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E’ stato solo un pianto, la rivincita della realtà sulla fiction del governo di prima

– Il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali con delega alle Pari Opportunità prima di pronunciare la parola «sacrifici» ha pianto. E quindi?

La comunicazione raramente è una scienza. E’ una scienza solo quando viene analizzata, codificata, decodificata in termini scientifici, ma la cosa è rara.

La questione è quella dell’ interpretazione.

Quando interpretiamo un atto di comunicazione, quindi, abbiamo due possibilità: o lo facciamo in termini scientifici – o lo facciamo e basta, come ogni essere umano ha il bisogno e il diritto di fare: interpretiamo, siamo padroni dell’ultima parola, siamo convinti di avere la chiave di lettura giusta.

Il ministro piange e quindi?

Cosa comunica il pianto del ministro:

Fiducia? Sfiducia? Forza? Debolezza? Bellezza? Bruttezza? Carattere? Inadeguatezza? Senso della situazione? Scarso senso della situazione? Imperizia? Furbizia? O chissà?

Si potrebbero proporre diversissimi modelli di interpretazioni scientifiche del pianto del ministro (semiotiche, psicologiche, antropologiche, filosofiche) ma in giro sui giornali non ne abbiamo vista neanche una, abbiamo letto solo prese di posizione.

C’è chi ispirato dalle lacrime ha scritto l’elogio del pianto – chi ha teorizzato disturbi comportamentali – chi ha teorizzato l’inadeguatezza emotiva delle donne in virtù del pianto e chi in virtù dello stesso pianto ha teorizzato la superiorità emotiva delle donne. Si sono ritirati fuori i luoghi comuni circa la relazione tra donna e pianto, che noi sappiamo non avere alcuna rilevanza scientifica. Non c’è un sesso che fisiologicamente  piange di più – ci sono modelli culturali ideologici che determinano l’uso e/o la rimozione del pianto come codice di comunicazione di “genere” sessuale. E questi modelli culturali sono per il più frutto di società  al maschile. Il rapporto tra pianto e sesso, quindi, cambia a seconda dei contesti storici e culturali. Tutti i politici e gli analisti machisti vadano pure a prendersela a quel posto. Ma non è questo il punto.

Sarebbe straordinario se il mondo potesse smettere di interpretare, almeno per un istante. Ma non è possibile. E allora si va avanti. Abbiamo letto che il pianto del Ministro è un atto di cattiva fede – che il pianto del ministro è  indice altissimo di buona fede – e abbiamo letto che sono straordinarie “lacrime di coccodrillo”.

Abbiamo letto che qualsiasi sia il motivo delle lacrime una cosa è certa, se ha pianto è debole, e se è debole non dà fiducia.

E allora anche qui facciamo un distinguo. Il piangere è una categoria espressiva. Col piangere si comunica, si esprime, emozione. Tutto ciò non ha a che vedere con il fare. Un essere umano, in questo caso, prima “fa” qualcosa, poi esprime la propria emotività (autorefernziale) relativa a ciò che ha fatto. Cosa dobbiamo giudicare in un ministro: ciò che fa? O come “sente” psicologicamente, in base al proprio romanzo di formazione, ciò che fatto? La risposta vien da se’. Ma in molti paiono aver dimenticato che la politica è “il coraggio di fare azioni politiche”. La capacita di “dissimulare” le proprie emozioni è sì un carattere della politica, ma per certi versi secondario. In una scala di valori politici prima vengono la capacità di porre e imporre strategie e tattiche, e poi, ben dopo, vengono le logiche della comunicazione “personaggistica”. Il nostro problema è l’inversione di questo teorema.

Nella nostre categorie di politica contemporanea prima viene la comunicazione intesa come capacità ci costruzione di un personaggio,  di creazione di un brand personale, di costruzione di predicati virtuali – in poche parole prima viene la capacità di saper stare nei media, poi …  in certi casi come fattore secondario se non addirittura accessorio … vengono le proprie competenze politiche.

Saper stare nei media vuol dire organizzare e gestire una coerenza narrativa del proprio personaggio. Modalità ed atteggiamenti coerenti rafforzano l’identità mediatica. Ecco perché il pianto dà “scandalo”, nel senso vero del termine e cioè “inciampo, ostacolo” per sé e per il prossimo, qualcosa che rompe la continuità della retorica ideologica . Il pianto è pericoloso. Il pianto è discontinuità, rottura della coerenza narrativa, elemento di disordine identitario. Il pianto fa si che possa aprirsi una falla nelle paratie del personaggio, e farlo incrinare. Il pianto è  l’apertura di una porta di una città, durante l’assedio.  Tutti ci si possono infilare, e andar giù di saccheggio. Con il pianto il personaggio smette di proteggersi, e si dà al prossimo, gli permette di accedere al proprio inconscio. Per certi versi si indebolisce, ma per altri si rafforza nel senso che crea empatia, quella vera. E, nel nostro caso, fa doppiamente incazzare tutti quei politici che per anni sono stati fortemente consigliati nel costruirsi un personaggio carico di “certezze” e volitività, “macchine da guerra”, e che ora capiscono che una buona fetta di pubblico solidarizza con un ministro perché? Perchè piange? Ma allora … tutti quegli esperti pubblicitari … tutti quegli esosissimi coach comportamentali … tutti quegli esperti di comunicazione … avevano raccontato minchiate!? Dopo anni di mistificazioni ed interpretazioni davanti alle telecamere, adesso si scopre che una porzione di verità (il pianto) può valere più di anni di messe in scena?! Certo. La comunicazione è una scienza complessa, che non ama le riduzioni. Se la sintetizzi in un solo teorema l’hai persa di vista.

Questo pianto c’ è chi lo ama e chi lo odia, chi lo stima e chi lo dileggia, ma comunque, come direbbe un regista, funziona. E’ una novità, si è rotta la prevedibilità delle facce di gomma, benissimo.

Poi c’è un’ ultima questione.

A proposito della conferenza stampa del governo Monti e del pianto della Fornero, Roberto Maroni ha rilasciato questa dichiarazione “era solo teatralità, la scena era patetica, più che ministri sembravano attori Hollywoodiani.”. Ma come? Maroni per anni ha preso parte a tutti consigli dei ministri del governo più televisivo, attoriale, cinepanettonesco, farsesco, teatrale, calendariesco, costasmeraldesco, plautesco della storia politica dell’Italia Unita … e adesso … ci viene a dire che il governo Monti … è fatto da attori!?

Ma allora Berlusconi e Bossi, cosa sono?

Ah giusto, vero, dimenticavo … voi non siete attori … siete maschere della commedia dell’arte.

 

 

 


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “E’ stato solo un pianto, la rivincita della realtà sulla fiction del governo di prima”

  1. Massimo scrive:

    Quello che irrita di piu non e’ vedere questa attrice da quattro soldi simulare una commozione che non prova, ma sentire quanti si sforzano a devcantare le lodi questi pagliacci pasticcioni dei Monti boys

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