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La crisi? Il mondo è cambiato, ce ne stiamo accorgendo

– La crisi dei mutui, la crisi di liquidità interbancaria, la crisi del debito sovrano europeo: son dettagli, anzi conseguenze. Importanti, sia chiaro, così come è importante e urgente approntare misure per uscirne al più presto; ma pur sempre dettagli, anzi conseguenze. La causa prima del disagio è un po’ diversa, anche piuttosto banale, piuttosto ovvia, nonostante di questi tempi i commentatori tendano a ignorarla.

Da qualche lustro il baricentro dell’economia mondiale si sta spostando verso Est; i paesi che fin dalla rivoluzione industriale hanno raccolto i frutti dell’egemonia commerciale e politica globale vanno perdendo influenza e benessere. Finché accadeva solo in termini relativi – prima un italiano stava venti volte meglio di un cinese, oggi solo quattro – non eravamo più di tanto preoccupati; ora che ci si ridimensiona (un pochino) in termini assoluti, ecco il panico. Ma forse era prima, che le cose non erano normali.

A fronte della concorrenza di Cina e India, l’Europa e persino gli Stati Uniti fanno fatica da tempo a mantenere elevati tassi di crescita; la dinamica della produttività è relativamente debole, quindi non compensa gli svantaggi competitivi derivanti dal più elevato costo del lavoro, nonché dallo scrupoloso rispetto di regole talvolta mal disegnate. Quando lo sviluppo rallenta, le soluzioni sostenibili sono solo due: o lo si rilancia, o si aggiustano verso il basso i consumi privati e pubblici.

Nei paesi avanzati si è scelto invece di far finta di niente e indebitarsi: oltreoceano hanno esagerato più le famiglie che lo Stato, nell’Unione Europea viceversa, ma il difetto è all’incirca lo stesso. E no, il protezionismo non era un’alternativa. Tanto per cominciare, in tempi di declino del peso politico internazionale dell’Occidente non si possono chiudere le frontiere ai prodotti stranieri continuando invece ad esportare indisturbati, argomento che dovrebbe rilevare soprattutto per paesi orientati ai mercati esteri come l’Italia. In secondo luogo, costringere la cittadinanza a “comprare nazionale” finirebbe per deprimere ulteriormente gli investimenti; aumenterebbero i prezzi, non i redditi.

Come reagire? Occorre distinguere con attenzione quello che è una tragedia da quello che non lo è, e i mali sistemici da quelli idiosincratici: per una questione di onestà intellettuale, ma soprattutto per concentrare gli sforzi di riforma laddove servono davvero.

Ci si lamenta a gran voce del fatto che, in un mondo con attori economici nuovi, agguerriti e di inaudita potenza demografica, non possiamo aspettarci a parità di comportamenti lo stesso profilo di crescita del benessere della generazione nata nell’immediato dopoguerra. Persino la musica pop con pretese d’impegno sociale ci informa che qualche decennio fa “per pagare le spese bastava un diploma”: non ci entra proprio in testa che è andata eccezionalmente bene ai nostri genitori, i quali non solo pagavano le spese ma acquistavano automobili, case e una gran quantità di nuovi beni e servizi, vedendo allo stesso tempo aumentare le tutele sindacali per il lavoro, le garanzie pensionistiche, la speranza di vita e la qualità dei prodotti.

Non ci entra in testa, parimenti, che il diploma non è più sufficiente se per ciascun perito elettrotecnico italiano ci sono diecimila giovani asiatici con una laurea in ingegneria elettronica. Si fa un gran parlare di equità e di giustizia, ma si rifiutano proprio dove sono più evidenti: magari tra cent’anni i malesi staranno meglio di noi, dopo secoli del contrario. E che c’è di così disastroso, atteso che questo non si trasformi in povertà generalizzata?

Certo, potremmo scegliere la strada del contrasto allo sviluppo altrui, approfittando delle posizioni di vantaggio che ancora abbiamo: nel piccolo possiamo picchiare gli immigrati e sfruttarli finché ci è consentito, nel meno piccolo possiamo scatenare offensive militari, cibernetiche, di sabotaggio economico verso chi minaccia la nostra posizione dominante. Non è detto che possa funzionare; ma, anche fosse questo il caso, sembra una soluzione piuttosto immorale.

