C’è la crisi, ma non siamo nel 1929. O sì?

– Negli ultimi due mesi mi è capitato di leggere 13 articoli che fanno lo stesso preciso riferimento, ossia (su per giù): “oggi come nel ’29”.
Lo spettro del giovedì e del martedì nero di Wall street come elemento di storia circolare. La grande crisi che torna e tornerà ciclicamente?
Ma pochi sanno o ricordano nello specifico cosa è accaduto in quel funesto ottobre del ’29.

Proviamo a raccontarlo. E vediamo se ci sono relazioni e similitudini col nostro presente.

Il 1929 americano inizia con i migliori auspici. La fede nei mercati è assoluta. Gli Stati Uniti sono un paese ricco e prosperoso.
Le aziende manifatturiere sono 206. 700 e il valore della loro produzione ammonta alla cifra astronomica di 68 miliardi di dollari. Nel 1929 l’economia americana produce il 42% del totale mondiale.
La disoccupazione con un tasso del 4% è la più bassa al mondo. Nel 1929 si producono 5358000 automobili, un milione in più rispetto al 1926. Le vendite immobiliari fanno pensare che l’arricchimento della classe media americana sia un disegno del Signore.

Per capire la sicurezza che anima gli animi americani basta ascoltare le parole del presidente uscente degli Stati Uniti Calvin Coolidge, che il 4 dicembre, nel messaggio all’unione, dice:

“ La grande ricchezza creata dal nostro spirito d’iniziativa e dalla nostra industriosità, e salvaguardata dal nostro risparmio, è stata distribuita tra il nostro popolo nel modo più ampio (…). I consumi quotidiani hanno oltrepassato la soglia del bisogno per entrare nella ragione del lusso. Una produzione in crescita è consumata da una domanda interna sempre più alta e da un commercio estero in espansione. Il paese può guardare al presente con soddisfazione d al futuro con ottimismo”.

L’America è il paese dove capita di vedere insieme i grandi geni della storia dell’industria mondiale, Thomas Edison e Henry Ford.
E’ il paese dove gli uomini hanno cognomi mitici, sinonimi di ricchezza. Come John Davison Rockefeller che nel 1929 mentre gioca a golf controlla il 2,53% del prodotto interno americano e possiede una fortuna che oggi varrebbe 330 miliardi di dollari, quasi sette volte quella di Bill gates.
E’ un paese che si diverte.
In America sembra di vivere sulla luna, e tutti vogliono andarci.

Ma anche qui non sono tutte rose e fiori.
La mafia italiana e quella irlandese sono in guerra aperta.
Sono gli anni della follia proibizionismo. Il giro d’affari dell’alcol clandestino è di due miliardi di dollari l’anno. I morti son tanti.
Il 4 marzo del 1929 il repubblicano Herbert Hoover diventa il 31° presidente degli Stati Uniti. Prima di diventare presidente era stato ministro del commercio, ed era stato lui a dire:Ci sono crimini peggiori dell’assassinio, per i quali i colpevoli dovrebbero essere insultati e puniti”. Si riferiva alla speculazione finanziaria.

E a Wall Street la speculazione finanziaria è alle stelle.
Solo nei primi sei mesi del 1929 si negoziano 827 milioni di dollari di azioni, quasi il doppio di tutte quelle negoziate nel 1926.
Con le azioni tutti guadagnano. Per comprarne una basta versare un anticipo del 10% … poi la si rivende. Il guadagno è assicurato. Il mercato non fa altro che crescere.

Il valore azionario delle aziende è infinitamente gonfiato e supervalutato. Si vendono azioni a ritmo furioso. Nascono ricchezze improvvise, uomini che nel giro di pochi giorni diventano milionari indovinando una speculazione. I classici strumenti di controllo sono inutili.
La borsa è il vero sport nazionale. Si comprano si vendono e si guadagna con le azioni.
Di aziende vere e fittizie: aziende per “render dolce l’acqua salata”, “per la costruzione di navi contro i pirati” “per realizzare una ruota dal moto perpetuo”.

Nel 1929 nell’economia americana non è tutto oro ciò che luccica.
La produzione industriale è immensa ma i depositi delle aziende sono pieni. Gli americani non possono comprare tutto ciò che si produce, gli stipendi non si rivalutano abbastanza. Il mercato europeo è stagnante; la Germania a causa dei debiti di guerra – in buona parte americani, e che il governo statunitense improvvisamente decide di incassare – è al collasso economico e non può importare.
Questi sono i presupposti delle più violenta crisi economica della storia contemporanea.

