Trasporto pubblico locale, default o nuova vita?

– Nella delusione abbastanza generalizzata per il decreto varato domenica scorsa, trovano spazio le voci di più parti del Paese.

Voci mosse da ragioni differenti che rischiano di confondere gli aspetti indubitabilmente positivi e quelli un po’ meno del “decreto salva Italia”. Un intrecciarsi di timori, tra quanti reclamano il mantenimento di benefit sovradimensionati e quelli che sperano nell’appena necessario.

Ad alzare la voce sono in primis i pensionati, sia quelli che già lo sono sia quelli che lo saranno, forse, nei prossimi anni. Ma anche gli Enti locali. Con le Regioni perplesse per i tagli al trasporto pubblico locale e la tassa sugli yacht. I Comuni critici per la sforbiciata ai fondi del federalismo. Le Province sul piede di guerra per la quasi scomparsa. Criticità queste emerse venerdì passato in Commissione Bilancio di Montecitorio durante le audizioni di governatori, Anci e Upi.

Nell’occasione Sergio Rossetti, vicecoordinatore degli assessori al Bilancio, ha chiesto chiarezza sulle risorse per il trasporto locale, poiché “non risultano essere soddisfatti circa 174 milioni di fabbisogno, anche se in realtà all’appello mancano 800 milioni”. Una cifra mancante che rischia di mandare in tilt il già precario servizio offerto nella maggior parte dei centri del Paese. Un disavanzo al quale promette di portare solo un limitato beneficio la possibilità offerta alle Regioni di finanziare il trasporto pubblico locale, anche ferroviario, elevando l’accisa sui carburanti “fino a un centesimo di euro per litro, ulteriore rispetto alla misura massima consentita”. Per una somma complessiva stimata di 400 milioni.

Le nuove decurtazioni andranno ad incidere su una situazione già generalmente difficoltosa, come evidenziano i resoconti dell’ultimo anno. Dalla Lombardia al Lazio, dall’Umbria alla Puglia, dalla Liguria alla Sicilia, dal Piemonte alla Calabria. Per altro non uniforme su tutte le Regioni.

Le ripercussioni non saranno di poco conto e non comporteranno soltanto maggiori, presumibili, disservizi e costi aggiuntivi per gli utenti, ma anche possibili tagli al personale. Il conto da pagare appare a prima vista assai salato, ancora una volta. Proprio per questo, considerato che le risposte avute dal Governo, anche in merito ai trasporti locali, nell’incontro del 13 dicembre non sono risultate soddisfacenti, Cgil, Uil e Cisl insieme alle segreterie dei sindacati del settore, in modo compatto hanno messo in agenda una serie di scioperi nazionali, a partire da quelli del 15 e 16 dicembre.

In sospeso rimangono le richieste di rinnovo dei contratti di lavoro da parte del personale del settore. Il Contratto Nazionale di Lavoro che riguarda i 200 mila dipendenti del settore è scaduto ormai da quasi 4 anni e i sindacati già da tempo hanno presentato la proposta di un Contratto Nazionale Unico per tutti coloro che lavorano nel settore trasporti, sia su ferro che su gomma.

Alla luce di quanto compare nella manovra i sindacati affermano che

“in assenza di una sostanziale attribuzione di risorse certe al settore, è fondato il rischio di una decisa riduzione del servizio pubblico con gravi conseguenze per la mobilità dell’intero Paese e drammatiche per l’occupazione dei dipendenti del settore e dei lavoratori dell’indotto che già, in questi giorni, scontano pesantemente gli effetti dei tagli ai treni notturni”.

Se i migliaia di dipendenti del settore mostrano le loro preoccupazioni scioperando, supportati dalle sigle sindacali, ai milioni di utenti di quei servizi non resta che appigliarsi alla politica locale. Agli assessori ai trasporti e ai bilanci regionali, oltre che ai sindaci. Le prospettive tuttavia non sembrano incoraggianti. Il taglio su questo fronte appare deciso e definitivo e dunque soprattutto nelle città più grandi si preannunciano ulteriori problemi per chi fa uso del trasporto pubblico. Le preoccupazioni ad esempio di Pisapia e Alemanno sono evidenti. Mentre le città che amministrano, nonostante la progressiva riduzione delle zone “aperte” agli automezzi privati, sono così inquinate da richiedere giornate di sospensione del traffico, sono costretti a dover gestire quest’ulteriore emergenza. Il tentativo di incentivare il trasporto pubblico, gestito, come noto, dall’Atac a Roma e dall’Atm a Milano, rischia di subire un nuovo contraccolpo.

A Milano sono recenti il riordino dei titoli di viaggio per i servizi di trasporto pubblico locale e l’approvazione di nuove agevolazioni tariffarie. Un riordino che nella sostanza ha comportato senza dubbio alcune agevolazioni, per le persone anziane, i giovani lavoratori e le famiglie numerose, ma anche un aumento del biglietto “normale”. Con un servizio che allo stato attuale continua a mantenersi per tanti versi inefficiente.

