La crisi è come una malattia che si presenta più o meno con sintomi conosciuti, ma che non reagisce alle solite terapie. Così se ne tentano di nuove, ma inutilmente, perché il paziente non migliora, ma si aggrava sempre di più, fino a quando ci si rende conto che si ha a che fare con un virus sconosciuto, contro il quale “la scienza” è impotente. Fuor di metafora, è quanto sta succedendo sotto gli occhi delle opinioni pubbliche europee e dei Paesi occidentali, le quali assistono agli inutili tentativi dei loro governi di portarli fuori del tunnel della crisi imponendo duri sacrifici, che non risolvono i problemi, ma li ripropongono aggravati poche settimane dopo.

La politica finisce per vedersi caricare addosso la responsabilità di una crisi che è incapace di risolvere, al pari del medico che è impotente a fronteggiare l’epidemia sconosciuta. Così, nei sentimenti “antipolitici” sollecitati e coltivati da massmedia opportunisti e vili, sempre pronti a consegnare delle teste ad un’opinione pubblica alla ricerca di vittime sacrificali, cresce e si alimenta la tentazione di affidarsi al primo imbonitore senza scrupoli che promette vie d’uscita prive di sacrifici.

Quando sono in pericolo il benessere e la sicurezza economica di un popolo sono a rischio anche i suoi ordinamenti democratici. Si è detto e scritto che l’attuale è la crisi più grave dopo quella del ’29. Anche allora non ci fu soltanto il crollo di Wall Street, seguito dalla debacle di tutti i mercati finanziari. Anche allora la crisi si trasformò, conobbe nuove fasi, sembrò essere superata, per poi riemergere nuovamente. La vera soluzione fu trovata nella politica degli armamenti, che sfociò ben presto nella Seconda guerra mondiale e nella successiva fase della ricostruzione, dopo decine di milioni di morti. Il boom economico, sorretto dalla possibilità di utilizzare, tramite lo sfruttamento delle colonie, materie prime a prezzi stracciati, durò fino alla crisi petrolifera degli anni ‘70, l’altro grande cambiamento epocale della modernità, a cui i Paesi sviluppati reagirono conservando, con il debito pubblico, standard di vita e modelli sociali fino ad allora dipendenti dalla rapina delle risorse del Terzo mondo.

Per fortuna la storia non si ripete. E’ inutile, allora, cercare risposte nell’esperienza dei decenni trascorsi, in una società e in un’economia completamente diverse da quelle di un tempo. C’è però una differenza sostanziale nella crisi attuale. Nell’occhio del ciclone non è l’economia, né la struttura produttiva, ma gli Stati con i loro apparati pubblici e i loro sistemi fiscali e di welfare.  Nella grande depressione del secolo scorso le politiche pubbliche e l’intervento dello Stato nell’economia poterono alleviare le sofferenze delle popolazioni. Di qua e di là dall’Oceano, in Europa come negli Usa, i sistemi pubblici di sicurezza sociale furono istituiti nei primi anni ’30, sulla scia del New Deal rooseveltiano.

Oggi quegli strumenti di protezione sociale non solo rivelano la loro inadeguatezza a cogliere le sfide demografiche, occupazionali e dei mercati del lavoro, ma diventano sempre più la causa della inaffidabilità degli Stati nei confronti di quanti detengono i titoli del loro debito sovrano. Così, le politiche pubbliche si rivelano non solo impotenti nel fronteggiare le nuove emergenze ma devono imporre ai sistemi economici – deprimendone lo sviluppo – pesanti sacrifici nella speranza di impedire il default degli Stati.

Nessuno si interroga sui motivi per cui ad essere in declino sono i Paesi più ricchi e civili del mondo. Il fatto è che, per poter competere sui mercati globalizzati, non è più possibile garantire standard di diritti e di condizioni di lavoro come quelli conquistati in decenni di vita democratica. Nessuno mai riuscirà però ad imporre ad un operaio europeo di lavorare e vivere come un suo collega cinese. Non è un caso che la crisi si incarognisca nell’Eurozona ovvero nel novero dei Paesi in cui più avanzato è il modello sociale, mentre i Paesi dell’Est europeo sembrano in grado di cavarsela, nonostante a loro tocchi fare da sé. I loro apparati sociali sono più leggeri e flessibili tanto da risultare molto più competitivi e convenienti sullo scenario internazionale. Il motore del Continente si sposta ad Est. L’Europa benestante (quella che sognava gli obiettivi di Lisbona 2000) si contorce nel suo declino.