La Roma incompiuta (di Alemanno)

– Roma, la citta attuale, é ancora sotto certi aspetti un’”incompiuta”. A dispetto dei tanti cantieri aperti dal centro alle periferie, dal suo nucleo storico alle aree di più o meno recente espansione. Si mostra così, come lo era con ben altre prospettive la Roma neorealista. Quella che la cinematografia e la letteratura ci hanno raccontato attraverso immagini e pagine. Come sfondo di storie di persone spesso disperate.  Utilizzando come location parti del tessuto urbano in progressiva costruzione. E’ il caso di Sotto il sole di Roma, un film del 1948 diretto da Castellani, con il quartiere di San Giovanni e la zona del Colosseo, oppure di Cinecittà, del 1951, su soggetto di Zavattini, diretto da Visconti, nel quale campeggia, appunto, Cinecittà. Ma anche di Umberto D., il fim del 1952 scritto e sceneggiato da Zavattini e diretto da De Sica, nel quale la città che avanza fa da sfondo con le sue strade, le sue piazze e i suoi palazzi. Quadri, fotografie non meno nitide emergono dai due romanzi d’esordio di Pasolini, Ragazzi di vita del 1955 e una Una vita violenta del 1959, tra le le borgate di Donna Olimpia, Ponte Mammolo, Pietralata e Monti der Pecoraro. Aree che da periferiche, esterne alla città, sono diventate tessuto urbano senza tuttavia esserlo nella sostanza. Aggiunte alla città senza renderle omogenee ad essa.

Ma Roma continua ad essere una città unica. Non soltanto perché più che altrove la storia é una sovrapposizione infinita di strati, di pianificazioni differenti. Delle quali emergono i tanti  interventi di epoche diverse, che ora costituiscono il tutto. La straordinaria quantità e qualità di strutture di età romana concentrate nell’area centrale, ma presenti in maniera consistente anche allontanandosene, ne sanciscono il ruolo centrale non soltanto rispetto al contesto nazionale, ma a quello europeo e mondiale. Roma a tutti gli effetti, come compare negli scrittori antichi é l’Urbs, la città per antonomasia. L’esempio di città.

Quasi inspiegabilmente questi segni, importanti, distintivi fino al punto da farne un unicum, che archeologia ed urbanistica hanno contribuito a lasciare tra le maglie del centro urbano, appaiono lasciati ai margini. Tutela e valorizzazione del passato da un lato, e governance sulla crescita e nuova pianificazione della città dall’altro, languono.

Non si comprende come non sia possibile occuparsi di un tema senza che venga coinvolto l’altro. Si prosegue in maniera episodica. Ci si spende poco nell’archeologia se non in modo opportunistico, in circostanze nelle quali risulta di una qualche utilità richiamare il proprio glorioso passato rispolverando le ricchezze monumentali. Magari mostrando lo spettacolo del Foro Romano dal balcone del Palazzo Senatorio, oppure inaugurando una delle mostre di antichità varie nelle quali campeggiano alcuni dei tesori della città. Ma generalmente destinando fondi sempre più esigui al settore. Al punto da costringere le Soprintendenze, sia quella statale che quella comunale, ad azzerare quasi le indagini di scavo che non abbiano il carattere dell’emergenza. Da impedire non di rado gli interventi di restauro anche ordinario. Con il rischio di non potere opporre alcuna controffensiva alla rovina minacciata, non diversamente da quanto accaduto anche a Pompei, da alcuni monumenti.

Di fronte ad una situazione così precaria, ad una mancanza di risorse così cronicizzata, appare contraddittorio il progetto del Comune di realizzare un parco tematico sull’Antica Roma. Una Disneyland archeologica. Una riproduzione in cartone dei monumenti ancora esistenti, tramutata dalla Florida. Un secondo Polo turistico che si sarebbe dovuto aggiungere al Primo, con il Colosseo ed i Musei Vaticani. Con l’intento, come dichiarava entusiasticamente ancora nell’aprile scorso il vice sindaco Cutrufo, «… di raddoppiare le presenze turistiche». In sintesi, non é possibile  manutenere i monumenti “veri”, ma realizzare una cittadella dell’antico “riprodotto”, si. Fortunatamente quel progetto é naufragato ma non senza che i costi dei progetti di fattibilità andassero a gravare sulle esangui casse comunali.

Ben altro impegno si é speso sull’urbanistica. Malauguratamente spesso in maniera del tutto inadeguata. Con interventi “slegati”  tra loro, accomunati frequentemente dal risultare di dubbia utilità.

