E se per una volta facessero sciopero i ‘ricchi’?

– Immaginiamo la scena.

Il signor Rossi ed il signor Verdi siedono a due tavoli nella stessa trattoria. Mangiano le stesse pietanze e la cucina non è certo di prima qualità; la minestra sembra riscaldata e l’affettato del piatto freddo è un po’ stantio.

Poi il cameriere porta il conto. Il signor Rossi spende 10 euro, mentre al signor Verdi vengono chiesti 1090 euro. Quest’ultimo rassegnato mette mano al portafoglio – sono tanti soldi, ma gli pare poco opportuno e poco elegante protestare. Il signor Rossi, invece, batte con virulenza il pugno sul tavolo, richiamando l’attenzione generale della sala, e va diritto dal proprietario della trattoria a protestare perché il signor Verdi ha pagato troppo poco.

Assurdo, vero? Sì, ma è un’assurdità che ci è molto familiare.

Secondo i dati della CGIA di Mestre il 49,1% dei contribuenti, praticamente un contribuente su due, si colloca nel primo scaglione di reddito, pagando le tasse su un imponibile inferiore a 15 mila euro. Questa metà del paese paga complessivamente solo il 5,8% del gettito IRPEF complessivo ed ogni contribuente in questa fascia versa al fisco in media 414 euro di tasse ogni anno – esattamente quello che paga il signor Rossi.

Sulla base degli stessi dati, solo l’1,9% dei contribuenti si qualificano per il quinto scaglione, quello che riguarda i redditi sopra i 75 mila euro. Costoro pagano complessivamente da soli il 24,5% del gettito IRPEF nazionale.

In media chi, come il signor Verdi, appartenga al quinto scaglione paga al fisco 45.351 euro di IRPEF all’anno.

Di fronte alla crisi, a destra come a sinistra, nei salotti come nei bar, il leitmotiv sembra essere uno solo – “i ricchi devono pagare di più” – ed in parecchi hanno storto il naso quando il governo Monti ha scelto di non ritoccare verso l’alto le imposte sul reddito.

Ma quanto devono pagare di più i ricchi? Il doppio? Il triplo? Ebbene oggi i cosiddetti “ricchi”, cioè i cittadini a più alto reddito, pagano 109 volte le tasse che pagano i “poveri”. Pagano 109 volte per gli stessi servizi pubblici.

Si tratta di un apporto fiscale eccezionale, in parte dovuto alla progressività delle aliquote, ma anche in presenza di un’eventuale “flat tax”, quell’1,9% continuerebbe a pagare più di 50 volte le tasse pagate da quell’altro 49,1% dei contribuenti che oggi dichiara ufficialmente meno di 15 mila euro di reddito lordo.

Da un punto di vista liberale il “dagli al ricco” non ha giustificazioni morali, perché significa colpire persone che, in linea di principio, hanno guadagnato di più perché hanno prodotto di più, cioè  in definitiva che hanno fatto di più per gli altri – che siano i rispettivi clienti o datori di lavoro. Se questi signori hanno guadagnato molto è perché qualcun altro ha valutato che il loro lavoro valesse altrettanto ed ha deciso di comprarlo a quel prezzo.

Ma un sistema fiscale punitivo nei confronti dei cittadini più produttivi non ha senso neppure da un punto di vista utilitaristico – perché se è vero che l’1,9% dei contribuenti garantisce da solo il 24,5%, allora quei contribuenti sono contribuenti altamente pregiati che l’Italia deve tenersi cari, non solamente per il loro apporto diretto all’economia produttiva, ma anche in virtù del loro  “potenziale contributivo” futuro per il fisco.

Nei fatti, alte aliquote marginali possono scoraggiare in modo determinante l’attività dei cittadini ad alta produttività, inducendoli a lavorare di meno o potenzialmente ad emigrare. Se l’imponibile dei cittadini oggi nel quinto scaglione il prossimo anno si rivelasse la metà, il gettito complessivo dell’IRPEF scenderebbe di oltre il 10%, con conseguenze devastanti sulla tenuta dei conti.

Ieri i sindacati hanno indetto l’ennesimo sciopero a difesa del diritto dei cinquantottenni a farsi pagare per trent’anni la pensione da una generazione che non ne godrà. A difesa dei “diritti acquisiti” di alcuni che, a quanto pare, sono “doveri acquisiti” di altri.

Hanno scioperato, immancabilmente, chiedendo al governo Monti di “colpire i ricchi” – in nome di un semplificato quanto suggestivo criterio di equità.

