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Monti, il Parlamento non può essere una scusa per non riformare

– Dico subito che sono stato un supporter del governo Monti sin dall’inizio. Occupandomi di filosofia politica le mie uniche riserve concernevano la rottura democratica, ma ero piuttosto fiducioso sui provvedimenti che il governo avrebbe intrapreso. Scommettevo su alcune cose in particolare: la drammaticità della situazione, la competenza dei tecnici, la generale soggezione intellettuale che i politici avevano nei confronti dei tecnici, il senso di colpa dei politici.

Il governo Monti ereditava una situazione difficile, sia per lo stato dei conti pubblici italiani e molto più per: a. l’analfabetismo economico, capace di diffondere bufale signoraggiste come verità bibliche, b. la tradizionale ostilità ad ogni genere di riforma in senso liberale, dovuta all’illusoria convinzione che la politica delle prebende fosse un gioco a somma positiva per tutti (è incredibile constatare come anche tantissimi sconfitti nella gara alla rendita di posizione continuino a difendere lo statalismo pensando di poterne trarre più vantaggio che in un ordine libero e di mercato).

A e B sono due caratteristiche tipiche possedute dalla maggioranza dei deputati italiani (fortunatamente con alcune felicissime eccezioni); B in particolar modo è accentuata dal fatto che i deputati sono, tendenzialmente, i vincitori della gara alla rendita di posizione (o perché vincitori in prima persona o perché espressione di un gruppo di vincitori).

Questo rendeva pressocché impossibile l’eventualità per cui fosse un governo politico a riformare ciò che andava riformato, e anche di fronte al default, la caratteristica A, ci spiega perché non poteva essere un governo politico a riformare ciò che andava riformato.

La “fortuna” ha voluto che si creassero alcune condizioni potenzialmente provvidenziali tra cui: l’impossibilità per la maggioranza di continuare la propria avventura di governo, la scelta di un governo tecnico guidato da chi conosce l’economia.

La drammaticità della situazione ha partorito l’ennesima manovra, e visti i tempi nessuno si aspettava riforme strutturali. Abbiamo delle esigenze di breve termine, e a questo tipo di esigenze, quando non si ha tanto tempo per studiare dove tagliare, si risponde con le tasse. Le tasse sono brutte, specialmente quando sono tante, ma a malincuore le avremmo pagate per evitare il default, nell’attesa delle riforme.

L’attesa delle riforme era giustificata dall’inserimento di alcuni piccoli provvedimenti che sembravano aprire il sentiero alle riforme strutturali dei mesi a venire. Poca roba, piccole liberalizzazioni. E più che entusiasmarmi per questa poca roba mi affascinava l’idea che finalmente avessimo posto fine a quella pratica indecorosa chiamata concertazione. Sia chiaro, c’erano cose a mio avviso immorali come la tassazione dei capitali scudati (pacta sunt servanda), la mancata indicizzazione delle pensioni, ecc., ma c’era soprattutto la speranza di venire fuori da una situazione drammatica, in maniera non estemporanea. Mi divertiva il paraculismo di Monti che rendeva potabile alla sinistra provvedimenti fiscal conservative, così come mi ha divertito ieri quando ha parlato di Tobin Tax prendendo in giro milioni di analfabeti convinti che tassando le transazioni finanziarie vivremo tutti felici e contenti.

Ma francamente, dopo l’aborto delle lenzuolate annunciate, comincio a non nutrire più speranze. La situazione resta drammatica, ma Monti ha subito il fascino della politica e se n’è invaghito. Il parlamento è diventato l’alibi perfetto, così come lo era di Berlusconi. Ma se davvero vogliono farci credere che quasi 1000 deputati hanno il coraggio di dire no alle riforme, quelle vere, rischiando di essere proclamati artefici della fine dell’Italia, allora è arrivato il momento della trasparenza. Monti sa ciò che va fatto, e prendere tempo non significa altro che rendere vani i sacrifici della manovra. Perchè non porre la fiducia su un DDL completo? Perchè non farci vedere a chiare lettere da chi siamo governati? Perchè rendersi complice di un declino inesorabile?

L’alibi del parlamento è diventato stucchevole, almeno fino a quando non vedremo i deputati votare “no”.


Autore: Carlo Ludovico Cordasco

PhD student in Political Theory all'università di Sheffield. Fondatore di European Students For Liberty, autore di articoli scientifici su diritto e ordine spontaneo. Ha in corso di pubblicazione un libro dal titolo "Hayek: ordine, istituzioni e regole".

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