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C’è la riforma delle pensioni, il resto è ancora troppa ragioneria

– Di fronte ad una situazione tanto compromessa da far dire al premier che questa è una manovra salva-Italia, è opportuno guardare al merito dei provvedimenti con occhi non bagnati da lacrime come quelli del ministro Fornero. Il complesso dei provvedimenti adottati da palazzo Chigi è articolato e duro, abbracciando quasi tutto l’arco dei provvedimenti di finanza pubblica che era possibile abbracciare.

In occasione del suo insediamento il premier aveva promesso azioni rigorose eppur eque, riordino dei conti attraverso sacrifici e fine dei privilegi; aveva promesso inoltre che si sarebbe guardato con particolare attenzione alla crescita, vero vulnus del sistema Italia. Pur nei limiti di un giudizio inevitabilmente parziale, vediamo se gli annunci fatti in premessa sono stati mantenuti.

Pensioni

l’accelerazione verso il sistema contributivo era inevitabile. Sin da 1996 è apparso chiaro che il meccanismo capace di restare in equilibrio contabile a lungo passa attraverso la corresponsione di prestazioni calcolate sul montante dei contributi. Per resistenze di varia natura, politiche, corporative ecc., il passaggio di fatto alla legge Dini è stato diluito nel tempo oltre quanto era oggettivamente auspicabile. La corsa verso i nuovi criteri avviata dal ministro Fornero è dettata dal bisogno di sostenibilità della spesa per pensioni almeno quanto è dettata dall’emergenza nata in questo horribilis 2011.

Diverso è il giudizio sul congelamento della perequazione all’inflazione che ha fatto commuovere il ministro per il Welfare. Oscar Giannino l’ha definita una carognata. Francamente non mi vengono altri termini che siano più adatti. Bloccare l’indicizzazione di pensioni che sono a malapena oltre la soglia di povertà (936 euro/mese sono sicuramente al di sotto di questa soglia) significa far pagare a un esercito di cittadini per nulla abbienti una sovrattassa che oggi può essere calcolata intorno al 3%; maggiore dell’aggravio Irpef ipotizzato e poi non attuato per i redditi oltre i 75.000 euro.

Fisco

L’aumento dell’IVA di 2 punti previsto per il 2012, non accompagnato da una riduzione del carico fiscale sui redditi rischia di rivelarsi una misura pesantemente recessiva. Già oggi siamo in stagnazione; le previsioni danno per certa la recessione nei primi 2 trimestri dell’anno venturo. Comprimere ulteriormente i consumi dopo che sono state aumentate le accise sui carburanti (un po’ di fantasia in più mai?), lasciato facoltà ai comuni di aumentare le addizionali Irpef, istituita l’imposta di bollo su tutte le attività finanziarie, può rivelarsi una decisione dai risvolti drammatici. In caso di prolungata recessione i conti del professore andrebbero sicuramente, ulteriormente, corretti.

La reintroduzione dell’ICI è misura odiosa ma necessaria. Dovrebbe confermarsi che la rivalutazione degli estimi sarà del 60% come prodotto delle rendite catastali per il moltiplicatore previsto dalla nuova norma (160 per le civili abitazioni).

Liberalizzazioni

Bene alcuni provvedimenti (farmacie, orari di apertura dei negozi). Restiamo in attesa di una seria riforma che riguardi le professioni, già tentata dal precedente governo e poi abortita sul nastro d’arrivo dalla strenua opposizione delle lobby professionali.

Crescita

E’ il punto più atteso e forse quello più deludente. Pretendere che una tassa assurda come l’Irap venisse cancellata in questa fase congiunturale forse era troppo. Ci si può accontentare della deducibilità del costo del lavoro ai fini del suo calcolo. Quello che meno convince, perché ne abbiamo già avuto prova conla DIT di Visco, è l’impatto che possa avere sulla crescita la defiscalizzazione degli aumenti patrimoniali delle imprese. Il sospetto concreto è che ad avvantaggiarsene saranno ancora una volta i grandi gruppi.

Il combinato degli inasprimenti fiscali di cui sopra con la debolezza delle misure per la crescita ci dà pochi margini di speranza circa un miglioramento dei saldi.

