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Guerra civile in Siria, intervenire o no?

– La “comunità internazionale” si muove contro il regime di Damasco, ma solo con parole di condanna e sanzioni.
All’Onu, il Consiglio per i Diritti Umani chiede al Consiglio di Sicurezza di inviare il caso siriano alla Corte Penale Internazionale. Secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, i morti della repressione del regime di Damasco sarebbero arrivati a 5000 (stima pubblicata ieri). Fonti ufficiali siriane, al contrario, parlano di 1100 morti nelle file della polizia e dell’esercito regolare. E non accennano a vittime civili. In assenza di osservatori e media indipendenti, ciascuno ha buon gioco a fornire la propria versione.
La commissione di inchiesta dell’Onu, guidata dal brasiliano Paulo Pinheiro, ha intervistato profughi, disertori e numerosi testimoni contattati in Siria tramite Skype (un programma facile da reperire, ma difficile da intercettare). Alla fine di novembre il quadro che era emerso da questa inchiesta era tremendo, ma necessariamente incompleto: uso dei cecchini, tortura sistematica dei prigionieri, abusi sessuali anche sui bambini. Sono scene di un inferno raccontate da tutti coloro che riescono a scappare da esso. Il grosso delle vittime, per gli organi di informazione di Assad, è costituito, invece, da uomini di regime, costretti a combattere contro una ribellione armata. Oggi Damasco ha buon gioco a far la parte della vittima perché, due giorni fa, ha indetto le elezioni municipali. E queste sono state boicottate dall’opposizione. Assad può dunque affermare che i cittadini votano, gli oppositori intimidiscono e sparano, come Al Qaeda fa in Iraq.

Le immagini che arrivavano dalla Siria all’inizio della rivolta (metà marzo) e fino all’estate, però, non mostravano una guerra civile, ma manifestazioni stroncate con la forza. Anche l’ambasciatore Usa Robert Ford, nelle sue testimonianze, parlava di repressione militare contro i civili. E’ dunque probabile che la versione di Damasco abbia elementi di verità solo a partire dall’autunno, quando almeno 15mila soldati avevano disertato ed erano confluiti nel nuovo Esercito di Liberazione Siriano (Els). Oggi esistono prove per affermare che i membri dell’Els usano armi comprate dall’estero, dal Libano e probabilmente anche dalla Turchia. Fino all’estate scorsa non era così. “Per arrestarti, fino a poco tempo fa, alla Mukhabarat (la polizia politica, ndr) bastava mandare due agenti in motocicletta. Oggi devono mandare migliaia di uomini”, diceva un membro dell’Els all’intervistatore della Bbc alla fine di novembre.

Volenti o nolenti, si è dunque arrivati ad avere una guerra civile. E per questo è molto più difficile un intervento internazionale. Se il Consiglio per i Diritti Umani dovesse passare il caso al Consiglio di Sicurezza, si scontrerebbe con Mosca: nella guerra civile siriana, la Russia ha preso le parti del regime di Damasco, al punto da inviare navi da guerra nel Mediterraneo per scoraggiare eventuali pressioni o atti di forza occidentali.

Se una soluzione internazionale è quanto mai lontana, una risposta regionale, in questo caso, potrebbe rivelarsi più efficace.
Fra i vari attori che compongono questa simbolica “comunità internazionale”, i più attivi sono sicuramente la Lega Araba e la Turchia. La prima ha sospeso dai suoi summit il regime di Bashar al Assad e sta applicando le prime sanzioni economiche. La sospensione è un fatto, sinora, quasi senza precedenti. Ce ne sono solo due: la Libia (allo scoppio della guerra civile) e l’Egitto (dopo la firma del trattato di pace con l’“arcinemico” Israele).

