Non è il no di Londra la cattiva notizia per l’Europa

– Due debolezze a confronto, il Continente e Albione. L’eurozona, provando a salvare se stessa, la solvibilità degli stati membri ed evitare all’economia continentale una pesante recessione, non riesce a fare molto altro che annunciare la creazione per i prossimi mesi di una Maastricht rafforzata: non una vera unione fiscale, politicamente e democraticamente governata, ma la fissazione di paletti rigidi alle politiche fiscali nazionali. Il Regno Unito, dal canto suo, sceglie di non scegliere, autoescludendosi da un tavolo istituzionale dalle cui decisioni sarà comunque influenzato: se l’unione monetaria dovesse frantumarsi, le conseguenze non si fermerebbero a Calais, così come ogni futura decisione di politica fiscale dei Ventisei influenzerà nel bene e nel male il ciclo economico britannico.

Con il suo garbato “no, grazie”, David Cameron ha preso le distanze tanto dall’euroscetticismo di maniera (ai tavoli europei lui si è sempre seduto e continuerà a farlo) che dalla rinuncia ad un pezzo significativo di autodeterminazione fiscale e monetaria. Non esulta, perché sa che il costo da pagare è salato: siccome la nascitura unione di stabilità diverrà per definizione la “cosa” più importante e influente nell’articolato impianto comunitario e intergovernativo europeo, il Regno Unito rischia di passare dallo status di azionista a quello di semplice consumatore del “prodotto” Europa, senza peraltro poter nemmeno facilmente cambiare negozio.

Avrebbe il premier britannico potuto fare altrimenti? Come sottolinea Bill Emmott, gli elettori britannici non avrebbero mai votato a favore di un referendum confermativo di un nuovo trattato comunitario, la qual cosa avrebbe pesantemente danneggiato l’intero impianto. La rinuncia preventiva, secondo l’ex direttore dell’Economist, risparmia sia a Cameron che ai governi dei paesi continentali uno smacco pesante. Vista in questi termini, lo strappo inglese diventa quasi la buona notizia del vertice di Bruxelles.

La cattiva notizia è l’assenza di prospettiva della decisione dei Ventisei. Non si fa un’unione fiscale per più di quattrocento milioni di cittadini senza passare dal via, e cioè dalla legittimità democratica. Sulla politica fiscale, cioè sul controllo dei cordoni della borsa del re, sono nati i parlamenti, sulla politica fiscale rischiano ora di sparire i parlamenti, quelli nazionali e quello europeo.

Lo stato-nazione è un soggetto evidentemente in crisi e sempre meno efficace nell’era contemporanea. Se è accettabile e spesso auspicabile che esso ceda quote crescenti della sua sovranità “verso l’esterno” (il mercato e la società), “verso il basso” (le comunità locali) e “verso l’alto” (come nel caso del mercato comune e dell’euro), quando tutto ciò serve ad espandere gli spazi per la libertà individuale, l’autodeterminazione delle comunità umane e la libera circolazione di persone, merci, capitali e idee, è molto meno comprensibile lo svuotamento del principio del “no taxation without representation”. Se – come pare – al funzionamento dell’unione di stabilità fiscale provvederanno solo i governi e la Commissione europea, mentre il Parlamento europeo sarà uno spettatore e i parlamenti nazionali dovranno semplicemente ratificare decisioni di finanza pubblica prese altrove, l’Europa apparirà come fredda e lontana agli occhi dell’opinione pubblica continentale.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

3 Responses to “Non è il no di Londra la cattiva notizia per l’Europa”

  1. da quel che ho capito è anche una questione economica.
    l’unione penalizzerebbe molto l’economia britannica così legata alla finanza.

  2. pippo scrive:

    Unione fiscale

    IVA anticipo Irpef divisa tra Comune – Regione – Paese membro – Unione europea

    Parlamento europeo a 27 o a 26 in base alla materia da discutere

    Con le prossime elezioni del 2014 i parlamentari eletti nel collegio europeo valgono sia a 27 che 28 (a giugno 2003 si aggiunge la Croazia) mentre quelli del collegio del Regno unito partecipano in base alla materia da discutere.

    Il Regno Unito potrebbe in futuro essere presente nel Parlamento e nel consiglio separato tra Scozia – Galles – Irlanda – Inghilterra, o con alcuni di questi paesi membri.

    Chi vuole l’Euro ci sarà e chi non lo vuole vada per altra strada.

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