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Eurovertice, inutile o dannoso?

– La linea tedesca ha vinto, anzi, ha stravinto nell’eurovertice di Giovedí scorso, ma è una vittoria di Pirro.

La strada per l’entrata in vigore del nuovo trattato è piena di insidie e potrebbe anche portarci nella direzione sbagliata. L’eurovertice della scorsa settimana doveva portare ad un accordo fra due posizioni contrapposte, una più attenta ai conti (linea tedesca) ed una più a favore di una politica moneteria espansiva (tutti gli altri con l’Italia in prima linea). Anziché uscirne una mediazione fra le parti, la Germania si è imposta ed i suoi detrattori hanno inspiegabilmente ceduto su tutto senza ottenere una contropartita, partorendo così un accordo vuoto di quelle misure in grado di fermare l’attacco speculativo all’euro. E questa è la buona notizia, perché i tempi e le dinamiche della ratifica dei trattati Europei negli stati membri sono già molto complessi in tempi di vacche grasse, quindi é difficile immaginare che possano non esserlo di questi tempi.

L’accordo raggiunto lo scorso 9 Dicembre è una modifica ai trattati esistenti, pertanto la sua entrata in vigore necessita di ulteriori passaggi nei 26 Paesi membri dell’Unione. Dopo l’ondata di entusiasmo iniziale che ha portato anche l’Ungheria a rettificare le notizie uscite subito dopo il vertice che la consideravano contraria all’accordo, molte nubi si sono addensate sulla possibilità di una rapida entrata in vigore della modifica al trattato. Il sito Euobserver riporta che i problemi maggiori arrivernano da Irlanda, Olanda, Austria, Romania, Danimarca, Finlandia, Lettonia e Repubblica Ceca.

Gli indiziati speciali, memori della travagliata entrata in vigore del Trattato di Lisbona, sono l’Irlanda, che sta valutando come evitare il referendum popolare come previsto dalla costituzione, e l’Olanda, dove il governo ha escluso questa possibilità ma alcune forze della maggioranza spingono per una nuova consultazione elettorale. Analoghe situazioni si presentano in Danimarca e Romania.

Di referendum si parla anche in Austria, in Finlandia, dove la commissione affari costituzionali ritiene che la decisione di adottare il criterio della maggioranza qualificata per le decisioni di bilancio al posto dell’unanimità costituisca un cambio sostanziale dei trattati e che quindi debba essere sottoposto ad una verifica popolare, ed in Lettonia, dove la consultazione non è prevista a meno che 50 parlamentari su 100 non la richiedano.

Questo scenario non è così improbabile, poiché la dimensione della crisi economica che ha portato al crollo del PIL a ritmi in doppia cifra nel 2009 potrebbe convincere alcune forze politiche ad utilizzare la minaccia del referendum come merce di scambio per ottenere maggiori attenzioni degli altri partners europei. Infine la Repubblica Ceca, nella quale il presidente Vaclav Klaus, notoriamente euroscettico, benché non abbia il potere di bloccare la ratifica parlamentare, potrebbe prolungare i tempi semplicemente rifiutandosi di controfirmare gli atti parlamentari, come giá accaduto per il Trattato di Lisbona.

Molti dettagli del trattato devono ancora essere definiti e questa situazione aggiunge ulteriori incertezze sul sostegno di alcuni dei 26. Ad esempio, il Financial Times riporta che l’Ungheria sarebbe contraria a perdere il controllo sulla possibilità di gestire la politica fiscale per le società. La Svezia teme l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. La Repubblica Ceca vuole chiarezza sui poteri delle istituzioni europee verso le politiche di bilancio dei paesi che non fanno parte della zona euro. Allo stesso tempo, il presidente Barroso ha dichiarato che questo accordo non è ‘dei 17 paesi piú altri, ma dei 27 meno uno’, lasciando intendere che la volontà della Commissione sarebbe quella di giocare un ruolo di primo piano nell’attuazione del nuovo trattato.

Insomma, il cielo è pieno di nubi anche perché non è chiaro, a differenza di quello che dice Barroso, chi dovrà mettere in pratica il trattato intergovernativo. Infatti, la Commissione e le altre istituzioni europee potrebbero servire da garanti per il nuovo accordo solo con il consenso di tutti i 27 stati membri, come ha ricordato il primo ministro inglese Cameron dal fortino all’interno del quale si è rinchiuso dallo scorso giovedì.

Regna la confusione. Alcuni parlano di una deroga. Dalle istituzioni europee fanno sapere che il trattato sarà costruito in modo tale da rimanere entro i limiti delle competenze che le istituzioni europee hanno già (quindi vien da chiedere dove sono le novità del trattato, ndr). Allo stesso tempo, altri paventano addirittura la creazione di istituzioni parallele a quelle europee. Non ci sono certezze, tranne quella di avere la spada di Damocle della Corte Suprema tedesca che potrebbe essere chiamata in causa dal Bundestag per valutare la compatibilità delle nuove regole con la costituzione e rallentare, se non peggio, l’entrata in vigore delle nuove modifiche.

Tutto questo nel bel mezzo di una tempesta finanziaria che sta mettendo a rischio la tenuta dell’Unione Europea e sta ipotecando una fetta di futuro di intere generazioni a causa di tassi di interesse altissimi. La ratifica di un trattato incompleto potrebbe essere molto più complessa di quello che sembra ed è probabile che nuove modifiche dovranno essere apportate nel bel mezzo del processo di ratifica.

Dalla soluzione di tutti i mali, l’eurovertice ha prodotto una follia politica che potrebbe solo complicare la risoluzione della crisi.


Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

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