Dalla politica all’antipolitica e ritorno, il percorso è troppo breve

MARIANNA MASCIOLETTI – Gli sprechi della Casta, le auto della Casta, i parenti della Casta, gli stipendi della Casta, le ingiustizie della Casta, i costi della Casta, la Casta sulla costa…
…tenendo sempre ben presente che la Casta (di cui si raccontano le gesta) non è una signorina di morigerati costumi, bensì la classe politica italiana con tutti i suoi annessi e connessi, in questi difficili giorni di crisi sembra che non si parli d’altro.

Sui giornali, su Facebook, al bar, in autobus, tutti sono indignati, infuriati, non ne possono più di quest’arrogante Casta che impone sacrifici sempre al vessato popolo e mai a se stessa. Si invocano dimissioni, si minacciano rivoluzioni. Si pubblicano sul web foto più o meno segnaletiche dei politici che percepiscono ricche pensioni, per lo più accompagnate da epiteti che le nostre maestre non sarebbero state contente di vederci usare. Ma lo sai che la moglie del cugino di terzo grado del sottosegretario X insegna in una scuola elementare non lontana da casa sua? Sarà solo un caso? ‘Sti porci, ‘sti maiali, ‘sti raccomandati.

Nei programmi televisivi si discute della corruzione di deputati e senatori, nelle librerie si accatastano volumi che elencano gli sprechi e le parzialità di qualunque ente conosciuto, dal comune più sperduto a quella sentina dei vizi che improvvisamente tutti si sono accorti essere il Parlamento: insomma, il leit-motiv del periodo è la denuncia di tutto, di tutti, per tutto e a tutti i costi.

La cosa strana, paradossale, è che questo leit-motiv dell’antipolitica sembra aver contagiato anche i politici stessi. Per un Rotondi che dichiara candidamente di sentirsi povero con lo stipendio da parlamentare ci sono decine di moralizzatori pronti a scagliarsi contro sprechi e marciume (altrui, ça va sans dire, ma comunque).

Salvo poi, come uno Scilipoti a caso, rinnegare le proprie crociate contro i costi della Casta e decidere di entrarne a far parte a pieno titolo, di quella Casta, finché si può. Salvo, per capirci, cavalcare l’antipolitica finché fa comodo, fare gli arruffapopolo finché c’è da conquistare consenso e poi diventare proprio l’immagine più sordida del politico che l’antipolitica ha in mente, quello pronto a sostenere un’idea e il suo contrario a distanza di poche ore.

Morale, valori, responsabilità, correttezza: in un Paese che vive di interpretazioni, queste parole vengono ormai interpretate solo nella loro luce peggiore. La morale si fa solo agli altri, i Valori sono solo i nostri (prova ne sia il nome stesso del partito di Di Pietro, nato evidentemente per contrapporsi a tutto il resto della nazione, preda dei disvalori), i Responsabili si prendono la responsabilità di aver evitato la caduta del governo Berlusconi affinché esso potesse continuare a NON fare la rivoluzione liberale. Quanto alla “correttezza”, ormai l’unico sinonimo conosciuto della parola sembra essere “ricatto” (se io faccio un favore a te, poi tu, per correttezza…).

La situazione non è allegra. Da una parte stanno i politici dell’antipolitica, addestrati a usare moralismo e perbenismo come una clava da dare in testa, a torto o a ragione, all’avversario; dall’altra, tanto per citare Giuliano Ferrara, rispondono gli “antipuritani”, i quali furbescamente fingono di intendere “morale” e “valori” soltanto nel senso in cui li intendono gli assatanati anti-Casta, e quindi uno non può nemmeno dar loro torto, se se ne svincolano.

E uno si chiede: ma le persone per bene, quelle vere, dove sono finite? Esistono ancora?
Sì, esistono.

Esiste, anche in politica, chi si ostina a considerare morale, valori, responsabilità e correttezza nella loro accezione migliore, e quindi non ne fa una bandiera. Sa cosa siano per lui, e tanto gli basta. Non li ritiene virtù, ma fondamenta dell’agire umano, e quindi non se ne vanta.

Se si è persone oneste e corrette, non si va in giro a dichiarare “Io sono onesto e corretto”, perché lo si dà per scontato: semplicemente, ci si comporta di conseguenza (venendo accusati da una parte di essere servi e soldati della Casta, dall’altra di peloso perbenismo, chiaramente, ma questo sarebbe un discorso troppo lungo).

Tendenzialmente, un atteggiamento del genere non fa rumore, e quindi nel dibattito politico italiano, tarato come minimo sui cento decibel, non viene nemmeno rilevato: sarebbe ora, però, che un po’ di rumore cominciasse a farlo.

L’alternativa è lasciare l’Italia in preda ai guelfi e ghibellini dell’antipolitica, da una parte gli Scilipoti e dall’altra i Di Pietro, non a caso provenienti dallo stesso partito.
Credeteci, è proprio meglio di no.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

2 Responses to “Dalla politica all’antipolitica e ritorno, il percorso è troppo breve”

  1. Parnaso scrive:

    La cosa triste è che questi signori sono stati nominati dalle segreterie di partito.
    Ma uno non pensava che facendo eleggere amici e amici degli amici si ritrovassero in parlamento ANCHE la feccia della società nostra.
    Che poi non hanno neanche un briciolo di riconoscenza per chi li ha sistemati e continuano a ricattare fino all’ultimo.
    Dovrebbero andare in pensione fino all’età di 70 anni come fa(ra)nno i giovani che li hanno votati con altre aspettative.
    Ma se uno considera lo scranno un punto di arrivo e non di partenza questo è il risultato.

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