Come per l’archeologia anche per l’urbanistica esistono contraddizioni, anche macroscopiche, nelle scelte. Così, mentre il sindaco auspicava di recuperare a verde l’ingombro di una infrastruttura dismessa, si faceva promotore di operazioni di segno totalmente opposto in aree molto più estese anche se periferiche. «Mi piace l’idea di un riutilizzo della ‘sopraelevata’, quella terribile infrastruttura che esiste attorno alla stazione Tiburtina. Siccome nella nuova sistemazione una parte di questa sara’ dismessa, l’idea e’ di fare come a New York: invece di demolirla trasformarne la parte superiore in orti urbani con anche un grande impatto visivo. Un’idea non male visto che la stazione Tiburtina diventerà la porta d’accesso principale alla città». Con queste parole, pronunciate alla fine di ottobre all’XI Forum della Coldiretti a Cernobbio, il sindaco Alemanno lanciava la sua proposta in tema di riqualificazione urbana attraverso l’agricoltura. Ma quasi contemporaneamente ecco arrivare 35 nuove delibere, in materia di urbanistica. Da votare e quindi sulle quali sarebbe necessario discutere. Circa 1 milione di metri cubi, suddivisi in diverse parti della città. Salvo poi cercare la redenzione annunciando una battaglia anacronistica e ideologica contro i centri commerciali, divenuti, come in tutte le grandi capitali europee, un luogo di aggregazione per le classi popolari, oltre che uno stimolo alla concorrenza e alla distribuzione efficiente dei prodotti, di cui proprio le classi meno agiate, quelle che non possono permettersi le boutique chic del centro, hanno beneficiato.

Questi interventi, come tanti altri, sembrano evidenziare la mancanza di un’idea di città. Sembra che la logica che guida il procedere delle operazioni sia quella dell’ “aggiunta” dal basso, senza alcuna visione dall’alto. Del singolo palazzo piuttosto del quartiere, volendo riprendere l’immagine della città raccontata dal neorealismo. Così la politica urbanistica che fu di Veltroni sembra essere ora quella di Alemanno. Almeno senza l’ossessivo ricorso alle archistar internazionali e la predilezione ai centri commerciali.

Si continua ad inseguire un’idea di città che non appartiene a Roma. Un’idea che spesso mortifica il suo passato senza valorizzarlo adeguatamente. Ma che allo stesso tempo ostacola il suo presente con scelte senza alcuna ratio. La politica romana continua a mostrare una certa incapacità a progettare una città nella quale la vivibilità dei suoi fruitori – cittadini e turisti-, raggiunga standard accettabili. Una città nella quale la storia millenaria non sia più l’alibi per inefficienze e disservizi.

Si guarda spesso alle grandi capitali europee, a quelle mondiali, a ragione. Ma lo si fa con un’ottica falsata, ponendo l’attenzione su temi che riprodotti nell’Urbs, non potranno che essere deludenti ed inefficaci. Nella visione distorta, che dimentica di considerare l’importanza del contesto, si tralasciano idee, quelle si, che dovrebbero essere importate e riprodotte. Come quelle che hanno ispirato il Metropol Parasol di Siviglia, progettato da Jurgen Maier per ridare un senso alla centrale Plaza dela Encarnaciòn. Una “cattedrale senza mura” che nei sotterranei ospita il museo archeologico ed i resti romani e moreschi, scoperti nel corso degli sterri.

Archeologia ed urbanistica meritano di essere due temi prioritari per Roma, per consentirne  il presente e per immaginarne il futuro. Per facilitarne il ruolo strategico, nella sostanza. Roma deve guardare a Parigi e New York senza dimenticare le sue origini antiche, il Palatino che Romolo fortificò all’inizio della storia della città. Dagli inizi di Lutetia Parisiorum, alla griglia regolare con strade numerate a distanze fisse avviata dall’approvazione del Commissioners’ Plan, nel1811, a New York, alla Roma che nacque sui sette colli. E’ necessario riorganizzare la città, programmare le sue espansioni, inserendo le parti differenti della sua storia, in modo tale che dialoghino tra loro, che parlino di loro con chi le attraversa.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “La Roma incompiuta (di Alemanno)”

  1. marcello scrive:

    Una cosa da fare subito è quella di porre un limite definitivo alle edificazioni e investire come non è stato fatto mai nel trasporto pubblico.

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