Quelli per cui la rete è controllo e censura, non libertà

– Quando a marzo il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, disse di ritenere Internet “la più grande macchina per spiare nel mondo, in molti pensarono all’ennesima manifestazione del suo carattere – così scrivono i detrattori – paranoico e delle sue più o meno ipotetiche manie di persecuzione. Eppure a distanza di pochi mesi lo scenario è decisamente cambiato. E quelle parole hanno assunto, d’improvviso, un terribile grado di realtà. Per capire quanto terribile basta ripercorrere, oltre al contenuto degli SpyFiles forniti anche dalla stessa WikiLeaks, la cronaca di questi giorni.
 Perché i segnali che vanno nella direzione indicata (anche) da Assange si moltiplicano, e vengono dai quattro angoli del globo. Solo lo scorso 9 dicembre, per esempio, si è saputo che il colosso cinese Huawei non farà nuovi affari in Iran visto che il regime usa la sua tecnologia per identificare i dissidenti. Ma a sua volta è il regime cinese, insieme a quello siriano (con il contributo anche dell’italiana Area Spa) ed egiziano, a usare strumenti forniti dalle democrazie occidentali allo stesso scopo.

I paradossi proseguono nella Libia di Gheddafi. Un Paese che si è recentemente liberato della cinquantennale dittatura del Raìs anche e soprattutto sulla spinta interventista della Francia. Cioè dello stesso Paese che, come ha documentato il Wall Street Journal, forniva (tramite l’azienda Amesys) proprio al Colonnello la tecnologia necessaria per tenere sotto controllo email e conversazioni su Facebook di giornalisti scomodi al regime. Il tutto mentre la Corea del Sud chiede un monitoraggio più attento dei contenuti illeciti pubblicati sui social media, l’India vuole restringerne la libertà e la Russia – dopo l’ondata di proteste per le elezioni farsa – vuole “regolamentare” il Web (degno di nota che le parole siano le stesse utilizzate da Sarkozy all’ultimo Eg8), anche eliminando l’anonimato (e qui la memoria corre alla transfuga del Pdl, Gabriella Carlucci, che aveva avanzato una proposta di legge analoga qualche tempo addietro).

Ma il primato nella corsa al Grande Fratello digitale spetta alla Tunisia di Ben Alì, dittatore deposto grazie alla rivolta dei gelsomini a gennaio 2011. In quella circostanza la Rete e i social media non sono serviti soltanto per coordinare e fomentare la rivolta. Come scrive Bloomberg, infatti, un software chiamato dai blogger tunisini Ammar 404 (con un gioco di parole sul messaggio che identifica un sito bloccato, “errore 404”) monitorava tutte le conversazioni online. Non solo: le manipolava. Alterando il contenuto di mail private. Pubblicando foto compromettenti sulle bacheche Facebook e inserendo immagini a contenuto pornografico nelle comunicazioni di lavoro, così da danneggiare in modo mirato la reputazione dell’utente bersaglio. “Più pericoloso di qualunque poliziotto in strada”, ha sottolineato un esperto di scienze criminali per Bloomberg.

Le aziende fanno buon viso a cattivo gioco. Dichiarano di aver rispettato le leggi vigenti e, data la complessità del quadro normativo, è materia da iniziati capire se abbiano ragione o torto. Quel che è certo è che l’argomento ha iniziato a preoccupare anche la Commissione Europea. Che soltanto il 12 dicembre, per bocca del commissario all’Agenda digitale Neelie Kroes, ha delineato gli elementi fondamentali di una !No Disconnect Strategy! mirata (anche) a proteggere i dissidenti sparsi ai quattro angoli del globo.

Ma la questione è da tempo all’attenzione anche dei vertici del governo Usa, prima attraverso la predisposizione di “Internet in una valigetta”, cioè uno strumento – costato milioni di dollari di investimenti – capace di garantire una connessione portatile sicura ai dissidenti in qualunque luogo e momento. E poi chiedendo l’approvazione di una norma, la versione aggiornata al 2011 del Global Online Freedom Act (GOFA), che vieti l’esportazione ai regimi di qualunque strumento software o hardware possa essere utilizzato per censurare o sorvegliare chi protesta nel nome di diritti umani e della democrazia.

Che poi l’afflato alla libertà provenga da chi detiene da oltre 500 giorni l’analista dell’intelligence Bradley Manning (il 16 dicembre inizia il processo per l’accusa di aver fornito materiale riservato dell’esercito Usa a WikiLeaks) e medita una legge ‘bavaglio’ senza precedenti in Occidente sul diritto d’autore (la SOPA, Stop Online Privacy Act), fa parte dell’immenso gioco di contraddizioni e redistribuzione del potere messo in atto dalla Rete. E dalla battaglia in corso per la sua libertà.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

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