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L’Europa dell’Est e la crisi dell’euro

– L’esito dell’eurovertice notturno sancisce una frattura importante all’interno dell’Unione Europea con la Gran Bretagna di David Cameron schierata a difesa della sovranità nazionale e contro l’approvazione di nuovi trattati europei.
La buona notizia è il sostanziale sostegno dei paesi dell’Europa dell’Est, con le eccezioni di Repubblica Ceca ed Ungheria, a dimostrazione che la crisi dell’euro viene vista con preoccupazione non solo dai paesi dell’eurozona, ma anche dagli altri membri dell’UE che da tempo osservano con apprensione l’evolversi della crisi. La caduta dell’euro e le difficoltà economiche che ne deriverebbero, andrebbero infatti a colpire tutti i paesi legati a quelli dell’eurozona. I membri più giovani dell’UE lo sanno e potrebbero dare un contributo importante all’uscita dalla crisi attraverso il sostegno ad un nuovo trattato.

Il segnale più evidente della forte apprensione è venuto pochi giorni fa dalla Polonia, il paese più importante dell’area. In un discorso fatto a Berlino lo scorso 28 Novembre, il ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski ha criticato apertamente la Germania per la sua timidezza ad assumere la leadership Europea:La Polonia ha paura dell’inattività della Germania più che del suo potere”. Queste dichiarazioni scavano un solco nella storia del Paese, memore dell’invasione tedesca che ha aperto il secondo conflitto mondiale. Quella Polonia storicamente umiliata e ferita dalla Germania ora richiede a gran forza una maggiore leadership in ambito europeo. É il segnale più chiaro dei pericoli che la valanga di un implosione dell’euro comporterebbe anche nell’Europa dell’est.

Nonostante questi timori, la Polonia è stata in grado di assorbire meglio di altri paesi la crisi del 2008 perdendo solo alcuni punti di PIL di crescita (che è rimasta comunque sempre positiva). Si tratta però di un caso unico. Il differenziale è grande con altri Paesi, come ad esempio gli stati Baltici. Estonia, Lituania e Lettonia hanno infatti perso percentuali di PIL tra il 14% ed il 18% nel solo 2008. Il 2009 è stato un annus horribilis per tutti, con crolli tra il 4% ed il 10%. Il 2010 è andato meglio, ma i segnali di allarme che arrivano da Parigi, Berlino e Roma e le delicate condizioni economiche non permettono ai paesi dell’Europa dell’Est di dormire sonni tranquilli.


*fonte dati: Banca Mondiale

Le stime per il 2012 confermano l’interconnessione fra i paesi dell’eurozona, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno adottato l’euro. Secondo la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la Polonia dovrebbe crescere del 2,2% contro il 3,5% atteso. Andrà ancora peggio per la Turchia che ha visto le previsioni di crescita tagliate di 5 punti percentuali, da 7,5% a 2,5%, mentre per i paesi del Sud est europeo, tra i quali Serbia, Bulgaria e Romania, cresceranno solo dell’1,6% rispetto ad una stima di luglio del 3,7%. A questo dovremmo aggiungere che l’Ungheria ha chiesto, in via precauzionale, il sostegno dell’UE e del Fondo Monetario Internazionale per sostenere il Paese in questa fase economica molto difficile.

I 10 paesi dell’Europa dell’est che hanno deciso di entrare nell’UE hanno tratto grandi benefici finanziari ed economici dai maggiori commerci e dalla stabilità politica ed istituzionale fornita da Bruxelles, ma l’interdipendenza dei sistemi economici mostra come l’uscita dall’euro non risolverebbe alcun problema dell’Italia. I membri della UE che non hanno adottato l’euro si sono incontrati già due volte negli ultimi mesi, la prima ad ottobre in Lussemburgo su iniziativa svedese e la seconda a Bruxelles su iniziativa della Repubblica Ceca, per discutere la situazione economica a dimostrazione della gravità della crisi e dell’eccezionalità del momento.