Da Milano a Roma, dall’Atm all’Atac, la situazione si fa ancora più complessa, in quanto alla sua gestione, e precaria relativamente al servizio erogato. L’Ente romano, assurto agli onori della cronaca più per i recenti scandali che per la qualità del servizio – dichiaratamente scadente, improprio per una città che deve sopportare un traffico umano considerevolmente accresciuto sia dal pendolarismo che dall’ingente flusso turistico – rischia di non sopportare i nuovi tagli. Senza che a risentirne siano i suoi utenti.

L’assessore alla Mobilità di Roma Capitale, Antonello Aurigemma, lancia l’allarme. Nel caso in cui venissero confermati i tagli della Regione, il trasporto pubblico capitolino “correrebbe un serissimo pericolo: alcune linee di bus potrebbero essere tagliate e le metro potrebbero aprire, ma senza gli autisti. Sarebbe la paralisi”, tuona Aurigemma.

A questo riguardo la governatrice del Lazio Renata Polverini ha annunciato nel corso della presentazione del bilancio regionale 2012 che “il contratto del Comune di Roma con Atac vale 680 milioni, ma non potremo quest’anno coprire tutta la quota regionale. Dobbiamo esercitare un taglio del 17% sul totale del contratto: saranno 188 milioni invece dei 305 dell’anno scorso”. Inoltre, ha aggiunto, “da Atac abbiamo ricevuto una richiesta di aumento del biglietto sul quale è in corso un tavolo. Ovviamente faremo ogni cosa per salvaguardare sia il livello del servizio che l’occupazione”.

Per quanto riguarda Cotral, spiega Stefano Cetica, assessore regionale al Bilancio, “abbiamo trovato una sintesi accettabile, un taglio dell’11%, passando così da 233 milioni a 208. Sulle Ferrovie concesse si passa da 94 milioni a 84 milioni. Abbiamo comunque deciso di non far gravare i tagli sulle società che gestiscono i trasporti nei piccoli Comuni”.
Misure queste della Regione che rientrano in un bilancio di emergenza per cercare di salvare il più possibile del trasporto pubblico cittadino, con l’unico obiettivo di risparmiare. Il taglio, inevitabile, costringe a passare dai 700 milioni di spesa nel settore a 550.

Ecco il vero punto, forse. L’esito imposto dallo Stato alle Regioni, se prevedono una riorganizzazione complessiva delle diverse società che gestiscono i trasporti locali, potrebbe, se non venisse strumentalizzato, non essere così doloroso come a prima vista sembrerebbe. I tagli della manovra, se confermati, potrebbero forse aprire la via a due differenti soluzioni.

La prima, quella più immediata, peraltro subito evocata dagli amministratori locali, è senza dubbio quella che prevede una drastica riduzione. Dei servizi innanzitutto. Ma anche, quindi dei lavoratori. Molto probabilmente una riduzione tout court non disgiunta da nuovi rincari. Ma alternativa a questa soluzione ne esiste un’altra. Meno gridata, anzi quasi sottaciuta. La quale contempli un regime di reale concorrenza e quindi costringa, è ipotizzabile obtorto collo, ad una riorganizzazione degli attuali Enti che li “sfrondi” del molto superfluo che ne rende altissimi i costi e ne autorizza quasi servizi mediocri.

L’Authority che il governo ha messo in cantiere è senz’altro un primo passo in questa direzione. Lo è anche l’emanazione di “disposizioni volte a realizzare una efficiente regolazione nel settore dei trasporti e dell’accesso alle relative infrastrutture”, come prevede un subemendamento del governo all’emendamento dei relatori che modifica l’articolo 37 della manovra sulle liberalizzazioni del settore dei trasporti. Tanto più che vengono sottoposti alla vigilanza dell’Autorità anche la “mobilità urbana collegata a stazioni, aeroporti e porti”. Nonché le infrastrutture e reti “stradali e autostradali”.

La strada da percorrere è ancora lunga, ma forse si è voluto indicare, certamente in questo settore, un modo di intraprendere quella giusta. Bisogna dunque percorrere quella strada, avendo in mente alcuni dei principi di Einaudi di Lezioni di politica sociale, un aiuto ad andare più veloci. Senza, quindi, dimenticare che i monopoli sono “il nemico numero uno dell’economia libera”.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

2 Responses to “Trasporto pubblico locale, default o nuova vita?”

  1. Tempo fa si parlava di “fare sistema” per competere, ad esempio con la fusione delle aziende di trasporto di Milano e Torino: e tutto in previsione dell’obbligatorietà (europea) di gare per assegnare il trasporto pubblico. Non ne ho più sentito parlare, ma che l’unione possa fare la forza è indubbio.

  2. leo scrive:

    hai perfettamente ragione!!!!!!!purtroppo in italia vige la difesa del proprio orticello,finchè non arriva chi possiede ettari di terreno.Non so se hai seguito,ma le aziende di milano e torino non sono riuscite a fondersi come sperato.Ora in italia tutte le aziende di tpl,saranno obbligate a fare aggregazioni per evitare di perdere il servizo.A milano stanno pensando ad una fusione atm-trenord,vedre

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