collo del gigante totalitario sovietico. Fino a provocarne il crollo.

Dopo il collasso dell’Urss, è la dittatura ad essere un’eccezione. E sotto i regimi tuttora esistenti, crimini di massa come quelli commessi negli anni ’30, nel corso della Seconda Guerra Mondiale e durante la Guerra Fredda (nell’ordine delle decine di milioni di morti), non sono più stati possibili. Perché i tiranni sono diventati più buoni? Non direi proprio. Forse, piuttosto, perché hanno assistito al crollo l’Urss, poi hanno visto che cosa è successo a Milosevic, come è finito Saddam, come è stato ucciso Gheddafi. E non si sentono più tanto sicuri, nemmeno quando sono dentro i loro palazzi del potere, solo apparentemente inviolabili.

Esteri/.1 Facciamo le riforme liberali, non la guerra di Marco Faraci