L’uscita dalla crisi passa attraverso l’approvazione di un nuovo trattato e l’appoggio dei paesi dell’est europeo sarà indispensabile. Le prime proposte di modifica dei trattati che potevano permettere all’UE di giocare un ruolo importante nelle politiche fiscali e monetarie avevano provocato forti resistenze mettendo in discussione l’approvazione di nuovi trattati, ma il gelo della crisi potrebbe calmare gli animi più intransigenti verso una nuova unione fiscale e politica. La Repubblica Ceca, che aveva negato la possibilità di nuovi trattati solo alcune settimane fa, ha dato disponibilità a discutere il testo uscito dall’eurovertice con il Parlamento a Praga, di fatto modificando la propria posizione in pochissimi giorni. La fiducia nell’euro è anche dimostrata dalla volontà di Vilnius ad entrare nella moneta unica nel 2014 e da Riga, i cui segnali di avvicinamento sono evidenti. Varsavia ricorda invece come l’unica soluzione alla crisi dovrà essere un forte intervento della Banca Centrale Europea a garanzia dei deibiti nazionali sovrani.

L’Ungheria rimane il grande scoglio da superare. Da Budapest emerge la preoccupazione di una crisi economica terribile che ha portato al downgrading del paese da parte di Moody’s allo stato di Ba1 con un outlook negativo, sconsigliando di fatto gli investimenti nel paese. In tale situazione economica, la sottoscrizione di un patto fiscale restrittivo con tetto al deficit dello 0,5% potrebbe, in effetti, rappresentare un passo difficile da compiere in assenza di misure compensative che permettano all’Ungheria di superare la crisi.

Tuttavia, la crisi dell’euro minaccia anche i paesi che non fanno parte dell’Unione e questo concetto è chiaro nelle capitali dei paesi dell’est Europa. Salvare la moneta unica e l’Unione sono diventate una priorità anche in questa parte d’Europa. Come già accaduto in passato, un momento di grande crisi potrebbe trasformarsi in una forza centripeta dalla quale l’UE potrebbe trarre grande vantaggio.


Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

One Response to “L’Europa dell’Est e la crisi dell’euro”

  1. Faccio notare che queste due frasi

    1. “la Polonia è stata in grado di assorbire meglio di altri paesi la crisi del 2008 perdendo solo alcuni punti di PIL di crescita (che è rimasta comunque sempre positiva). Si tratta però di un caso unico”

    2. “l’interdipendenza dei sistemi economici mostra come l’uscita dall’euro non risolverebbe alcun problema dell’Italia”

    sono in contraddizione fra loro: infatti una delle ragioni per cui la Polonia, a differenza dei paesi baltici, non ha avuto recessione è che è rimasta fuori dalla politica monetaria della BCE.

    “Le stime per il 2012 confermano l’interconnessione fra i paesi dell’eurozona, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno adottato l’euro”

    Per fare un’analogia: è ovvio che se due soggetti commerciano fra loro, la crisi del primo avrà effetti sul tenore di vita del secondo. Ma il fatto che siano interdipendenti non è una buona ragione per farli divenire clienti della stessa banca.

    “La fiducia nell’euro è anche dimostrata dalla volontà di Vilnius ad entrare nella moneta unica nel 2014 e da Riga, i cui segnali di avvicinamento sono evidenti.”

    È dal 2002 che le valute di Lituania e Lettonia sono agganciate all’Euro a parità fissa. Per cui entrare o non entrare non cambia nulla, salvo il colore delle banconote.

    Che la Gran Bretagna non accetti ulteriori cessioni di sovranità all’UE non vuol dire che non sia anch’essa preoccupata per la crisi dell’Euro (vedasi l’analogia di prima).

    Che un nuovo trattato europeo venga approvato non vuol dire che l’Euro verrà salvato.

    Il fatto infine che vi possa essere in futuro un’Europa a due velocità non significa che starne fuori sia un handicap. Vedasi il grafico a questo LINK.

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