Quelle riforme insindacabili che non sopportano la concertazione

di LUCIO SCUDIERO – Il governo di Mario Monti sta squadernando, tra le tante, la questione irrisolta della rappresentatività dei corpi sociali intermedi e della riforma in senso decidente del sistema politico italiano. Non perché essa sia nell’agenda più o meno espressa del governo tecnico che presiede, ma per il mero suo esser connaturata alla portata delle decisioni da assumere, rese impossibili negli ultimi dieci anni dall’azione di veto pressante e continua da parte delle minoranze organizzate, assecondate da una politica prona al ricatto perché debole, cieca e confusa.

Durante la conferenza stampa di presentazione della manovra economica, il presidente del Consiglio rispondeva così sul tema della concertazione delle misure:

Io personalmente non ho niente contro il concetto di patto sociale che altre volte, ha avuto …  può avere avuto un ruolo positivo in determinati snodi della vita italiana, per esempio all’epoca del mio molto eminente predecessore Carlo Azeglio Ciampi. Ma, come ho detto prima, sono convinto che ci sia una gamma di materie, da quella a maggiore, a più intenso fabbisogno di consultazione e di negoziato che è la materia del lavoro, ad altre materie, che magari in passato venivano pure passate al tavolo della concertazione, secondo me con qualche lesione delle competenze reali del Parlamento, in materie di politiche economiche completamente estranee alle problematiche del lavoro. Ecco, credo che in questa epoca in cui conta moltissimo il consenso sociale, che è un fattore di forza, anche di competitività, sia in un’impresa, sia in una economia nazionale, ma conta moltissimo anche la corretta divisione dei compiti ai fini di un processo di decisione se possibile rapido ed efficiente, non debba – è la mia opinione personale, faremo discorsi metodologici più approfonditi con i colleghi – … ma la mia ferma impressione personale è che non debba sovraccaricarsi il processo decisionale di passaggi che a) possono comportare tempi più lunghi di quelli che le circostanze mondiali ed europee ci mettono a disposizione; b) di solito a giudicare dall’esperienza passata, beh, ad ogni passaggino di tavolo e al crescere del numero dei partecipanti al tavolo, qualche volta qualche piccolo onere per la generalità dei cittadini del momento e soprattutto dei cittadini del futuro ci scappava, per cui la mia linea è quella di non appesantire eccessivamente e non credo che una decisione abbia sempre bisogno di concertazione come invece ha sempre bisogno, se è una decisione legislativa, dell’approvazione parlamentare.

(Grazie a Sofia Ventura per avere trascritto integralmente la risposta su facebook)

Innanzitutto, Mario Monti si è permesso di avocare al Governo, ma soprattutto al Parlamento, la responsabilità della decisione finale su  certi dossier solo dopo aver riconosciuto, durante la medesima conferenza stampa, la piena paternità del paese tutto sui guai da cui è afflitto. Ciò a evitare il retro pensiero che, giacchè di molta e varia umanità consociativa è stata la colpa del debito pubblico nazionale ragione del nostro tribolare, si potesse credere che, alla fine, il conto da pagare non fosse colpa di nessun italiano nello specifico e quindi degli ormai mitologici poteri forti esterni. Acquisito dunque che siamo stati pessimi fabri nostrae fortunae, il presidente del Consiglio ha avuto agio a reclamare per le istituzioni direttamente espressive della generalità dei cittadini la potestà e il dovere di indicare come uscire dal tunnel nero della crisi in cui siamo avvitati.

Resta ora da declinare il principio nei termini di rapidità ed efficienza necessari acciocché quella italiana smetta di essere la democrazia a “freni forti e impulsi deboli” disegnata dal costituente post fascista, che faceva perno intorno a un parlamento che avrebbe avuto la funzione di limitare il Governo nella sua azione (cosa peraltro avvenuta per tutta la prima repubblica), ma che sarebbe finito a sua volta inibito dalla miriade di counterbalancing powers nel momento in cui il sistema politico avesse reinterpretato quello istituzionale senza redistribuirne coerentemente funzioni e poteri (cosa accaduta in coincidenza della seconda repubblica).

Oggi Mario Monti avrebbe la possibilità e lo standing pubblico per superare lo stato imbelle della politica proprio su quel tema di frontiera che è il lavoro, e per il quale il presidente del consiglio, nella dichiarazione riportata, consuma un’apertura eccessiva in favore dei sindacati. Non è con loro che deve discutere di riforma del mercato del lavoro, perché non sono più loro a detenere la legittimazione a contrarre in nome e per conto dei lavoratori italiani.

La cosiddetta Triplice (Cgil, Cisl e Uil) nel 2010 ha raccolto la delega di 12,3 milioni circa di iscritti, di cui la metà pensionati (5.749.000), su un totale di 22 milioni di occupati alla fine dello stesso anno. Forse che Monti vuol decidere del futuro di 15 milioni di lavoratori italiani con gli altri 7? E sulla base di quale legittimazione formale e sostanziale, dal momento che neppure la Costituzione affida ai sindacati il ruolo di mediare l’interesse generale con le istituzioni preposte a perseguirlo, ma soltanto quello di negoziare i contratti collettivi (art. 39)?

Discutere con la Camusso, o con i sedicenti rappresentanti dei giovani,  la riforma del mercato del lavoro è ingeneroso e iniquo proprio per la maggioranza di chi lavora, oltre che inutile.  E’ un rito non più politico, bensì apotropaico rispetto alla superstizione politica del breve termine, cui ormai fa irrimediabilmente difetto la capacità di comprensione della realtà complessa di un Paese come l’italia.  E che ha ancora meno senso per un “esecutivo di scopo”, figlio di una congiuntura eccezionale, che chiama Monti e suoi ministri a riparare quei guasti cui i servi del tempo elettorale non hanno saputo por mano.

To me, consensus seems to be: the process of abandoning all beliefs, principles, values, and policies in search of something in which no one believes, but to which no one objects; the process of avoiding the very issues that need to be solved, merely because you cannot get agreement on the way ahead. What great cause would have been fought and won under the banner ‘I stand for consensus’?

Margareth Thatcher, una che ai sindacati fece la “festa”, senza concerto

 


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

2 Responses to “Quelle riforme insindacabili che non sopportano la concertazione”

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  1. […] Posted on 12 dicembre 2011. Tags: Angeletti, Bonanni, Bonfante, Camusso, Cgil, Cisl, Fornero, lavoro, Monti, pensioni, Ugl, Uil, welfare di SIMONA BONFANTE – Un provvedimento che bonifica i privilegi, universalizzando – cioè rendendo uguali per tutti – criteri di calcolo e regole di accesso alla pensione è tutto fuorché iniquo. È sconveniente, cioè è effettivamente una bella botta per quelli a cui i sindacati hanno contribuito a garantire il non marginale benefit di una pensione in gran parte pagata da altri (ché, a quelli del ‘retributivo’, cui la riforma Fornero impone la immediata, non differita conversione al ‘contributivo’, la pensione la paghiamo noi nativi del tanto-paghi-di-contributi-tanto-prendi-di-pensione, mica quelli che a Camusso Bonanni Angeletti pagano lo stipendio). […]

  2. […] nel tentativo di non scontentare nessuno. Se questi errori vengano compiuti nel nome della concertazione continua o per semplice inesperienza politica, ha poca importanza; gli effetti saranno una continuazione […]