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Eurovertice: molte domande, poche soluzioni

– Si è concluso, all’alba di venerdì 9 dicembre, il sedicesimo vertice “decisivo” dell’Unione europea degli ultimi due anni, dopo lo scoppio della crisi greca e la rapida diffusione del contagio all’intera Eurozona. Vi è un robusto consenso circa il fatto che questo vertice non sarà né decisivo né, tanto meno, l’ultimo. Consenso al quale mi unisco. Vediamo cosa è stato deciso e quali sono le criticità, sotto forma di domande e risposte.

Cosa si è deciso? Secondo i tedeschi si sarebbe decisa una “unione fiscale”, o di stabilità. Nulla di tutto ciò: quello che si è deciso è una gigantesca stretta fiscale pro-ciclica, attuata dai singoli paesi, che restano soli con se stessi di fronte alla crisi, e che dovranno cedere la propria sovranità fiscale senza alcuna contropartita.

Con quali misure? L’idea è quella di un accordo intergovernativo, la cui bozza dovrà essere redatta entro marzo prossimo, e che prevede che i paesi aderenti debbano mettere in costituzione il principio del pareggio di bilancio, con deficit strutturale (cioè indipendente dalla fase del ciclo economico) pari al massimo allo 0,5 per cento del Pil. Il debito in eccesso del 60 per cento su Pil dovrà analogamente essere ridotto in modo lineare entro un ventennio. Per l’Italia questo significherebbe riduzioni annue del rapporto debito-Pil dell’ordine del 3 per cento. I paesi che sforeranno il tetto del 3 per cento del rapporto deficit-Pil dovranno sottoporsi ad un “partenariato”, che significa che il processo di bilancio pubblico e (soprattutto) la politica economica del paese “deviante” saranno sequestrati dalla Ue. E qui sorgono ulteriori problemi. Non è che questa diminutio della sovranità fiscale richiederà dei referendum, in alcuni paesi? Se sì, i tempi di implementazione saranno ancora più lunghi, oltre a presentare elevati rischi di bocciatura. I tempi della politica (e della democrazia, purtroppo) sono incompatibili con quelli dei mercati.

Ma quali sono i problemi veri alla base della crisi? Nell’ultimo decennio, il peggioramento della competitività del Sud dell’Eurozona ha creato un vasto squilibrio di bilancia dei pagamenti verso il Nord, che è stato finanziato in larga misura attraverso obbligazioni. L’unione monetaria, nel suo complesso, è in equilibrio. Oggi, il Nord ha un surplus delle partite correnti di poco meno del 2 per cento del Pil dell’Eurozona contro un deficit quasi equivalente del Sud. In condizioni normali ciò si risolverebbe con un deprezzamento del cambio del paese in deficit. Ma nell’Eurozona non ci sono valute né meccanismi per finanziare le regioni debitrici, quando i flussi finanziari del settore privato cessano. Se il mercato perde fiducia nella regione debitrice, quest’ultima può solo tagliare rapidamente la spesa, andare in default o invocare l’intervento del FMI.

Ma non era un problema di deficit pubblici? No, o meglio lo è stato per la Grecia, ma non per altri paesi. Prima dello scoppio della bolla immobiliare, nel 2008, Spagna e Irlanda avevano conti pubblici in avanzo, e uno stock di debito pubblico su Pil pari alla metà (o anche meno) di quello tedesco e francese mentre l’Italia, con continue strette fiscali, aveva un rapporto deficit-Pil molto contenuto rispetto al ciclo economico. L’insistenza dei tedeschi sui deficit pubblici come radice della crisi indica scarsa o nulla comprensione della crisi medesima, che è in realtà una di bilancia dei pagamenti interna all’Eurozona. Non solo: per avere un deficit delle partite correnti occorre che qualcuno abbia un surplus. Ebbene, quel “qualcuno” è la Germania. Un surplus commerciale ampio e crescente è uno squilibrio speculare ad un deficit commerciale elevato e crescente nel tempo. Bisognerebbe riconoscere quello, oltre al fatto che è impossibile avere una Eurozona fatta solo di esportatori.