Il 24 ottobre 1929 la borsa valori New York Stock Exchange compie 112 anni. E registra un rapido e repentino crollo. E’ il giovedì nero. Vengono vendute 12894650 azioni. E visto che non si trovano acquirenti, di ribasso in ribasso, le azioni vengono vendute a prezzi stracciati.
E’ la sindrome del panico.

Il venerdì si vendono sei milioni di azioni, e il sabato due. I prezzi questa volta non sono al ribasso. Si pensa che sia un’azione delle grandi banche per rafforzare il mercato. Il New York Times scrive: “la comunità finanziaria è tranquilla nella certezza che le più importanti banche del paese si tengono pronte ad impedire il ripetersi del panico”. I banchieri parlano di “un accidente tecnico”. In un comunicato che passerà alla storia si afferma che: “è solo un vuoto d’aria che ha incontrato il mercato”.

Il lunedì le grandi banche decidono ufficialmente di non intervenire. Non è nelle loro prerogative salvare né il mercato, né i grandi, né i piccoli risparmiatori.

Il 29 ottobre 1929 sarà il martedì nero, la borsa crolla definitivamente.
Un articolo del Corriere della Sera del 31 ottobre del ’29 fa la cronistoria dell’accaduto:

“al mattino erano state buttate sul mercato 3.260.000 azioni, alle ore 12 il numero era di otto milioni, alle ore 13.30 era salito a 12. 600.000. All’ora di chiusura venne stabilito il nuovo primato degli scambi, 16.380.000 azioni che si se assommavano a quelle del giovedì, venerdì e sabato precedenti toccavano l’impressionante totale di 48.617.700 azioni. (…)
Nell’aula della borsa gli agenti cadevano in deliquio – altri uscivano dal palazzo urlando come presi da pazzia, mentre fuori, in Wall Street, la folla dei piccoli speculatori faceva ressa piangendo e gridando ad ogni notizia che segnava il polverizzarsi di patrimoni (…)
Il panico dei finanzieri era diventato isterismo e cupe tragedie spirituali seguivano alle tragedie materiali.”

Finito il racconto, perdonate l’asprezza della sintesi storica, possiamo porci la domanda: “oggi come nel ‘29”? I presupposti sono gli stessi?

I presupposti tecnico economici, evidentemente, no. Non sono gli stessi i fattori storici. Non sono le stesse le logiche politiche e sociali. Ma alcuni temi (nella storia contano i temi, la storia non esiste se non in quanto narrazione e successione di archetipi) sono gli stessi. Uno in primis. La crisi come fattore di “reset” di un sistema mal regolato tecnicamente (sta agli economisti dirci se per troppe regole o troppe poche regole) e sclerotizzato culturalmente. La crisi come discontinuità … paura … morte … scelta … rinascita. Questo è il tema antropologico di “crisi”.

C’è bisogno di nuovi e diversi orizzonti culturali e politici, ora come allora.
Ma attenzione. Che siano quelli validi … e auspicabili.
Ricordiamoci che il dramma del ’29 di Wall Street sarà la causa della grande depressione economica americana ed europea (violentissima in Germania).
Sarà, quindi, una delle cause sostanziali del trionfo di Hitler – rafforzerà il fascismo nostrano – farà, sempre più, guardare al comunismo (mai applicato nella storia) ed al socialismo reale sovietico (applicazione deviata del comunismo) come ad un mondo possibile.

Tutti brutti ricordi. Ma tutti compiutamente e perfettamente riattivabili (in quanto temi archetipici), ora come allora, da una grande crisi (frattura) economica.
Quindi, che cultura e politica (che sono la stessa cosa) tirino fuori questi orizzonti … e nel mentre facciamo le corna.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

2 Responses to “C’è la crisi, ma non siamo nel 1929. O sì?”

  1. enzo51 scrive:

    Buonanotte!!!

    Prepariamoci al peggio e speriamo in un ” pazzo onesto ,intelligente e determinato ” che ,fuori dalla logica di una (falsa)democrazia dove tutti blateravano e nessuno decideva ci indichi la giusta via per la “normalità esistenziale”.

  2. libertyfighter scrive:

    Un articolo perfetto. Salvo quando definisci cultura e politica come “la stessa cosa”

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