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Come passare dall’Euro all’Europa

– “Guidato dal Presidente Roosevelt, il New Deal introdusse almento tre fondamentali cambiamenti nell’ordinamento costituzionale americano. In primo luogo, il potere e il prestigio della presidenza vennero notevolmente esaltati dall’autorità di Roosevelt durante la grande depressione….In secondo luogo, la struttura del federalismo americano venne trasformata attraverso l’assunzione di nuove responsabilità da parte del governo federale e la trasformazione delle relazioni tra gli stati e il governo federale per effetto di queste nuove responsabilità…. una delle ragioni di tale trasformazione era rappresentata dall’inadeguatezza delle Costituzioni degli Stati. L’incapacità delle istituzioni degli Stati di reagire in modo adeguato alla depressione determinò uno spostamento del potere costituzionale verso il governo federale. Da ultimo, il Congresso e le agenzie alle quali esso delegava il potere normativo acquisirono un’autorità praticamente completa sull’economia e la facoltà di intervenire direttamente in numerose questioni sociali”. ( Stephen M. Griffin, Il costituzionalismo americano).

Si è deciso di riportare questa lunga citazione poiché nei momenti turbolenti e confusi può essere utile assumere un punto di vista più distaccato; inoltre, talvolta, la prospettiva comparata, anche in chiave diacronica, offre preziosi spunti di riflessione per meglio comprendere ciò che sconvolge le nostre esistenze.

Infatti, il brano citato evidenzia tre fondamentali questioni generali in qualche maniera di stretta attualità:

–               i processi federativi sono ontologicamente dinamici e il suo orientamento direzionale (determinato dalla loro specificità storica e istituzionale del sistema) non è neutro;

–               un sistema può evolvere anche molto significativamente, pur in assenza di adeguamenti formali (stupirà il lettore che nessuno di questi cambiamenti epocali è stato oggetto di espressi procedimenti di revisione costituzionale);

–               una crisi epocale (ossia tale da potere mutare irreversibilmente le strutture sociali, politiche ed economiche esistenti) necessita di interventi temporalmente rapidi condotti da (o comunque sotto la supervisione di) un unico centro decisionale,

che possono rappresentare anche un’indicazione per la via di uscita dalla crisi che economicamente ci sta soffocando.

In primo luogo, è assolutamente indubbio che l’esperienza comunitaria costituisca anch’esso un processo federale, in quanto prevede un articolato sistema di governo strettamente coordinato e indipendente. Naturalmente, questo processo presenta straordinari caratteri di singolarità, determinati dalla circostanza di avere per protagonisti attori statali con alle spalle una secolare tradizione di sovranità, ma sono già presenti in nuce gli organi (la commissione in luogo del governo federale, il Consiglio in luogo della seconda camera federale rappresentativa degli Stati e il Parlamento come camera politica rappresentativa della popolazione dell’unione) che potrebbero costituire l’architrave istituzionale di un compiuto ordinamento federale, che avrebbe comunque forme costituzionali e istituzionali originarie e distinte da quelle tipicamente statuali (in altri termini non si favoleggia su improbabili Stati Uniti d’Europa, ma di un’evoluzione federale ancor più marcata).

Ciò, d’altronde, sarebbe anche in linea con il movimento aggregativo della costruzione comunitaria, in quanto, normalmente, in tale ipotesi, il processo tende a essere contraddistinto dalla cessione di sovranità (o di ampliamento delle competenze o dei poteri) verso l’istanza federale (in questo senso la direzione del processo non è neutra), talvolta fino ad un momento critico, in cui quest’ultima è in grado di esercitare una autonoma forza gravitazionale. Né muta qualcosa, il fatto che il processo abbia avuto una genesi consensuale, come dimostra l’attuale momento di crisi che ha evidenziato l’effettiva irreversibilità della strettissima interrelazione istituzionale comunitaria, malgrado ancora oggi essa si fondi principalmente su una base consensuale governativa, la cui frantumazione avrebbe costi pari, se non superiori, a quella di un tradizionale ordinamento statale.

Pertanto, si può ragionevolmente sostenere che l’unica exit strategy che consenta la sopravvivenza dell’euro, e quindi dell’Unione Europea, debba necessariamente prevedere un sostanziale mutamento della governance europea con il rafforzamento dei vincoli e poteri comunitari in materia fiscale e di contabilità pubblica, con uno stretto controllo dei bilanci statali e la dotazione di significativi poteri sanzionatori. Le diverse alternative, verosimilmente, rappresenterebbero l’innesco di un processo diverso e centrifugo.

In secondo luogo, l’eventuale scelta di rafforzare la governance europea, qualora si decida – per intima convinzione o ragionata costrizione – di continuare nel processo in atto, dovrebbe porre le condizioni affinché in futuro il sistema possa affrontare eventi improvvisi con risposte adattative rapide, che più agevolmente possono garantire le supreme istanze giurisdizionali (la Corte di Giustizia e le Corti costituzionali nazionali), in luogo di formali mutamenti ai Trattati, in quanto la complessità e la lentezza dei procedimenti previsti (comune a tutti i procedimenti di revisione degli ordinamenti federali con forti cleavages politici, sociali, etnici o religiosi)  mal si conciliano con l’esasperata istantaneità richiesta in situazione di grave crisi, che finisce con l’esaltare la funzione degli organi monocratici.

Quest’ultimo aspetto, potrà verificarsi sia in ambito europeo che nazionale mediante l’esercizio di poteri “regali” da parte delle leaderships che la gravità della situazione inevitabilmente farà emergere o definitivamente declinare, senza potere escludere del tutto l’ipotesi che nel medio periodo ciò abbia una sua traduzione istituzionale, mediante il riconoscimento costituzionale del loro maggior prestigio e lo snellimento dei relativi processi decisionali.

In definitiva, come è spesso accaduto nella storia dell’umanità, dai momenti paradigmatici di crisi  certamente ne usciremo diversi: la nostra sfida è ora decidere, se ne avremo le capacità e le forze, in che modo dovremo esserlo.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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