Nel nuovo accordo intergovernativo c’è quindi qualcosa per sanare gli squilibri macroeconomici? Sì, almeno è indicato nella bozza di accordo. Ma chi farà rispettare questo vincolo? Chi andrà a dire ai tedeschi che il loro surplus commerciale è insostenibile e che quindi devono stimolare la loro economia per ridurlo, e trainare il resto dell’Eurozona, pena sanzioni? Non dimentichiamo che già nel 2003 il vecchio “Patto di stabilità e crescita” venne disapplicato perché violato da tedeschi e francesi. Il sospetto è che anche questa versione del patto finisca con l’essere cucita addosso alle esigenze di Berlino. Se i tedeschi insisteranno nella loro assurda richiesta di ridurre il deficit altrui solo con austerità, senza farsi carico delle esigenze di crescita, avremo nella migliore delle ipotesi un’Europa in stagnazione per molti anni a venire, con elevata disoccupazione. Nel peggiore dei casi, una serie di default sovrani e il collasso dell’Eurozona.

E il ruolo del Fondo Monetario Internazionale? E’ avvolto nella nebbia. L’Europa destinerà 200 miliardi al FMI per la sua ricapitalizzazione, ma sono cifre del tutto insufficienti per proteggere un paese come l’Italia dallo “sciopero degli investitori”, fuggiti dall’Eurozona per l’eccesso di incertezze. Inoltre, nell’anno di elezioni presidenziali negli Stati Uniti, Congresso e Casa Bianca non hanno intenzione di accollarsi i costi del salvataggio di una zona che resta tra le più ricche del pianeta, e che si è messa in quest’angolo da sola, sbagliando tutto quello che poteva essere sbagliato negli ultimi due anni. Lo stessi dicasi per la fiaba di paesi emergenti che arrivano a salvare una regione che ha un reddito pro-capite enormemente maggiore del loro. Questo, e non altro, sarebbe il vero problema morale di questa assai poco edificante vicenda.

Che farà la Banca centrale europea? Mario Draghi è stato molto chiaro, apparentemente: no a soluzioni che finiscano col violare lo spirito dei trattati e lo statuto della Bce, che non può monetizzare il deficit di paesi dell’Eurozona. Quindi, no a triangolazioni a favore del FMI per dare i soldi a Italia e Spagna. Ma se il ruolo del FMI sarebbe quello di operare sul mercato primario, quello della Bce resta quello di operatore sul secondario, cioè sui titoli già emessi. Draghi potrebbe aumentare la soglia di acquisti settimanali oltre i 20 miliardi di euro oggi fissati, ma senza una chiara volontà di piegare al ribasso rendimenti e spread tutto quello che ne ricaveremmo sarebbe un aumento strisciante del costo del debito pubblico italiano. Il che, vista la ormai certa contrazione del Pil, aumenterebbe il nostro rischio di default. Per ora la Bce ha inondato di liquidità le banche, e qualcuno (come Sarkozy) già ipotizza che ciò servirà per indurre gli istituti di credito a comprarsi i titoli di stato in asta. Ma questo è quanto accaduto negli ultimi due anni, e che ci ha portato a questa intossicazione. La definizione di follia data da Einstein (continuare a ripetere le stesse azioni attendendosi ogni volta un esito differente) è perfetta per questa Europa.

Tutta questo caos poteva essere evitato? Futile valutare con il senno di poi. Ma di una cosa siamo certi: se i tedeschi non avessero insistito sulla partecipazione coatta dei privati alle perdite su bond sovrani di paesi in assistenza finanziaria sovranazionale (come nel caso della Grecia), il contagio non si sarebbe esteso così velocemente. Ora la Merkel si è rimangiata quel “principio”, ma il danno è fatto. Gli obbligazionisti dei paesi sovrani potranno usare le “clausole di azione collettiva” per negoziare caso per caso ristrutturazioni di debito sovrano. Meno contagioso ma troppo tardi, forse. Un altro errore capitale tedesco nella gestione della crisi.

E il nostro paese? Abbiamo fatto una manovra terribile, per peso fiscale e dimensione, e neppure sappiamo se risulterà decisiva, visto che non controlliamo il nostro destino. Andiamo incontro ad una recessione molto profonda, che rischia di inficiare la tabella di marcia per il raggiungimento del pareggio di bilancio. Che accadrà se gli investitori esteri non compreranno il nostro debito pubblico, il prossimo anno, spaventati dal processo decisionale comunitario ormai dirottato sull’altare della germanizzazione moralistica? Ma ora che abbiamo fatto i famigerati “compiti a casa” dovremo mettere sul piatto tutto il nostro peso, in senso letterale. Se salta questo paese salta l’Europa, con onde sismiche in tutto il pianeta. E’ opportuno che il premier faccia valere questo semplice dato, nel tentativo di sottrarre ai tedeschi il controllo del destino di mezzo miliardo di persone.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

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