– Tra le misure che il Parlamento si appresta ad approvare nell’ambito della manovra proposta dal Governo Monti c’è anche la tassazione sui capitali rimpatriati o regolarizzati con i vari scudi fiscali succedutisi dal 2002 al 2009. Il disegno di legge n. 4829-A  prevede che a decorrere dal 1 gennaio 2012 sono dovute imposte proporzionali “… sui valori ‘scudati’ e su attività finanziarie e immobili detenuti all’estero” nella misura dell’1 per mille annuo (anche sui capitali prelevati) e dell’1,5 a decorrere dal 2013.  Ancora, sempre per le attività finanziarie oggetto di emersione (leggi: capitali scudati) è prevista l’introduzione di un’ulteriore imposta di bollo speciale annuale del 4 per mille che, però, per gli anni 2012 e 2013 è stabilita nella misura del 10 e del 13,5 per mille.

Un po’ di numeri per rinfrescare la memoria. Il primo scudo fiscale fece emergere 52 miliardi di Euro nel 2002, il secondo ne fece emergere circa 104 a metà febbraio 2010. Ad oggi la base imponibile tra capitali rientrati ed emersi ancora detenuti all’estero è, complessivamente, di circa 182,5 miliardi. Un bel tesoretto che fa parecchia gola e la cui (ri)tassazione non incontra di certo lo sfavore della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, eppure la manovra sta per aprire un precedente gravissimo, perché unico nel suo genere.

Sarebbe la prima volta, infatti, che lo stato tradirebbe il patto col cittadino, dandogli prima la possibilità di “autodenunciarsi” e di sanare il proprio conto col fisco attraverso una – sia pure particolare – forma di condono, salvo poi, anche a distanza di quasi dieci anni, rimangiarsi la parola e tornare nuovamente sull’argomento. Gli avvocati si preparino ad affilare le armi dei ricorsi, ce ne saranno in abbondanza. La Corte Costituzionale, infatti, da tempo ha stabilito che l’imposizione retroattiva è legittima solo se permanga l’attualità della ricchezza e, soprattutto, se sia ipotizzabile l’originaria prevedibilità della nuova imposizione retroattiva, punto, quest’ultimo, che rappresenta un vero e proprio tallone d’Achille per l’amministrazione finanziaria.

Non è questa la sede per affrontare i dubbi e le criticità giuridiche di un provvedimento del genere, così serie da avere indotto anche i tecnici della Camera a esprimere forti perplessità sulla sua legittimità. Il punto, però, è che per la prima volta lo stato si appresta a tradire il patto col cittadino e questo rischia di avere delle conseguenze devastanti, sia con riferimento al caso specifico, sia più in generale.  Con riferimento al caso specifico se mai dovessero riaprirsi opportunità di rientro di capitali dall’estero i contribuenti saranno ben consapevoli che si potrebbero cacciare in un tunnel da cui non vedranno più la luce, sottoposti al rischio permanente di continue tassazioni: imposta certa an, incerta quantum, meglio dunque non rischiare.

Non si obietti che, a tutela del contribuente, permarrebbe la garanzia dell’anonimato, perché potrebbe saltare anche questa al pari di com’è saltato l’impegno all’imposizione una tantum; salterebbe automaticamente, poi, per chi intendesse promuovere una causa sulla legittimità del provvedimento. In questo contesto, con la crisi dell’Euro che imperversa, c’è da scommettere che gli spalloni abbiamo ripreso le scarpe appese al chiodo e ricominciato a fare il loro antico mestiere alla grande.

Sotto il profilo generale la (ri)tassazione dei capitali scudati è ancor più grave perché fa perdere di credibilità allo stato, che frega il cittadino rinnegando un impegno precedentemente preso. Chi, d’ora in avanti, si sentirà sicuro ogniqualvolta dovesse condonare qualcosa? Diventerà rischioso persino condonare la classica veranda abusiva, tanto lo stato un domani, anche a distanza di anni, potrebbe riaprire la partita e imporre nuovi balzelli.

Già da noi il rapporto con la pubblica amministrazione non è tra i migliori e tende sempre a peggiorare; già uno stato che ricorre (troppo) ai condoni non è un gran che credibile, figuriamoci se poi tradisce anche il cittadino rimangiandosi la parola!  Eppure non una sola voce si è levata contro l’annunciato provvedimento. Mi rendo conto che l’evasione è un reato grave e odioso che a fatica trova dei difensori, ci mancherebbe, ma qui si tratta di difendere un principio, non l’evasore, e la mancata difesa della parola data apre una profonda ferita che potrà avere nel rapporto stato-cittadino conseguenze e costi molto più gravi rispetto al gettito di un paio di miliardi che lo stato si appresta ad incassare.