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Quello che la Libia insegna all’Unione europea

– Pubblichiamo un articolo di Olivier Dupuis, ripreso dal numero di dicembre 2011 della Revue Nouvelle, sulle opzioni per costituire una politica estera e di sicurezza comune dell’Europa, anche alla luce del recente intervento in Libia.

Alla luce dell’intervento in Libia, numerosi commentatori sembrano (ri)scoprire la debolezza strategica dell’Unione europea. Ciò pone due questioni.

La prima, che spesso si tende ad evitare, è relativa alla politica estera dell’Unione europea e dei suoi Stati membri nel corso di questi ultimi decenni. La seconda riguarda la necessità per l’Unione di disporre – o meno – di istituzioni e di strumenti per decidere e realizzare le operazioni di mantenimento o di ristabilimento della pace.

Le rivoluzioni nel mondo arabo di questi ultimi mesi lo hanno dimostrato con estrema chiarezza: quelle dell’UE e dei suoi Stati membri sono state essenzialmente politiche di sostegno forte – e spesso incondizionato – alla stragrande maggioranza dei regimi autoritari del mondo arabo (e non solo). E questo sostegno è durato per decenni. Alcuni Stati membri dell’Unione europea si sono perfino arrogati, in nome di interessi particolari, di ragioni storiche e/o di vicinanza geografica, una specie di diritto di non tenere in considerazione le critiche proveniente da un altro Stato membro o dal Parlamento europeo. Tutto il contrario, quindi, di una politica estera dell’UE, che avrebbe dovuto sforzarsi di stimolare, di incoraggiare, di accompagnare, di sostenere dei processi, anche se lenti e graduali, di riforma finalizzati all’allargamento del perimetro dello Stato di diritto e della democrazia nei paesi governati da regimi autoritari: qui sta, incontestabilmente, la prima e la principale ragione di debolezza strategica dell’Unione. E non sarà, da sola, l’organizzazione di un servizio diplomatico comune a porvi rimedio! Non più, del resto, dell’intervento in Libia. Per quanto necessario esso potesse apparire, esso non è stato che un rimedio tardivo e costoso in termini di vite umane e una conferma delle vecchie e comode abitudini del “cavaliere solitario”.

La seconda ragione della debolezza strategica dell’Unione risiede nell’inadeguatezza, per non dire nella carenza, dei mezzi militari dei suoi Stati membri per attuare delle politiche di mantenimento e di ristabilimento della pace, con le conseguenze che ciò comporta in termini di capacità di dissuasione. Come ricordava molto giustamente François Heisbourg in Libération del 4 luglio scorso: senza i mezzi degli Stati Uniti, la maggior parte delle operazioni di ristabilimento della pace di questi ultimi anni semplicemente non sarebbero state possibili.

Ciò è stato particolarmente evidente in Libia, dove, malgrado la “versione ufficiale”, due Stati membri dell’Unione – peraltro i più attrezzati a livello militare – il RegnoUnito e la Francia, hanno potuto intervenire, come ricorda Natalie Nougayrède, giornalista di Le Monde, in seguito all’adozione della risoluzione 1973 di ispirazione essenzialmente americana e grazie ai missili americani necessari alla distruzione della difesa antiaerea libica(1).

Il caso libico non fa quindi eccezione. Non fa che confermare ciò che ha dimostrato implacabilmente Jean-Dominique Merchet nel suo libro “Défense européenne” (2): nessuna delle pur numerose iniziative europee (intergovernative) in materia di difesa e di sicurezza – ivi incluso il progetto, nato morto, di una forza di 60.000 uomini, lanciato ad Helsinki nel 1999 –  ha minimamente rimesso in causa il postulato secondo il quale, da quando è stata “abortita” la CED (3) nel 1954, una politica di difesa e di sicurezza europea comune deve rimanere una chimera.

Ma è anche vero che si può chiedere alla cooperazione intergovernativa solo ciò che può effettivamente dare, ovvero molto poco. Tanto più in una materia che  tocca il cuore delle prerogative sovrane degli Stati membri. Bisognerebbe, finalmente, riconoscerlo.

Cosa potrebbe fare l’Europa?

Se, invece, si considera la costruzione europea come una combinazione tra politiche federative e cooperative, tra alcuni Stati che partecipano e altri che non partecipano ad alcune politiche, è possibile concepire una messa in comune, da parte degli Stati membri favorevoli(4), di una parte della loro politica di sicurezza. In questo senso, si potrebbe immaginare uno scenario dove gli Stati membri che decidessero di partecipare a questa nuova politica di cooperazione militare trasferirebbero all’Unione una quota del bilancio della difesa, corrispondente allo 0,5% del loro Reddito Nazionale Lordo (5). Il resto rimarrebbe gestito sul piano nazionale, anche nel quadro delle alleanze internazionali.