Costi dello Stato

Fermo restando gli ostacoli che potrebbero incontrarsi in Parlamento, l’abolizione delle giunte provinciali è cosa sacrosanta. La strada verso l’abolizione completa di enti inutili e costosi è probabilmente tracciata. Tanto ancora deve essere fatto. Nella stessa direzione va la soppressione di quegli enti di previdenza che altro non sono se non la replica dell’INPS.

Dov’è però la vendita del patrimonio pubblico che da sola avrebbe alleggerito il debito di 15/20 miliardi?

Tracciabilità del contante

Si era ventilata la limitazione a 300 euro. Più ragionevolmente la soglia è stata portata a 1000. Se questa è la lotta all’evasione allora vuol dire che la volontà, comune a quella di tutti i precedenti governi, è quella di “pescare” laddove è sicuro di trovare qualcosa e non quella di aggredire la grande evasione.

In definitiva questa manovra risente della necessità di trovare i soldi con cui guadagnare tempo per le riforme di struttura, ma quantomeno ne introduce una di rilievo, quella sulle pensioni, diversamente dalle precedenti di Giulio Tremonti. Al di là di questo, anche in essa ha prevalso un approccio abbastanza  ragionieristico. Lo spread ritornato subitaneamente intorno ai 400 bps può dare un po’ di ossigeno alla nostra finanza malata, ma le medicine devono essere anche altre e devono contemplare anche un robusto ricostituente.


Autore: Costantino De Blasi

Nato a Brindisi nel 1968, vive fra Salerno e Milano. Risk manager per una società di brokeraggio e consulente finanziario. Seguace di Friedman e della scuola liberista di Chicago, è iscritto a FARE per Fermare il Declino, e candidato al Senato.

One Response to “C’è la riforma delle pensioni, il resto è ancora troppa ragioneria”

  1. Piccolapatria scrive:

    Pensioni: per “equità” tra generazioni si devono fare sacrifici, come non condividerne il principio. A proposito di questa sacrosanta equità voglio fare qui un cenno ad un caso “personale”: un mio famigliare ha 75anni, è modesto pensionato di vecchiaia e per vivere continua a fare un lavoro in proprio per il quale, da anni, versa i contributi previdenziali che non gli porteranno alcun beneficio pensionistico;dubito che queste somme andranno a favore della generazione futura; è più facile ipotizzare che servano in quota parte per pagare le pensioni stratosferiche e “intoccabili” degli illustri padri e padroni della patria. I giovani stanno esultando ignari che queste nuove regole, condite da lacrimuccia, non li vedrà mai pensionati; se gli odierni padri scivoleranno verso i 66anni per avere diritto all’obolo, i “gggiovani”, quando andrà bene riusciranno a trovare un lavoro a 30 e passa anni in forza del quale iniziare una posizione previdenziale contributiva; possono sperare di avere l’obolo ben oltre i 70anni e per valori nettamente inferiori che,probabilmente, non saranno sufficenti per mantenersi con dignità.
    Ma l’orizzonte lavoro è nero nero. Vivo nel Nordest e posso testimoniare che, ormai, esiste ben poco del fermento produttivo di qualche anno addietro; miriadi di piccole/mini/micro imprese una volta fiorenti, chiudono bottega per l’impossibilità concreta di sopravvivere ,in parte dovuta anche al fatto che il mercato interno è ormai asfittico in quanto la platea di potenziali compratori si è ridotta al lumicino. Non si può pensare che, per quanto volonteroso e capace, un imprenditore sia così eroico da mettere a rischio tutto il suo se ne ha o s’indebiti a morte per tenere in piedi un’attività in perdita e/o per dare allo stato, a conti veri fatti tra tasse e balzelli, oltre il 65% dell’utile che, per sorte, riuscisse a conseguire.La locomotiva del paese, come i nordisti amavano definire questa parte d’Italia quando questa gente attiva e creativa non stava mai ferma, è in avaria per guai serissimi quasi incurabili in queste condizioni dove lo stato è vorace oltre il sopportabile e dà segni di voler continuare a mangiarsi il fieno in erba. Si è strombazzato che sarebbero stati provvedimenti pesanti ma orientati alla crescita e allo sviluppo; ci ritroviamo con un aggravio di tasse dal quale, moltissimi onesti contribuenti, ne usciranno pressocchè morti ammazzati con la triste convinzione che il denaro estorto ( sì, estorto)in forza di decreto andrà, come sempre è stato, disperso senza ritorno nei rivoli della spesa pubblica. Grazie per l’ospitalità e buona giornata se si può.

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