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Perchè il progetto tedesco rimane pericoloso, ma non è affatto antieuropeo

Tutta l’Europa guarda da settimane alla Germania. Senza l’ok di Berlino – giusto o sbagliato che sia – l’architettura istituzionale unionale non può infatti cambiare aspetto. Al di là delle numerose iniziative portate avanti dalla Commissione Europea dall’inizio dello scoppio della crisi finanziaria (direttive per una maggiore regolamentazione dei fondi di investimento speculativo, correzione degli incentivi normativi nelle retribuzioni dei manager e, più di recente, nuove regole nel mercato del rating e una bozza di direttiva volta all´introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie), la partita si gioca ora sulla modifica dei Trattati ed in particolare sulla revisione del Patto di Stabilità e Crescita, annunciato già dopo il vertice di Deauville dello scorso anno.

Finora la signora Merkel e il suo Governo cristiano-liberale hanno progressivamente ceduto alle richieste di chi chiedeva “più Europa” con l’istituzione di società di diritto privato quale l’Efsf e, dal 2013, l’ESM. Proprio con riguardo a quest´ultimo meccanismo – su cui si gioca il referendum interno al partito liberale – nella conferenza stampa con il Presidente Sarkozy tenutasi ieri a Parigi, la Cancelliera si è detta disposta a fare ulteriori concessioni, anticipandone l´entrata in vigore, modificandone le regole decisionali e ridimensionando la partecipazione dei privati alla ristrutturazione dei debiti sovrani. Un anno fa molti economisti ci spiegavano che tali strumenti erano la panacea per risolvere la crisi in atto, oggi c’è una tendenza, in Germania come altrove, a considerarli alchimie finanziarie palliative, buone solo per acquistare tempo e per mettere a rischio il denaro dei contribuenti.

Finora i più grandi cambiamenti nel quadro regolatorio dell’Unione Europea sono stati presi in sordina, quasi anticipando del tutto le modifiche dei Trattati, annunciate lo scorso anno e nuovamente tornate d’attualità in queste settimane. Si tratta in particolare del cd. “Semestre Europeo” e del “Patto Euro Plus”, con i quali dal gennaio 2011 si coordinano ex ante le politiche economiche e di bilancio dei paesi più indisciplinati. Nei giorni scorsi, addirittura, i media irlandesi documentavano che il bilancio 2012 di Dublino sarebbe stato visionato prima dai tecnici del Bundestag. Questo è il primo passo, perché si arrivi ad una unione fiscale e politica tanto invocata dagli euro-entusiasti e non certo un passo indietro rispetto a tale progetto. L’alternativa radicale a questo scenario è la concreta possibilità del fallimento degli Stati membri (diretta conseguenza della clausola di divieto di bailout prevista dall’art. 125 TFUE) e l’eventuale dissoluzione dell’Eurozona in aree monetarie diverse (come suggerito da Hans-Olaf Henkel, ex presidente della Confindustria tedesca). Per la Grecia non sarebbe certo una passeggiata uscire dall´unione monetaria, ma sarebbe probabilmente meglio di una dolorosissima svalutazione interna che fino ad ora ha consentito magri recuperi di produttività e non ha certo aiutato la pace sociale. Così la pensa ad esempio Hans Werner Sinn, il direttore dell´Ifo-Institut di Monaco di Baviera.

La “sovranità ridotta” non è quindi un progetto antieuropeo, come i progressisti suggeriscono, ma fa precisamente parte di un vasto piano di riforma delle istituzioni comunitarie volta a garantire un maggiore accentramento dei poteri in capo alla Commissione e al Consiglio. Lo stesso probabile candidato socialdemocratico alla Cancelleria, Peer Steinbrück, ha più volte ribadito nelle sue interviste di essere favorevole ad una sovranità ridotta per i paesi con scarsa disciplina di bilancio.

Cosa manca allora alla signora Merkel per ottenere l’etichetta di europeista convinta da parte degli euro-romantici di ogni colore? In primo luogo titoli di debito comune, per i quali ogni Stato membro possa rispondere in solido e non pro-quota in caso di hair-cut. Ammesso e non concesso che la Corte Costituzionale di Karlsruhe dia il via libera. In caso contrario, si proseguirebbe con il modello inaugurato dall’EFSF, i cui bond hanno già oggi rendimenti più elevati del gruppo dei paesi a tripla A e la cui soluzione di leverage è già stata bocciata dagli investitori. Resta il fatto che gli eurobond richiedono un difficile compromesso politico tra paesi a tripla A e paesi i cui sforzi riformatori potrebbero affievolirsi data la facilità di rifinanziamento. Gli eurobond, spiegavano gli economisti dell’Ifo-Institut Hans-Werner Sinn e Kai Carstensen, sono un sussidio per i paesi periferici, che distorce l’informazione sui mercati e l’allocazione dei capitali nell’Eurozona. I dividendi dell’Euro avrebbero già dovuto imporre agli Stati membri entrati per il rotto della cuffia di ridurre il debito insostenibile. Così non è stato. Non si capisce perché rendere per altra via più facili le condizioni di rifinanziamento degli Stati membri dovrebbe cambiare per il meglio le cose.

In secondo luogo, una BCE in grado di far da prestatore di ultima istanza, sul modello britannico o statunitense. Due passaggi sui quali la CDU esita ancora. In realtà, come si percepisce gironzolando negli ambienti parlamentari, è soltanto questione di tempo. La Cancelliera d’altra parte ha finora sempre ceduto, sia sulla dotazione del fondo di stabilizzazione, sia sulla sua natura temporanea. Cadrà – probabilmente già nel corso del prossimo vertice del 9 dicembre – anche sugli eurobond o, come è più facile date le complicazioni giuridiche, sulla facoltà della BCE di monetizzare permanentemente ed ufficialmente i debiti sovrani. Lo farà un po´ per mancanza di coraggio (è più comodo che sia Francoforte a prendere decisioni impopolari piuttosto che Berlino), un po´per mancanza di alternative (allo stato attuale per evitare il crollo dell´Eurozona solo un annuncio dell´Eurotower sembra in grado di poter fermare la spirale).


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

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