I repubblicani alla ricerca di uno sfidante per Obama

– Il 6 novembre 2012 gli Stati Uniti saranno chiamati ad eleggere il loro nuovo presidente. La stampa nazionale ed internazionale già si chiede se Obama ce la farà o meno ad ottenere il secondo mandato, ma ancor prima bisogna sapere chi sarà il suo sfidante repubblicano.
Il prossimo 3 gennaio il caucus dell’Iowa metterà in moto il complicato procedimento delle primarie che porterà alla nomination del candidato ufficiale del Partito Repubblicano.

Le primarie statunitensi sono molto diverse dalle omologhe europee. Esse sono una selezione pubblica vera e propria, in quanto regolate dalle leggi dei singoli stati e in parte finanziate dalle autorità locali, quindi in gran parte sfuggono all’organizzazione interna dei singoli partiti.
Formalmente la nomination del ticket presidenziale (presidente e vice-presidente) avviene per entrambi i partiti durante la convention nazionale, ma i delegati alla convention sono stati a loro volta eletti affiliati ad un candidato ufficiale; in alcuni stati, invece, gli elettori votano direttamente per il candidato presidenziale. Così, attraverso questi ed altri espedienti macchinosi, le primarie, che avvengono indirettamente e a livello di singolo stato federato, si avvicinano negli effetti a un’elezione diretta. Differenze a livello di singoli stati ci sono anche per quanto riguarda chi può votare: in alcuni solo la membership del partito, in altri tutti gli elettori.

La loro progressiva introduzione – dall’inizio dell’800 in poi – ha avuto una funzione anti-partitocratica, contro il monopolio delle segreterie nella scelta dei candidati alle cariche monocratiche, ma questo intento democratizzante non può dirsi del tutto riuscito. Infatti, nonostante l’elevato grado di personalizzazione della competizione politica negli USA, il sostegno dell’establishment partitico per un candidato rimane imprescindibile.

Il rapporto partito-candidato negli Stati Uniti è spesso descritto come un contratto di franchising: le qualità personali dell’imprenditore sono importanti tanto quanto le strutture e risorse che il “marchio” mette a disposizione. Non a caso coloro che si candidano sono quasi sempre esponenti di primo piano della scena politica, ex-governatori, parlamentari, etc. Andando ad analizzare le principali candidature, entrambi gli aspetti sono presenti: abilità personale e allineamento alle posizioni principali del GOP (Grand Old Party, soprannome con cui viene chiamato il Partito Repubblicano).

I front-runners per il momento sono Mitt Romney, ex governatore del Massachusetts, e Newt Gingrich, ex-presidente della Camera, in testa nei sondaggi e nelle preferenze dell’establishment. Il primo però sta perdendo terreno in favore del secondo, che fino a poche settimane fa sembrava spacciato.

Romney già si era battuto nel 2008, quando ebbe la meglio McCain, gode di un notevole patrimonio personale e di un ottimo apparato organizzativo. Si era messo in moto per la candidatura alle primarie con largo anticipo rispetto ai contendenti e la sua nomination era fino a poco fa data per scontata, tant’è che i messaggi di guerra dei democratici avevano come bersaglio proprio lui. E la stessa strategia comunicativa di Romney era interamente diretta contro Obama, senza alcun accenno agli immediati contendenti compagni di partito. Suoi punti di forza sono la già citata ricchezza economica, la capacità organizzativa, ma soprattutto l’esperienza nel campo dell’economia, cosa non trascurabile dato che Obama è attualmente molto criticato proprio per le sue scelte economiche.

Macchia indelebile invece è l’aver promosso, ai tempi in cui era governatore, una riforma sanitaria a livello statale molto simile a quella di Obama – fumo negli occhi per i repubblicani – che ha poi abiurato. Da qui la fama di essere un tipo volatile, che cambia idea facilmente a seconda dell’auditorio, come registrato impietosamente dalla stampa (non da ultimi l’Economist e il Time). Gli si rimprovera anche di non essere un tipo molto empatico e perfino noioso – in riferimento alle parche abitudini in quanto mormone – tant’è che la session di propaganda porta a porta fatta lo scorso weekend nel New Hampshire è stata vista come una mossa disperata di chi sta con l’acqua alla gola.

In una recente inchiesta è stato chiesto agli elettori di associare Romney e Gingrich ad un grado di parentela: per il primo i più hanno scelto la figura del cugino di secondo grado, per il secondo di fratello.
Veniamo al sessantottenne Gingrich, conviviale outsider che ha recuperato posizioni fino ad arrivare alla testa delle preferenze sondate nei primi quattro stati che si esprimeranno (Iowa, South Carolina, Florida, New Hampshire). È un esponente storico del partito, molto conservatore, uno dei principali animatori dell’opposizione ad Obama, soprattutto in politica estera dove è promotore di un atteggiamento più aggressivo e risoluto, soprattutto verso l’Iran. Nel 1995 fu l’artefice della storica maggioranza al Congresso, simbolo del risveglio dei Repubblicani di quegli anni. Ciò da un lato è simbolo di affidabilità, ma dall’altro di stantio. È balzato agli onori delle cronache recentemente per la sua proposta di un atteggiamento “più umano” nei confronti degli immigrati irregolari – il che ha fatto piacere ai moderati e orrore agli estremisti del partito – e per le sue posizioni omofobe, tanto a portare la sorellastra omosessuale e dichiarare pubblicamente che voterà per Obama.

Per quanto riguarda le loro posizioni politiche, entrambi si collocano nell’ortodossia del GOP, hanno il gradimento della grande lobby ebraica (grazie alle posizioni spiccatamente filoisraeliane), non sono né amati né odiati dai Tea Party.

Dopo performance non brillanti nei dibattiti televisivi e qualche gaffe, invece, il governatore del Texas Rick Perry sembra avere poche possibilità di successo. Da tenere d’occhio la rappresentante del Minnesota Michele Bachmann, eroina dei Tea Party, anch’essa con poche probabilità di riuscita ma rilevante per il fatto di essere l’unica donna in corsa per la Casa Bianca e l’unica che racchiude le istanze del fenomeno politico del momento (appunto il movimento dei Tea Party).
Da ricordare anche i ritiri eccellenti: dopo settimane di suspense Sarah Palin ha annunciato la volontà di non candidarsi; invece il 4 dicembre, l’imprenditore afroamericano Herman Cain si è ritirato, travolto da scandali sessuali.

Quindi, per la nomina ufficiale dello sfidante del presidente in carica dovremo aspettare ancora qualche mese. Se non ci saranno sorprese dell’ultimo minuto, la sfida finale sarà tra i due conservatori vecchio stile Romney e Gingrich, il che farebbe comodo a Barack Obama, dal momento che per essere eletti alla presidenza USA è stato storicamente sempre necessario il voto dei moderati.


Autore: Alessandra Pallottelli

Neolaureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università di Roma La Sapienza, durante il suo percorso formativo ha approfondito l'analisi delle forme di governo. Ha alle spalle diverse esperienze di studio in Francia e Gran Bretagna. Attualmente si occupa di relazioni istituzionali.

One Response to “I repubblicani alla ricerca di uno sfidante per Obama”

  1. Nauseante che perfino su Libertiamo si ignori Ron Paul.

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