Sulla base delle risorse conferite, la Commissione europea organizzerebbe forze armate in grado di portare a compimento, da sole o in collaborazione con delle forze nazionali di Paesi dell’Unione o di Paesi terzi, operazioni di mantenimento e di ristabilimento della pace (missioni dette di “Petersberg”), di lotta contro la pirateria (6), di evacuazione dei cittadini europei in caso di grave crisi, rappresentando inoltre una piattaforma di coordinamento e di logistica per tutti i grandi interventi umanitari d’urgenza.

Un importante effetto collaterale di una tale iniziativa sarebbe il fatto che il bilancio dell’Unione, in un colpo solo, aumenterebbe di circa 70 miliardi di euro (7), senza costi addizionali per gli Stati membri: più o meno il 50 % in confronto dell’attuale bilancio dell’UE, cosa che la renderebbe, allo stesso tempo, anche  più forte per agire sui mercati internazionali in caso di crisi finanziarie (8).

Ma chiariamolo subito: non si tratterebbe di un assemblaggio di diversi segmenti di forze armate nazionali in un “contenitore” europeo, quanto piuttosto, a tutti gli effetti, della creazione ex nihilo di un esercito “comunitario”, il cui personale – ufficiali, sottufficiali, soldati e civili –  dipenderebbe direttamente dalla Commissione europea. E sarebbe il presidente di questa che sottoporrebbe all’approvazione del PE e del Consiglio dei ministri degli Affari Esteri (9) le decisioni di ricorrere all’impegno delle forze armate europee.

Un’altra precisazione s’impone. Queste forze armate europee sarebbero dotate di uno status particolare all’interno della Nato. Come riserve strategiche, sarebbero pienamente compatibili con le altre forze della Nato. Ma il loro status avrebbe una peculiarità: esse sarebbero, in “tempi normali”, a piena disposizione dell’UE. Soltanto in caso di guerra o di minaccia di guerra contro un Paese della Nato verrebbero messe sotto il comando diretto dello stato maggiore dell’Alleanza Atlantica.

L’istituzione di un sistema europeo di comando militare e la creazione di una forza armata dell’Unione consentirebbero di creare un processo di elaborazione delle politiche realmente europeo e, allo stesso tempo, di porre un termine a certi comportamenti e a certi approcci che ostacolano la fiducia invece indispensabile tra i diversi Stati membri da un lato, tra questi e le istituzioni dell’Unione dall’altro.

La tecnica dei colpi di forza, dell’utilizzo dell’Unione europea come leva al servizio di ambizioni nazionali, deve essere relegata al passato, pena mettere in pericolo l’insieme dell’edificio europeo. Questo passa in primo luogo attraverso l’adozione di una vera politica estera europea, ma anche, come abbiamo visto, attraverso la creazione di uno strumento di intervento militare e civile propriamente europeo, e, infine, attraverso una riforma delle istituzioni che possa ridare al Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri un ruolo centrale nel dibattito, aperto e pubblico, della situazione internazionale, nelle proposte di soluzione e nell’approvazione o meno di operazioni di mantenimento o di ristabilimento della pace decise dal presidente della Commissione.

E’, mi sembra, a questa condizione che l’Unione europea potrà, in modo credibile, contribuire ad impedire delle nuove Srebrenica, dei nuovi Ruanda …

 

(1) « La guerre de Libye et la tentation du « storytelling » français », Natalie Nougayrède, le Monde, 14 settembre 2011

(2) Jean-Dominique Merchet, « Défense européenne, la Grande Illusion », Larousse, 2009

(3) CED : Comunità Europea di Difesa

(4) Questo tipo di cooperazione rafforzata necessiterebbe probabilmente di una modifica del 1° comma dell’articolo 329 cosi come la soppressione del 2° comma dell’articolo 329 e del 3° comma dell’articolo 333, a meno di essere organizzato, sul modello Schengen, fuori dal quadro dei trattati.

(5) Reddito Nazionale Lordo. In ragione delle grandi differenze che esistono nei bilanci della Difesa dei diversi Stati membri, le percentuali destinate a destinate al livello europeo potrebbero variare fortemente: circa il 15 % per il Regno Unito e la Francia, e tra il 20 e il 30 % per la Germania, l’Italia o il Belgio.

(6) Alain Faujas ricorda in Le Monde del 19 agosto 2011 che i soli pirati che operano al largo del Corno d’Africa detengono circa 600 marinai e più di 50 navi: ciò implica, al presente, spese aggiuntive per gli armatori nell’ordine di 5 miliardi di euro l’anno.

(7) Ipotesi che si fonda su una partecipazione dell’insieme degli stati membri attuali. Base di calcolo: dati 2008 (SIPRI, EDA)

(8) Per affrontare efficacemente le crisi economiche e finanziarie, numerosi analisti ritengono che il bilancio dell’Unione dovrebbe passare dell’attuale 1,1 % al 10 o 15 % del RNL dell’insieme degli stati membri.

(9) Tutti i rappresentanti dei paesi membri dell’UE partecipano ai dibattiti, ma solo quelli che partecipano alla cooperazione rafforzata possono votare.


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

One Response to “Quello che la Libia insegna all’Unione europea”

  1. donato scrive:

    Bello! Con la recessione passiamo al Warfare State!

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