di SIMONA BONFANTE – Un provvedimento che bonifica i privilegi, universalizzando – cioè rendendo uguali per tutti – criteri di calcolo e regole di accesso alla pensione è tutto fuorché iniquo. È sconveniente, cioè è effettivamente una bella botta per quelli a cui i sindacati hanno contribuito a garantire il non marginale benefit di una pensione in gran parte pagata da altri (ché, a quelli del ‘retributivo’, cui la riforma Fornero impone la immediata, non differita conversione al ‘contributivo’, la pensione la paghiamo noi nativi del tanto-paghi-di-contributi-tanto-prendi-di-pensione, mica quelli che a Camusso Bonanni Angeletti pagano lo stipendio).

È certamente poi anche una sostanziale pedata nel didietro da parte di uno Stato che, prima fissa le regole e poi, a gioco in corsa, le cambia. È una di quelle cose che, se avessimo avuto il tempo e l’agilità finanziaria per muoverci con adeguata serenità, avremmo potuto fare con più metabolizzabile serenità.
Visto però che il tempo non c’è, e l’agilità finanziaria è scarsa, cominciare dall’uniformare il sistema è esattamente quel buon principio che porta già a metà dell’opera.
Il resto della quale – la parte sostanziale della quale – sarà il mercato del lavoro ed il welfare, da riformare entrambi, in maniera integrale e, anche qui, universale.

L’universalità dei diritti, ovvero l’uniformità delle regole, è l’orizzonte verso il quale si orienta il Ministro, prof. Fornero. I sindacati, loro, dovrebbero trovarsi ancora più avanti di lei, su quella rotta. E invece stanno altrove. E pretendono, loro che hanno prima prodotto poi difeso le iniquità (tra le tante, quelle delle casse speciali, tipo quella degli elettrici, produttrici di un rosso così profondo da valere da solo la metà del deficit dell’intero sistema previdenziale); loro, i sindacati, che hanno favorito l’irriformabilità di un welfare fabbrico-centrico, cioè escludente la crescente, ormai prevalente, dimensione post industriale del mercato del lavoro, pretendono ora di dar lezioni al Ministro su come si faccia equità.
Loro che si sono battuti contro tutti quei passati tentativi di porre un argine alla sperequazione finanziaria, intergenerazionale, sistemica dei sistemi del lavoro, del welfare, della previdenza stanno adesso lì a gettare benzina sul fuoco delle italiche sofferenze, ad aggiungere allo stress di quattro anni di agonia seguiti a decenni di ipoventilazione economica un po’ di iperbolica conflittualità.

Il Presidente del Consiglio Monti ed il Ministro del Lavoro Fornero hanno provato – con paziente pedagogia mediatica, prima, con l’incontro di ieri sera, poi – a scongiurare una quanto mai anti-storica replica di quello scontro di civiltà capitale-lavoro che i sindacati non si son manco accorti esser già stato archiviato da una più sottile dicotomia, una dicotomia epocale, quella tra democrazia e libertà.
È la spesa pubblica, irrazionalmente liberticida ed economicamente devastante, che ci rende democraticamente sofferenti, cioè solo formalmente liberi. Ma questa battaglia, i sindacati, non se la intesteranno mai. Perché liberi – liberi compiutamente – significa emancipati dalla subordinazione al signoraggio castale loro, degli ordini professionali, dei pachidermici assetti burocratico-politici. Emancipati dallo Stato egemone, onnivoro, produttore a tempo indeterminato di iniquità.

La società dei liberi conviene a tutti ma non ai molti organizzati. Dal governo Monti però è proprio quello che mi aspetto, è quello anzi che quasi pretendo: che al ricatto democraticamente organizzato sappia opporre la forza della ragione, della giustizia. Che opponga cioè la prospettiva della libertà alla retrospettiva della demagogia partigiana.