Reclamare il sogno (non soltanto americano)

– Ho letto “Reclaiming the American Dream” di Richard Cornuelle. Scritto nel 1965, è un’importante lezione per i liberali che spesso riducono la società all’economia: è infatti un’analisi del “settore indipendente”, quello lodato all’inizio dell’Ottocento da Tocqueville in America.

Cornuelle è un attivista, e ha passato la vita a trovare modi per risolvere problemi sociali: non si è limitato a chiedere soldi pubblici, ma si è impegnato direttamente per affrontarli, cercando nuove soluzioni, contattando imprese e banche, promuovendo organizzazioni. È anche stato allievo di Mises ed Hayek, da cui ha scoperto una tradizione di pensiero liberale più ricca dell’homo oeconomicus e l’importanza della concorrenza.

Il libro è ottimista: Cornuelle credeva che il settore indipendente sarebbe tornato alla riscossa emancipandosi di nuovo dallo Stato che lo aveva prima sedotto e poi soffocato. Solo nella postfazione, scritta quarant’anni dopo, è chiaro che quell’ottimismo non aveva fondamento. Ciò lo si vede da un dettaglio: il titolo del libro di Cornuelle, profondamente liberale e dunque antistatalista, è diventato il sottotitolo di un libro di Obama, il meno americano dei presidenti dopo il secondo Roosevelt. Ai liberal piace rubare le parole.

Il settore indipendente è fondamentale per il settore commerciale perché ne copre alcune mancanze e perché permette di fare a meno dell’intervento pubblico, rafforzando l’indipendenza della società (mercato e volontariato) dallo Stato. Purtroppo la politica è incompatibile con la vitalità del settore indipendente, trasformandolo in una cinghia di trasmissione del potere e trasformando i volontari in burocrati e in lobbisti.

Cornuelle mostra con precisione le difficoltà del settore indipendente, alle prese con un fratello maggiore più organizzato, il mercato, che col tempo riesce a fare nuove cose e offrire merci a prezzi migliori, e con una politica che tende a sostituirlo, facendogli concorrenza sleale con i soldi del contribuente, flussi enormi che servono più a comprare voti che a risolvere problemi.

Il risultato della debolezza del settore indipendente è che l’individuo si chiude nel privato (la famiglia e il mercato) e il pubblico diventa sinonimo di “statale”, cosa che avrebbe fatto ridere tutti i pensatori liberali a partire da Locke, ma che oggi è un’innovazione lessicale assodata.

Istruttiva la sezione sul credito agli studenti universitari. Attraverso uno schema di garanzie volontarie, Cornuelle fondò un’associazione per dare agli studenti più poveri prestiti a basso costo attraverso le banche. La prima reazione del Governo fu cercare di mettere le mani su questo settore e di proclamarsi “giudice” della qualità del servizio. Il risultato fu che i requisiti di ammissione divennero sempre più laschi e il sistema sempre più costoso, non aiutando gli studenti bisognosi ma l’elettore mediano (che decide le elezioni).

Cornuelle non dice che uno schema del genere assomiglia alla bolla subprime creata dalla Fed, da Fannie e Freddie, e che il boom dei finanziamenti pubblici è uno dei motivi dei costi dell’istruzione superiore. Chissà se i prestiti agli studenti prima o poi non faranno il botto, come hanno rischiato di fare nel 2008: già oggi molti laureati non riescono a pagare i loro debiti per la debolezza del mercato del lavoro, e molti skill richiesti dalle imprese non sono prodotti a sufficienza dalle università sovvenzionate.

La visione di Cornuelle è di una società più ricca, più attiva, più responsabile, più libera. Per questo motivo le sue speranze erano malriposte: mentre sul mercato (quello vero, non le banche) chi sbaglia prima o poi fallisce, mentre il settore indipendente deve anche alla sua scarsa professionalità il suo declino, lo Stato è l’unica organizzazione sociale che più crea problemi più si rafforza: una sorta di malattia autoimmune della società di cui non conosciamo la cura. La società occidentale ha completamente perso l’equilibrio tra politica, mercato e volontariato, e la prima trionfa su tutto: con la differenza che il mercato è necessario a creare la base imponibile, e il volontariato in una società illiberale diventa un inutile orpello. Reclamate la libertà.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

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