– C’erano le tasse in più, amaro epilogo di un decennio senza riforme, ma c’era anche un primo pacchetto di liberalizzazioni fin dal 2012, segno del tentativo del premier Monti di affiancare alle severe misure per il risanamento finanziario – l’intervento sulle pensioni e gli aggravi fiscali – una strategia a più riprese per il rilancio dell’economia italiana. In attesa di una revisione profonda del mercato del lavoro e del welfare (nel suo intervento programmatico in Parlamento il Professore ha espresso la sua preferenza per il modello Ichino) e di una riqualificazione della spesa pubblica in favore degli investimenti infrastrutturali, quelle prime misure intendevano mostrare ai mercati il forte commitment del governo per le politiche pro-crescita.

Con la scelta improvvida di prorogare al 2013 l’entrata in vigore delle norme di apertura economica previste dall’articolo 34 della manovra, di escludere espressamente i taxi dai settori liberalizzandi e di ridurre la portata dell’articolo 32 sui farmaci di fascia C, la manovra perde buona parte della sua portata innovativa. Vista dall’anticamera della Commissione Bilancio, trasformata in una sorta di suk arabo dai rappresentanti di questa o quella corporazione professionale, la vicenda è un drammatico spaccato della realtà politica italiana: puoi congelare i trattamenti pensionistici per due anni, ma non riesci ad opporti alle lobby dei farmacisti e dei tassinari, spalleggiati ufficialmente dal PdL ma supportati da deputati di ogni gruppo politico, sfacciatamente impegnati a difendere la propria casta professionale di appartenenza. Restano per ora defilati avvocati ed altri professionisti, i quali faranno sentire la loro potenza di fuoco da qui a qualche mese, non appena si avvicinerà il D-day per la loro liberalizzazione (13 agosto 2012).

Pur di portare a casa l’aggiustamento dei conti pubblici che gli permette di dibattere da pari a pari con la Merkel e Sarkozy, il premier Monti si rassegna probabilmente all’annacquamento parlamentare della restante parte della manovra. Ma il tempo e la fiducia di mercati e partner continentali (che quegli interventi di finanza pubblica ci permettono di guadagnare) va usato per riformare e modernizzare l’economia italiana: se invece questi obiettivi vengono rimandati o depotenziati, il sacrificio finanziario chiesto agli italiani sarà vano.

Per concludere, un appello alla classe parlamentare: prima che sia troppo tardi, se non è già troppo tardi, distogliete lo sguardo dalle piccole e misere rendite di posizione personali che oggi tanto vi prodigate a difendere; occupatevi dell’interesse generale, delle prospettive di crescita dell’intero paese, piuttosto che ricattare il governo per i vostri affarucci di bottega. Se prevale il particulare, da qui a qualche mese dovremo rinunciare persino a quel barlume di sovranità nazionale che ci è rimasto.