Sono molti i Paesi mediorientali che hanno conti in sospeso con il regime baathista di Damasco. La Giordania è in stato di parziale guerra fredda con la Siria sin dal 1970, dopo il Settembre Nero (massacro dei palestinesi di Giordania) e la breve guerra siro-giordana che ne era seguita. La Giordania ha fatto la pace con Israele. La Siria non lo ha mai accettato. Sono vecchi rancori che riemergono e pesano al momento “buono”. Il regime di Damasco, alleato con Teheran, è una spina nel fianco per tutti gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che si sentono minacciati direttamente dall’Iran. L’Arabia Saudita si è sempre trovata sulla sponda opposta di Damasco, sia per il Libano (conteso da decenni fra i sunniti filo-sauditi e gli sciiti filo-siriani), sia per l’asse Damasco-Teheran che minaccia gli interessi della monarchia tradizionale. In generale, riemerge l’antico e mai sopito conflitto fra musulmani sunniti e sciiti. Il regime di Damasco fa parte di una minoranza alawita (setta scismatica dello sciismo) e reprime una maggioranza sunnita, è alleato con l’Iran (sciita e rivoluzionario) e dunque è naturalmente contrapposto a monarchie sunnite.

La Turchia è stata nemica della Siria da quando è alleata di Israele. Oggi, anche se i rapporti con lo Stato ebraico non sono buoni come in passato, Ankara torna ad essere ostile al regime di Damasco. Non lo fa per motivi economici. Anzi. Pur di isolare Damasco, alla fine del mese scorso, la Turchia è stata disposta a stroncare sul nascere una comunità economica mediorientale, che avrebbe dovuto costituire un’alternativa all’Ue. Ankara agisce per motivi politici, soprattutto. Il governo Erdogan vuole cavalcare (e questo è ormai evidente) l’onda delle rivolte arabe. Benché partner privilegiato di Assad sino alla scorsa primavera, non è disposto a combattere una battaglia di retroguardia in difesa di un regime che considera già come parte del passato. E’ in Turchia che l’Els ha il suo comando. Ed è sempre in Turchia, a Istanbul, che si è riunito il Consiglio Nazionale Siriano (Cns), il governo-ombra degli insorti. Ankara potrebbe fare di più: potrebbe tagliare acqua ed energia elettrica al regime di Damasco.

C’è però sempre una certa prudenza nelle azioni contro il regime di Assad. Non si sa come potrebbe reagire a misure troppo drastiche. In questi giorni, giornali turchi lanciano l’allarme: il regime siriano avrebbe armato almeno 600 missili a medio raggio con testata chimica. Potrebbero colpire tutto il territorio turco. Sarà vero? In ogni caso, meglio essere prudenti. Assad potrebbe coinvolgere anche Israele. Lo ha già fatto, in modo non convenzionale, permettendo e sponsorizzando le due violazioni “pacifiche” del confine del Golan, ad opera di profughi palestinesi, in occasione della Nakba (anniversario della nascita di Israele) e della Naksa (anniversario della Guerra dei Sei Giorni).

La settimana scorsa il confine israelo-libanese si è insanguinato di nuovo. Un attentato ha ferito cinque caschi blu francesi della forza di peacekeeping Unifil2. Damasco nega ogni responsabilità, ma intanto la Francia annuncia il ritiro di parte del contingente. Meno sarà presente la forza di peacekeeping, più probabile sarà una nuova guerra israelo-libanese. E il governo del Libano è un alleato (tramite Hezbollah) del regime di Assad. Due giorni fa un razzo, lanciato dal “Paese dei Cedri” è caduto al confine con lo Stato ebraico. Avvertimento? Damasco, anche in questo caso, nega ogni responsabilità. Ma gli Stati vicini, a partire da Israele, temono una Siria fuori controllo. E sperano solo che la guerra civile finisca presto.

Come sempre si pone il dilemma: sarà più pericoloso intervenire o non intervenire? Un intervento, oggi come oggi, potrebbe provocare un’escalation del conflitto civile alle aree vicine. Ma un non-intervento potrebbe lasciare ad Assad tutto il tempo e la possibilità di sfogare all’estero i suoi problemi interni. Una guerra contro Israele, in questo caso, sarebbe la miglior polizza sulla vita del regime baathista.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “Guerra civile in Siria, intervenire o no?”

  1. Pierpaolo scrive:

    … uso dei cecchini, tortura sistematica dei prigionieri, abusi sessuali anche sui bambini …

    Ma i neonati sttappati dalle incubatrici e lasciati morire sul freddo pavimento ve li siete mica dimenticati?

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