Si può invece procedere in un altro modo: da una parte, cercare di uscire dalla stagnazione degli ultimi anni; dall’altra, aggiustare ragionevolmente le aspettative.

Le mosse necessarie per incrementare la produttività e rilanciare l’economia sono note, e sono state più volte discusse su queste pagine: sul piano nazionale, riforma del mercato del lavoro e del sistema di welfare, liberalizzazioni, miglioramento del sistema di giustizia civile, incentivi alla ricerca scientifica, innalzamento della qualità dell’istruzione, mantenimento di elevati livelli di credibilità delle istituzioni politiche; sul piano internazionale e in particolare europeo, revisione della governance comunitaria, disciplina fiscale più rigida per tutti i paesi, raggiungimento effettivo delle condizioni che secondo i manuali di economia sono necessarie al funzionamento di un’unione monetaria.

Sarà molto più facile perseguire questi obiettivi se accetteremo di buon grado le conseguenze ragionevoli della perdita di competitività, nell’attesa di recuperarne. Questo presuppone che siano ragionevoli i governanti, ma anche i semplici cittadini.

I primi concentrino i sacrifici laddove rendite di posizione dannose per lo sviluppo hanno generato privilegi iniqui, distinguano tra le fasce deboli e quelle disoneste, promuovano l’eguaglianza di opportunità ma non quella dei risultati, fatte salve soglie minime di dignità che si devono applicare per tutti. I secondi, però, si rendano conto che un’auto in meno in famiglia non corrisponde alla miseria più nera, un anno di lavoro d’ufficio in più per una persona di mezza età in buona salute non è equivalente allo sfruttamento dei bambini nelle fabbriche, la tutela della salute è un diritto ma il Kindle Fire no (e sia chiaro: ridurre le tutele delle professioni ordinistiche ha più impatto sul mercato dei Kindle Fire che su quello dei prodotti alimentari).

Chissà che non si riscopra il gusto della conquista, e insieme quello per l’innovazione intellettuale e imprenditoriale; una combinazione vincente, perché la creatività è già premio a se stessa, e per buona misura seguiranno anche i guadagni.


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

4 Responses to “La crisi? Il mondo è cambiato, ce ne stiamo accorgendo”

  1. Cristian Cattalini scrive:

    Claudia, questa è musica per le mie orecchie, è un punto di vista che puó e deve risvegliare la speranza, con nuovi orizzonti davanti a noi! Sarà più difficile? Ci sarà più soddisfazione!

  2. libertyfighter scrive:

    Tutto giusto. Ma non si farà nulla, andremo in default perché é scritto e dopo il default avremo la guerra civile. Come soluzione alla guerra civile ci sarà una guerra contro qualche stato estero che faccia da capro espiatorio. Chiacchierare non serve a nulla. Il sistema porta in questa situazione e nessuno ribalterà il sistema.

  3. basito scrive:

    commerciare con paesi dove sono violati i diritti umani basilari, non esistono diritti sindacali, le paghe sono 5/10 volte inferiori alle nostre, e non esistono norme a tutela dell’ambiente significa commercio scorretto…il libero mercato ha senso fra attori che seguono le medesime regole, e non il permettere ad organismi transnazionali non eletti da nessuno (e che quindi non fanno l’interesse popolare bensì quello di pochi potentati economici) di delocalizzare in asia ricchezze e conoscenze accumulate in secoli dagli occidentali, provocando disoccupazione sistemica a doppia cifra ed abbassamento generale del tenore di vita…la nostra è la prima generazione del mondo moderno avere un tenore di vita peggiore di quello della generazione precedente, e la causa di ciò si chiama globalizzazione

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  1. […] delle finanze pubbliche, ma soprattutto con una mutualizzazione senza condizioni del debito. Per altri, la crisi è molto più profonda . E’ strutturale. E’ anche lo specchio di un mondo in profonda mutazione che vede l’emergere […]