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L’Europa in crisi economica ha pure i missili russi puntati addosso

– A distanza di 30 anni da quella crisi degli euromissili che vide confrontarsi i cruise statunitensi e gli SS-20 sovietici tra il 1979 e il 1987, i “cicli e i ricicli” delle relazioni internazionali vedono nuovamente l’Europa sottoposta alla lunga ombra della minaccia missilistica. La dissoluzione dell’URSS e il conseguente tracollo economico che continuò ad interessare la Russia di Eltsin per tutti gli anni ’90, spinsero gli Stati Uniti ad accantonare i fantascientifici progetti reganiani di una difesa missilistica spaziale (SDI) per aprirsi ad una più genuina cooperazione con il vecchio nemico che venne materialmente ratificata al vertice NATO di Pratica di Mare nel Maggio 2002. L’accordo, si disse, avrebbe garantito addirittura una visione unitaria degli affari internazionali nei decenni a seguire nel nome della lotta al terrorismo. Nemmeno a dirlo, proprio nel nome della sicurezza nazionale da garantire contro stati-canaglia e islamisti, la presidenza Bush aveva già iniziato a rivisitare le difese missilistiche del paese con la costruzione di due installazioni – in Alaska e California – dotate di missili a lungo raggio capaci sulla carta di contrastare attacchi provenienti dalla Nord Corea.

Per far questo, sempre nel 2002 , gli Stati Uniti denunciarono il trattato ABM del 1972 che impegnava le due superpotenze a limitare i sistemi difensivi alle sole capitali garantendo quindi la reciproca vulnerabilità. Malgrado i test condotti su quelle installazioni si rivelassero fallimentarti, nel 2007 si annunciò la progettazione di un terzo da installare in Europa costituito da un radar in Repubblica Ceca e 10 missili intercettori in Polonia. Le proteste levatesi a gran voce da una Russia sempre meno remissiva e sempre più preoccupata delle capacità di questi sistemi di evolvere tecnologicamente fino a ridurre drasticamente il proprio deterrente nucleare nel «vicino estero», diedero l’avvio a quel confronto a cui assistiamo tutt’ora.

Se davvero il pericolo è rappresentato dall’Iran e dalla Corea, perché le difese non potrebbero essere realizzate in partenariato utilizzando magari i radar russi già presenti in Azerbaijan e Armavir ed istituendo due centri di monitoraggio congiunto a Mosca e Bruxelles così come proposto in passato da Putin? O ancora, perché non preferire paesi come Grecia ed Italia più vicini all’origine dei possibili attacchi ma abbastanza distanti – era questa la motivazione tecnica addotta per la scelta di Polonia e Repubblica Ceca – da garantire maggior precisione nell’intercettazione ?

A queste domande inevase parve dare una risposta Barack Obama quando nel 2009 decise di «abbandonare» l’ipotesi continentale per creare un scudo mobile basato principalmente sull’uso di sette navi Aegis equipaggiate con missili SM3 e dislocate in vari punti del Mediterraneo. Nell’ira degli alleati colti da un tempismo discutibile – la Polonia ricordava il settantesimo anniversario dell’invasione nazi-comunista – e negli applausi di una Russia disposta a congelare da subito lo schieramento di missili a Kaliningrad, la diplomazia obamiana pareva aver colto una grande vittoria. Il pericolo iraniano considerato centrale fino a quel momento veniva quindi degradato ad un’istanza gestibile con 7 navi. Peccato che quando le navi saranno pienamente operative nel 2015 gli iraniani non solo disporranno ampiamente di missili a lunga gittata, ma la stessa amministrazione fece sapere in sordina che un’effettiva difesa si sarebbe raggiunta soltanto con l’installazione di nuovi missili a terra.

In un poco accurato gioco delle tre carte, ecco che Obama faceva rientrare l’ipotesi dello scudo terrestre un minuto dopo averla eliminata. Ecco che quest’anno è stato dunque ufficializzato che una struttura per missili intercettori verrà costruita nella base aerea di Deveselu, in Romania, a soli 70 chilometri dalla centrale nucleare bulgara di Kozloduy. D’innanzi a quello che è stato considerato un ennesimo affronto – imperdonabile soprattutto in campagna elettorale – il duo Putin-Medvedev è passato al contrattacco. Pur sottolineando che «la Russia non chiude la porta» al dialogo, l’installazione di svariati SS-26 Iskander nell’enclave di Kaliningrad e a Krasnodar e l’uscita dal nuovo trattato Start firmato nell’aprile 2010, sono stati annunciati in pompa magna e con toni che ricordano la guerra fredda. Già utilizzati in Georgia nel conflitto del 2008, gli SS-26 sono studiati specificatamente per colpire obbiettivi fissi e di piccola area. Come un’installazione radar. Ad esempio quella in Turchia che dovrebbe costituire il fulcro del nuovo sistema Americano.
Il primo passo per la realizzazione di questo «contro-scudo» è stato quindi realizzato pochi giorni fa con l’inaugurazione di una stazione radar di preallarme a Kaliningrad che, assieme ad altre situate in territorio russo, dovrebbe garantire una copertura totale da qualsiasi minaccia.

Trent’anni dopo la crisi degli euromissili, ecco che un’Europa sempre più dipendente dalle risorse energetiche russe torna per un attimo al centro del grande scacchiere internazionale e non solo per il ciclone economico che la sta travolgendo. Malgrado le assicurazioni e l’ironia con cui Medvedev affermava che la stazione radar non sarebbe stata realizzata contro gli americani ma per fornire loro aiuto – scimmiottando le assicurazioni statunitensi – questi ultimi non solo hanno dichiarato di voler procedere secondo la tabella di marcia ma, soprattutto, di non sentirsi più vincolati al Trattato sulle forze convenzionali in Europa che, firmato negli anni ’90, avrebbe dovuto aprire ad un periodo di trasparenza tra i membri dei disciolti blocchi. Questa decisione presumibilmente darà adito a nuove frizioni in una spirale che, una volta avviata, solo con grandi sforzi potrà essere fermata.

Presa dai suoi drammi interni non ci risulta che l’Europa abbia assunto una propria posizione chiara e netta nei confronti dell’argomento. Considerate le plurime esperienze di “successo” portate avanti dall’External Action Service dalla sua istituzione, questo è l’unico elemento che non dovrebbe generare sorpresa. In attesa di proporre ulteriori allargamenti che ricongiungano il continente fino alla Mongolia, è forse meglio tornare a concentrarsi sulla sola crisi economica. In fondo, ad essere nuovamente sotto la minaccia dei missili russi è solamente il territorio europeo.


Autore: Federico Mozzi

22 anni, pavese. Fresco di laurea in Studi Internazionali presso l’Università di Bologna, si trasferisce prima in Belgio dove lavora come Project Assistant presso il “Security & Defence Agenda” e in seguito in Armenia, dove sta svolgendo un tirocinio per il Ministero degli Affari Esteri.

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