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Frequenze TV, beauty contest? Meglio privatizzare e liberalizzare

– Con il determinarsi di una nuova maggioranza parlamentare sono diventati più frequenti negli ultimi giorni gli appelli per una revisione della procedura di assegnazione del “dividendo digitale”, cioè delle frequenze liberate dallo switch-over verso il digitale terrestre.

L’attuale meccanismo di assegnazione è basato sullo strumento del beauty contest, che da molti è considerato inefficiente, tanto dal punto di vista dell’effettivo incasso per lo Stato, quanto da quello degli effetti sulla liberalizzazione del settore.
Nei fatti il ricorso all’asta al migliore offerente potrebbe portare svariati miliardi nelle casse dello Stato, almeno stando all’esito di quella recentemente organizzata per la cessione delle frequenze a 800 Mhz agli operatori di telecomunicazione che ha consentito di ricavare quasi 4 miliardi di euro. In questa fase di crisi e di rigore non sarebbero soldi da buttare via.

Al tempo stesso l’asta rappresenterebbe uno strumento molto più trasparente e per di più neutrale sia rispetto al tipo di servizio che di tecnologia, quando invece il “concorso di bellezza” prevede criteri che, oltre a favorire in generale gli incumbent, prediligono gli operatori verticalmente integrati, rispetto a chi si presenti solo come operatore di rete o solo come fornitore di contenuti.
Il ritiro di Sky, deciso pochi giorni fa, svuota tra l’altro la competizione dell’unico vero nuovo entrante ed a questo punto l’attribuzione dei nuovi mux non farà altro se non consolidare gli equilibri attualmente presenti nell’etere italiano.

Il beauty contest non riaprirà il mercato, né ci si può illudere che una maggiore pluralità possa essere perseguita attraverso i lacci e lacciuoli dell’antitrust, così cari alla sinistra, ma che il più delle volte penalizzano il successo e la capacità imprenditoriale, più di quanto non favoriscano il reale emergere di nuovi competitor.

La via maestra è piuttosto quella di iniettare nel settore televisivo una massiccia dose di libero mercato.
Da subito il ministro Passera dovrebbe valutare la possibilità di optare per un’indizione di un’asta competitiva al posto del beauty contest, possibilmente aprendola a player eterogenei, con il diritto di utilizzare le risorse anche per fini diversi da quello della trasmissione tv. Occorrerebbe anche fissare un prezzo minimo per ogni frequenza che, se non corrisposto dalle offerte, dovrebbe condurre a riproporre la frequenza in asta in un secondo momento.

In secondo luogo occorrerebbe pensare anche alla privatizzazione delle frequenze già detenute in concessione dalle emittenti. Si potrebbe ipotizzare, ad esempio, che agli operatori televisivi assegnatari di frequenze possa essere richiesto di corrispondere un conguaglio per passare dal regime di concessione ad un pieno diritto di proprietà. Per le aziende non sarebbero soldi persi, perché il vantaggio sarebbe quello di acquisire un titolo effettivo sulle risorse, non più soggetto a decisioni di carattere politico – superando così la condizione di assoluta incertezza del diritto che ha caratterizzato tutta l’era della televisione privata in Italia.
Su queste pagine ci è capitato di scrivere anche della privatizzazione del logical channel number, cioè dell’assegnazione tramite asta della numerazione dei canali televisivi del digitale terrestre – un elemento tutt’altro che irrilevante per la valorizzazione delle emittenti.

Poi, naturalmente, c’è la grande questione del futuro della RAI. Finora tutti coloro che si sono succeduti al governo hanno ritenuto di affrontare il dossier della televisione pubblica semplicemente attraverso la nomina di vertici politicamente “compatibili”.
Nell’attuale contesto bipartisan ci sarebbero teoricamente gli spazi per prefigurare una soluzione diversa, quella della privatizzazione – da tempo invocata da Libertiamo, anche attraverso una proposta di legge presentata poco tempo fa dal gruppo di Futuro e Libertà.
Anche in questo caso si tratterebbe di una scelta con una duplice valenza, da un lato quella di fare cassa e di risparmiare ai cittadini l’onere del canone, dall’altro quella di contribuire in modo decisivo la liberalizzazione del settore tv.

Insomma una bella serie di proposte win-win. Tutte praticabili. Basta volerlo.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Frequenze TV, beauty contest? Meglio privatizzare e liberalizzare”

  1. lodovico scrive:

    Una sola domanda: il P.d. è con voi nel privatizzare almeno due reti RAI ( RAI UNO e RAI due)?

  2. Marco Faraci scrive:

    @lodovico
    A occhio e croce direi proprio di no.

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