– La Casta siamo noi. Siamo noi, la Casta, i baroni universitari, che utilizziamo le risorse pubbliche come fossero nostre risorse private, negando il diritto al futuro dei nostri studenti, dei nostri dottorandi, dei nostri schiavi.

Siamo noi, la Casta, quelli che ci rifiutiamo di lavorare qualche anno in più senza preoccuparci che anche per colpa nostra figli e nipoti probabilmente la pensione non l’avranno, nonostante stiano già pagando (quelli che riescono a lavorare, e tra quelli che lavorano, quelli che riescono a pagare i contributi) la nostra, di pensione.

Siamo noi, la Casta, quelli che “80 senza fattura, 100 con fattura”, quelli che “noi la vostra crisi non la paghiamo”, quelli che “ci vorrebbe ben altro, per risollevare l’Italia!”, quelli che fingendo di lottare per i diritti di tutti mirano in realtà a mantenere solo i privilegi di pochi, quelli che “il nostro Ordine non si tocca”.

E la Casta sono loro, la maggioranza dei nostri politici, che a qualunque livello si rifiutano di ridimensionare i loro ormai inaccettabili salari, benefit, vitalizi: non molto diversi, però, dalla società che li esprime, dove chi raggiunge una piccola o grande posizione di potere fa di tutto per mantenerla, perpetrarla, trasmetterla, nel completo disinteresse per il benessere e la sopravvivenza degli altri.

Chi pensava che, complice la drammatica situazione economica in cui versa il nostro Paese, il governo Monti potesse essere l’occasione per una tregua civile e un’assunzione di responsabilità da parte di tutta la società italiana è rimasto quasi immediatamente deluso. Ma non tanto, e non solo, per la manovra Monti, sbilanciata molto più sul versante delle tasse che su quello della crescita. Dopotutto, occorre far cassa subito, e la strada che ha preso il Governo era, se non obbligata, fortemente “consigliata” (almeno dall’Europa).

Chi sperava che la società italiana si prendesse le sue responsabilità è rimasto deluso dalla reazione che molta parte del Paese ha avuto sulle nuove misure economiche: durissime quanto si vuole, ma diretta conseguenza di decenni di scelte folli. Non solo di questa politica, ma anche di questa società. Una società che, fino a prova contraria, ha votato in questi decenni in democrazia e libertà portando in Parlamento, nei Consigli Regionali, nei Consigli Comunali i suoi rappresentanti. I quali, nella maggior parte dei casi, non hanno affatto tradito il mandato popolare, ma hanno fatto ciò che i cittadini si aspettavano da loro: hanno costruito, cioè, uno Stato-chioccia, facendo sì che il (tanto vituperato quanto nei fatti indispensabile) politico “trova lavoro e sistema famiglie” diventasse il principale, se non l’unico mezzo di mobilità sociale del nostro Paese.

Ciò che ci fa essere più pessimisti sul futuro dell’Italia non è solo l’enorme debito pubblico, la bassissima qualità della nostra vita politica, l’esercito dei senza lavoro, una generazione – la nostra – drogata a forza di benessere materiale ma con fosche prospettive di futuro. Ciò che ci allarma di più è la sindrome tutta italiana dello scaricare le colpe sempre e solo sugli altri, delle responsabilità di tutti e quindi di nessuno, dei sacrifici che tutti dicono che si devono fare, ma che sono condivisibili se e solo quando a farli sono sempre e solo gli altri.

I piccoli Comuni si possono accorpare perché non è possibile avere un consigliere comunale ogni pochi abitanti? Giammai, hanno la loro storia! E poi, andate a cercare le Province! Le Province sono “enti intermedi fondamentali”: ma avete idea degli sprechi delle Regioni? Le Regioni? Sono l’ente più federale di tutti! Tagliate in Parlamento, lì sì che ne trovereste rami secchi. La triste risposta del Parlamento la sappiamo tutti, e non c’è bisogno di ripeterla. Se non altro, per non aumentare il disgusto.

