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Privatizzazioni vere, ora o mai più

– Cosa sono le privatizzazioni all’italiana? Semplice: quei magici fenomeni per cui si muta con un colpo di bacchetta la qualificazione giuridica di un ente permettendo, comunque, all’azionista pubblico (dicesi: Stato) di sedere in maggioranza bulgara (quando non in solitaria) nel CdA, con un controllo maggioritario, se non dispotico, dei pacchetti azionari. E’ una prassi che si è ripetuta per tutte le grandi compagnie di riferimento (ENI, Trenitalia, Finmeccanica, Enel…), privatizzate sì nella forma, mai nella sostanza. Dietro la maschera nulla è cambiato: le trattive familiar-politiche per l’insediamento di trombati/zii sono continuate senza colpo ferire.

Pare che finalmente questa strisciante anomalia abbia suscitato il vivo quanto piccato interesse della Commissione Europea, che, molto probabilmente, invierà al governo italiano – a mo’ di regalo natalizio – una lettera che inviterà il nostro Paese a mettersi in regola modificando la propria legislazione in tema di interventi statali nelle aziende privatizzate.

Da parte sua, il Governo Monti ha già annunciato la sua intenzione di procedere con un piano di dismissione delle partecipazioni statali, il quale fornirebbe un incentivo fondamentale verso la strada dell’abbattimento del mastodontico debito pubblico (Luigi Zingales, in un articolo apparso sul Sole 24 Ore in occasione della prima manovra varata dall’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi, stimò approssimativamente a 140 miliardi il valore di una privatizzazione di tutte le controllate), nonché verso la correzione di una concorrenza distorta da aziende elefantiache che impediscono l’entrata di nuovi soggetti in settori strategici e fondamentali del mercato, a scapito della vivacità e della competitività di tali settori. La privatizzazione sostanziale deve muoversi lungo questa fondamentale linea: liberare specifici settori non solo dalla prepotenza dello Stato, ma soprattutto dagli artificiali monopoli che lo Stato ha costruito su e intorno ad essi.

L’obiettivo non è certamente semplice e vi è la quanto mai impellente necessità di predisporre tali operazioni con il massimo rigore e severità (evitando di creare nuovi monopoli/oligopoli che nulla muterebbero alla situazione di fatto), improntandosi al principio del best interest per il consumatore. Sarà anche necessario superare la trasversale opposizione delle lobby e del management corporativo-statalista che si annida tra i seggi del Parlamento (tanto a sinistra, quanto a destra), unita allo stucchevole refrain delle “liberalizzazioni/privatizzazioni selvagge”; il rischio di letali annacquamenti alla sostanza di una privatizzazione che non ammette terze vie è quanto mai presente. Basti pensare a cosa si è scatenato per la semplice (e scialba, a dire il vero) liberalizzazione dei farmaci di fascia “C” (figurarsi cosa può avvenire con un piano di privatizzazione delle Poste Italiane).

Tutte queste serie ragioni non devono però fungere da comodi alibi per procrastinare ulteriormente l’improcrastinabile: l’esigenza di un paese che permetta la libera circolazione dei capitali e favorisca una concorrenza sempre più in ginocchio; perché alla fine sono sempre i cittadini a pagare sulla loro pelle i buchi di bilancio e le politiche economiche delle aziende pubbliche, tutte destinate a diventare delle piccole (o grandi) Alitalia.

Il governo Monti poteva osare nel cosiddetto decreto “Salva Italia”; non erano necessari colpi di mano, bastavano semplici e rigorosi paletti che indicassero la strada maestra. Ha invece preferito ripiegarsi – per due terzi – su una strada già battuta in passato da tutti i governi “anti-crisi” dello scorso decennio, rifiutando di mettere mano alla spesa pubblica, alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni che tagliano l’Italia al di fuori dell’Europa, tanto a livello economico quanto giuridico, condannandola a “periferia”.

Qualcuno ribadirà che il governo Monti ha tuttavia promesso che imboccherà questa strada: benissimo. Che lo faccia. Ma in fretta. E con decisione. Per assistere al vergognoso spettacolo indecente di Finmeccanica, beh, bisogna avere lo stomaco forte; come bisogna avercelo per digerire l’attuale pressione fiscale; non si possono sopportare insieme. O il primo, o la seconda.

Certo, se lei, professore, avrà la forza di riuscire a toglierci entrambi gli amari e sgraditi bocconi, sarebbe molto meglio.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

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