Ma forse oggi sono proprio quell’1,9% di “ricchi” che dovrebbero trovare il coraggio di incrociare le braccia, per far comprendere all’esecutivo ed al resto del paese l’importanza del loro contributo e come sia un grave errore darlo per scontato – un vero e proprio sciopero dei produttori, un po’ come lo immaginava la filosofa Ayn Rand nel suo romanzo “La rivolta di Atlante”…

Un “Rich Pride” aperto a ricchi e simpatizzanti, a tutti coloro che rifiutano l’anatema nei confronti del denaro ed il concetto che il profitto ed il successo siano una colpa.

E chissà che anche il nostro signor Verdi, per una volta, non trovi il coraggio di sbattere il pugno sul tavolo e di andare dal proprietario della trattoria, ricordandogli magari, incidentalmente, che ci sono tanti ristoranti migliori in altri paesi del mondo.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

10 Responses to “E se per una volta facessero sciopero i ‘ricchi’?”

  1. Lapo scrive:

    Bah, ieri veramente abbiamo chiesto che la manovra fosse equa e cioè che si abolissero i privilegi.

    Perché nella tua trattoria intanto l’oste si prende i finanziamenti pubblici pure per i giorni in cui sta chiuso, c’ha l’autoblu, lui, la moglie, i figli e centinaia di migliaia di amici che carica sul conto che fa pagare sia al signor Rossi che al signor Verdi. Non paga l’ICI sul proprio esercizio commerciale, e ospita agratis il 50% dei colleghi di Rossi e di Verdi (specie di Verdi per la verità) o meglio fa pagare il loro conto a Rossi e Verdi. Ecco a cosa ieri abbiamo detto basta.

    Se poi il Signor Verdi vuole scioperare, beh sarebbe anche ora. Sarà più che il benvenuto. Diciamo che fin’ora ha guardato da un’altra parte. E non solo perché era impegnato a lavorare ed a produrre ma perché l’oste gli faceva un bel po di favori…

  2. Paolo scrive:

    Faraci, per “dimostrare” la sua tesi, sorvola sulla composizione del gettito fiscale complessivo e si concentra sulla sola IRPEF.

    Se, ad esempio, avesse considerato l’incidenza sui redditi dell’IVA, il conto del ristorante sarebbe stato ben diverso: il ricco Verdi avrebbe pagato 107,70 euro, mentre al povero Rossi ne avrebbero chiesti 114,30.

    L’IVA incide per € 1.034 sui redditi medi del primo decile (€ 7.236), pari al 14,3%, mentre sui redditi medi dell’ultimo decile (€ 63.448) l’incidenza era di € 4.881, pari al 7,7%. (el. dati 2009 Banca d’Italia e rilevazione Istat consumi delle famiglie).

    L’IRPEF è l’unica imposta ad aliquota progressiva e, assieme alle altre imposte dirette, contribuisce a poco più della metà del gettito fiscale complessivo. L’altra metà è data dalle imposte indirette (IVA, accise, bollo,…), la cui incidenza percentuale è maggiore sulle classi di reddito inferiori.

    Faraci inoltre non sa, o finge di non sapere, che esistono redditi molto, molto elevati soggetti a tassazione tramite ritenuta “secca” a titolo d’imposta con aliquote ben inferiori a quelle medie cui sono sottoposti i redditi da lavoro dipendente o autonomo.

    Vada Faraci da un buon commercialista e si faccia calcolare l’incidenza dell’imposizione fiscale su un reddito da lavoro (dipendente o autonomo) di € 50.000 e un reddito da partecipazione di € 1.000.000, poi privi di nuovo a fare l’esempiuccio della trattoria!

    (e ricordi Faraci che quando si fa sciopero non si riscuote).

  3. Franco scrive:

    Il punto è che Rossi , dopo aver pagato, non potrà tornare in quel ristorante per altri 3 mesi, mentre Verdi ci potrà comunque continuare a mangiare tutti i giorni anche se dovesse pagare di più. !

  4. Paolo scrive:

    No, Franco: il punto è che in Italia la maggior pressione fiscale è a carico del ceto medio.
    Faraci difende l’indifendibile, mentre avrebbe molto più senso rendere effettivamente progressiva l’imposizione fiscale sui redditi individuali (spostando il gettito dalle imposte indirette a quelle dirette e eliminando le ritenute “secche”), per poi diminuire drasticamente il carico fiscale sulle imprese.

  5. Massimo74 scrive:

    Ti sbagli.Le imposte indirette sono quelle che distorcono meno l’economia di mercato.Inoltre non penalizzano chi investe come succede invece con le imposte sul reddito.Inoltre la tassazione sul reddito contribuisce non poco ad aumentare il carico burocratico ai danni di cittadini e imprese a causa della complessità del sistema su cui esse si basano.Questo significa anche sopportare i costi aggiuntivi relativi alle parcelle del commercialista e la tenuta di tutta una serie di libri contabili che la legge richiede obbligatoriamente.
    Aumentare le aliquote irpef per ridurre l’iva è quindi assolutamente controproducente.Io direi che la soluzione migliore è quella di ridurre le aliquote fiscali sul reddito tagliando pesantemente la spesa pubblica(quindi riducendo la pressione fiscale complessiva).

