Tagli/2. Eliminare le zavorre

– Lo sapevamo che la manovra sarebbe stata dura.
Non ci aspettavamo che Monti si trasformasse in Francois Guizot, lo storico e lo statista francese della prima metà dell’800, e ci incitasse con il motto Enrichissez-vous! Magari la speranza era che le misure, oltre a pesanti sacrifici, contemplassero anche quei tagli che il governo Berlusconi aveva promesso, ma non aveva avuto la forza di realizzare. Così la medicina sarebbe stata un po’ meno amara.

La “disciplina dimagrante”, richiamata dal premier nel discorso del 4 dicembre tenuto prima di illustrare le misure anticrisi, è stata avviata. Con interventi apprezzabili, anche psicologicamente “forti”, come quello che prevede che il primo ministro rinunci ai compensi che gli spettano. Ma ancora di più con tagli ai cosiddetti costi della politica. Tagli che prevedono, come noto, abolizione delle giunte provinciali e riduzione dei consiglieri a dieci. Calo dei membri delle Authority da 50 a 28, accorpamento di Inpdap e Enpals nell’Inps. Niente doppio stipendio anche per ministri e sottosegretari, se grava sulle casse dello Stato.

Insomma sembra riavviarsi quella lotta agli sprechi invocata da più parti, ma strenuamente avversata, in maniera abbastanza bipartisan, da tutta la politica. Uno dei primi atti dell’ex ministro dell’Economia Tremonti al momento dell’insediamento, a fine 2001, fu quello di sciogliere la commissione tecnica sulla spesa pubblica. E nel 2008, di nuovo al momento dell’insediamento, uno dei primi atti fu quello di sciogliere un’analoga commissione voluta dal suo predecessore Padoa-Schioppa.

La ratio di quelle commissioni era semplice. Per deliberare bisogna conoscere, e per deliberare i tagli di spesa bisogna indagarne i meccanismi minuti, smontando viti e bulloni, uno ad uno. Solo in maniera tardiva, nel secondo trimestre del 2011, il ministro si ravvide, resuscitando, sotto forma di un Gruppo di lavoro, i lavori di analisi della spesa. Affidandone la guida al miglior esperto di viti e bulloni della spesa pubblica che ci sia in Italia, il professor Piero Giarda. Allora ad evidenziarsi, oltre agli sprechi nella pubblica amministrazione, era la frammentazione.

Forse anche recuperando alcuni dati emersi dal rapporto Giarda della fine di giugno, considerati i tempi assai contratti nei quali il nuovo governo è stato costretto ad agire, si è iniziata la necessaria ”operazione di dimagrimento”, la sana potatura dei rami secchi della spesa. L’unica che possa liberare risorse per la riforma fiscale e/o per la riduzione del deficit.

Senza questa “potatura” l’Italia rischia ancora di vivere schiava del famoso paradosso di Zenone di Elea, quello diAchille e la tartaruga. L’argomento è noto. Il piè veloce Achille non raggiungerà mai la tartaruga posto che questa abbia un passo di vantaggio, poiché prima di raggiungerla dovrà arrivare al punto dal quale è partita, sicché essa sarà sempre più avanti. Ora nella figura di Achille si specchia l’Italia, con le sue difficoltà e il tentativo di Monti di rimetterla in corsa. Nella tartaruga, la sua macchinosa burocrazia, la zavorra dei suoi, ancora tanti, enti, ereditati da un passato ingombrante.

Ma l’ambizione del nuovo esecutivo si rileva nella programmazione della futura analisi, come indicato all’articolo 22 comma 1 nel III capo. Disponendo che “Ai fini del monotoraggio della spesa pubblica, gli enti e gli organismi pubblici, anche con personalità giuridica di diritto privato, … sono tenuti, ove i rispettivi ordinamenti non lo prevedano, a trasmettere i bilanci alle amministrazioni vigilanti e al ministero dell’Economia e delle finanze, dipartimento della Ragioneria dello Stato, entro dieci giorni dalla data di delibera o approvazione”.

Punti salienti, vero discrimine rispetto al passato, risultano le soppressioni di alcuni Enti. Come l’Eipli, l’Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia e in Lucania, come recita al Capo III dell’articolo 21 il comma 10. Trasferendo funzioni e risorse umane e strumentali “al soggetto costituito o individuato dalle Regioni interessate”.
Ancora l’eliminazione di altri con il trasferimento delle competenze, di cui scrive più diffusamente quest’oggi Diego Menegon.

Con la stessa ratio si è provveduto all’accorpamento di altri. Come il Consorzio del Ticino, l’Ente autonomo per la costruzione, manutenzione ed esercizio dell’opera regolatrice del lago Maggiore, il Consorzio dell’Oglio, l’Ente autonomo per la costruzione, manutenzione ed esercizio dell’opera regolatrice del lago d’Iseo e al Consorzio dell’Adda, l’Ente autonomo per la costruzione, manutenzione ed esercizio dell’opera regolatrice del lago di Como. Confluiti nel Consorzio nazionale per i grandi laghi prealpini sotto la vigilanza del Minestero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare.

Inoltre la scure del governo si abbatte anche sul Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, che passa, come recita al Capo III il comma 8 dell’articolo 22, da 120 a 68 componenti. Un riassetto questo già tentato dal governo Berlusconi, ma con un escamotage, il dimezzamento (da 99 a 48) del numero dei rappresentanti delle parti sociali, avversato da tutte le associazioni produttive e l’Abi. Un taglio che, al di là delle dichiarazioni concilianti dell’allora ministro Sacconi, indicava il tentativo di “ridimensionare il ruolo e la rappresentatività delle parti sociali nella sede istituzionale loro riconosciuta dalla Costituzione”. Ora una misura più decisa nella realizzazione dell’obiettivo da raggiungere. Sfrondare la macchina statale del superfluo.

La strada intrapresa, il primo step di un percorso lungo e difficile, è quella richiesta dall’Europa e dal Paese. Perché affidarsi alla tesi di Keynes declinata nel saggio del 1925 The Economic consequences of mr Churchill sarebbe pericoloso.

I modelli keynesiani secondo i quali nessun Paese rimane in recessione in eterno e quindi una disoccupazione alta produce una deflazione reale, o quantomeno relativa, che migliora gradualmente la competitività e porta a un incremento delle esportazioni e una graduale espansione dell’economia, possono essere confutati. Un rischio che l’Italia non può correre. Un rischio dal quale il Paese sarà esente soltanto se avrà il coraggio di disperdere quelle sacche di sprechi, nate dalla necessità della politica di elargire i propri favori.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Tagli/2. Eliminare le zavorre”

  1. Lago Iseo scrive:

    Monti !! sta facendo un buon lavoro

Trackbacks/Pingbacks