E ancora, giusto per parlare degli effetti dell’ultima manovra, se la benzina va a 1 Euro a 70 (un prezzo folle) tutti si lamentano: ma nessuno che metta in discussione l’altrettanto folle pretesa di avere un’auto per ogni componente della famiglia. Se l’Ici ritorna (e una pazzia fu abolirla tout court come fece lo sciagurato governo precedente) ecco la Chiesa che, criticando la mancanza di equità della manovra (sic), argomenta goffamente la necessità della propria esenzione rispetto all’imposta sugli immobili, sostenendo che supplisce alla mancanza di welfare dello Stato. Senza dire, però, che il welfare pubblico rischia di essere inefficiente perché, al di là degli sprechi, le tasse – altissime – le pagano sempre e solo i soliti noti. Tra i quali molto spesso la Chiesa non figura.

Poi ci sono le corporazioni professionali: l’ostacolo forse più grande alla crescita del nostro Paese. Anche qui il solito mantra: tutti pronti a fare sacrifici. Tuttavia, se si chiede di liberalizzare i settori professionali (abolire gli Ordini non sia mai) è sempre il solito coro: ma perché dobbiamo sacrificarci noi, se gli sprechi sono “ben altri”? Tagliassero dove devono tagliare invece di cercare noi! E così, oggi sono i taxisti e i farmacisti (quelli che hanno le farmacie, non i giovani laureati) a impedire che le loro professioni siano aperte e contendibili, e affidate al libero mercato, alla concorrenza, al merito; domani saranno gli avvocati, dopodomani poi arriveranno (giusto per fare qualche esempio) i giornalisti, gli ingegneri, i medici, i notai: tutti uniti nella difesa del proprio “particolare” a scapito del generale.

Per non parlare dei soliti sindacati confederali, i quali insieme a battaglie giuste (come quella sull’indicizzazione delle pensioni più basse al costo della vita) portano avanti battaglie ormai indifendibili come il mantenimento dell’attuale mercato del lavoro (che, per citare Pietro Ichino, mette in atto un vero e proprio apartheid nei confronti delle giovani generazioni) e contro l’aumento dell’età pensionabile.

Non si capisce perché, con una speranza di vita più alta e con un sistema della previdenza prossimo alla bancarotta, le regole dovrebbero continuare a rimanere le stesse: quelle regole, tra l’altro, che proprio alla prossima bancarotta hanno portato. Per difendere lo status quo, iniquo e ingiusto, basta il solito scioperino d’ordinanza fatto a uso e consumo dei soliti: tartassati da un fisco oppressivo, è vero, ma pur sempre con un contratto a tempo indeterminato, con tutte le garanzie, con un lavoro dignitoso. Che li facciano gli altri, i sacrifici, quelli con i contratti a progetto, senza ferie né malattie pagate. A che sindacato dovrebbero iscriversi, di grazia, questi lavoratori “atipici”? O che i sacrifici che vanno fatti li facciano, ancora meglio, gli stagisti: quelli che, se anche volessero, allo scioperino non potrebbero partecipare. Se non altro perché, visto che non sono pagati, nessuno gli potrebbe togliere la giornata di lavoro.

Certo, sappiamo tutto. Sappiamo bene quanto ingiuste siano le nostre società, dove la classe media scivola lentamente – ma neanche troppo – verso la povertà, e dove i ricchi diventano sempre più ricchi, spesso rifiutandosi di contribuire di più, come dovrebbero, al benessere di tutti. Ma questo non può né deve essere un alibi, né la scusa per straparlare come ha fatto Ferrero, il segretario di Rifondazione, durante una puntata di “Servizio Pubblico”, quando disse che l’Italia non dovrebbe pagare il debito e non dovrebbe avere paura del default. Che poi in quel debito ci siano anche i soldi di milioni di italiani – magari i risparmi di una vita, investiti in titoli di Stato – all’onorevole Ferrero non sembra interessare: l’importante è spararla grossa, ostentando un’ossessione di purezza identitaria, di fatto la migliore alleata di chi vorrebbe che le cose rimanessero come sono ora.

Chi ha di più contribuisca di più, ma contribuiscano tutti, ognuno per quello che ha, senza cercare le solite, inutili e ormai dannose scorciatoie. “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, diceva Gandhi. Noi, più umilmente, ci accontenteremmo che in Italia, nel nostro piccolo, ci accorgessimo che ognuno di noi è Casta. E che l’unico modo per superare tutto ciò, e uscire dalla crisi, è riappropriarci del nostro ruolo di cittadini. Noi rimaniamo fedeli al motto di sempre: la nostra responsabilità è l’altra faccia della nostra libertà. E l’una non può esistere senza l’altra.