  6. Paolo scrive:

    Che strano, in altri Paesi europei non c’è tutto questo gran “carico burocratico” per il calcolo delle imposte sul reddito. In Francia, adirittura, i commercialisti sono pochissimi rispetto all’Italia ed è facilissimo trovare consulenze gratuite per una dichiarazione dei redditi anche per piccole imprese.
    Quanto alla “distorsione” dell’economia di mercato: la prima distorsione che vedo è quella che impedisce ai liberi individui di competere almeno partendo ad armi pari. E guarda caso l’Italia, la cui peculiare società familista è stata oggetto di studio almeno fin dagli anni ’50, sta molto peggiorando in termini di mobilità sociale, il che è un enorme vincolo per lo sviluppo delle potenzialità individuali: un sistema fiscale può fare tanto per liberare risorse per i “capaci e meritevoli”, qualunque siano i loro livelli reddituali, sai?

  7. Massimo74 scrive:

    In Francia non c’è bisogno del commercialista perchè la dichiarazione dei redditi è fatta direttamente dall’agenzia del fisco sulla base delle fatture di acquisto e vendita che i contribuenti inviano telematicamente.In ogni caso non esiste in nessun paese d’europa un sistema fiscale così assurdo e pieno di norme spesso poco comprensibili e in molti casi soggette ad interpretazione (non capita di rado che due o più fiscalisti abbiano pareri discordanti o addirittura opposti sull’interpretazione di una determinata normativa fiscale.) come esiste in italia.Questo porta ovviamente ad una situazione di incertezza visto che il contribuente rischia di passare per evasore pur rispettando la legge per filo e per segno.Se a questo ci aggiungi che la pressione fiscale reale sulle aziende sfiora il 70% (tra le più alte al mondo),capisci perchè in italia ormai nessuno vuole più investire nulla e molti preferiscopno delocalizzare in paesi dove lo stato non agisce come un vampiro assetato di sangue.Però i nostri governanti da questo orecchio proprio non vogliono sentirci e il governo Monti non fà eccezione a questa regola visto che la manovra presentata in parlamente si basa per 3/4 su introduzione di nuove imposte o aumenti di imposte già esistenti.

    In ogni caso se si decidesse per assurdo di abolire completamente la tassazione sul reddito compensando il mancato gettito con l’aumento delle imposte indirette,pur mantenendo inalterato il livello di pressione fiscale attuale,ci sarebbero comunque vantaggi enormi per l’economia grazie all’aumento degli investimenti privati (le imposte dirette penalizzano direttamente gli investimenti a causa dell’obbligo imposto dalla legge sull’ammortamento dei cespiti) e alla riduzione della burocrazia (che come si sà è una tassa occulta),nonchè come dicevo prima al fatto di poter risparmiare i costi realtivi alle salate parcelle dei commercialisti.Aggiungici pure il fatto che non ci sarebbe più bisogno di ricorrere a strumenti illiberali e vessatori come gli studi di settore (che hanno contribuito a rovinare migliaia di piccole imprese e lavoratori autonomi accusati di essere evasori pur senza aver realmente evaso nulla).
    Il problema è che questo,come si sà, è il paese dove le lobby hanno un potere di condizionamento enorme (lo stiamo vedendo in questi giorni con le proteste dei tassisti e dei farmacisti) e una riforma fiscale di questo tipo non si potrebbe mai realizzare visto che andrebbe a danneggiare pesantemente la lobby dei fiscalisti italiani.

  8. Elle Zeta scrive:

    Scusi ma l’esempio verteva sull’IRPEF quindi il raffronto è corretto. Poi nel caso di altri redditi si possono fare calcoli ma mi permetto presentare il mio modesto caso di professionista autonomo che subisco una pressione fiscale globale che ammonta al 62,3% dei miei redditi.

  9. Elle Zeta scrive:

    Chiedo scusa, ho sbagliato a collocare la mia relica che era indirizzata al commento diPaolo e non di Lapo.
    Luigi Zoppoli

  10. Stefano scrive:

    Il fatto è che i redditi da lavoro sono per lo più certi, mentre i redditi da investimenti no. In parole povere se lo Stato si prendesse metà dei guadagni dovrebbe accollarsi pure metà dei rischi. E per arrivarci non serviva nemmeno il commercialista.

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